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Scudetti da buttare Stampa E-mail
Il Manifesto, 10 maggio 2006

Quello che più colpisce nelle telefonate registrate di Luciano Moggi non è tanto la volgarità della situazione, quanto l'arroganza che emana dalle parole, una sicurezza di impunità, evidentemente sedimentata negli anni. Moggi, indipendentemente da questo atteggiamento e dalla capacità di gestire il potere nel calcio, è normalmente un uomo ironico, spesso canagliescamente simpatico, e quindi non può non aver mai colto il grottesco del suo operato. Ma evidentemente si sentiva autorizzato ad agire così dall'uomo forte della triade juventina, Antonio Giraudo, amministratore delegato e stratega del cambio di quello che una volta era lo “stile juventus”. La conduzione del più vittorioso club italiano, durante la loro gestione, doveva essere caratterizzata solo da vittorie e utili di bilancio e non importa se a questi obiettivi si dovesse sacrificare qualunque altro valore, etico o di rispetto delle regole. Le vittorie sono venute, il bilancio è stato quadrato, ma prima la vicenda doping sulla quale ora deciderà la Cassazione (che tristezza l'omertà di tanti campioni al Tribunale di Torino) e poi questa deflagrante storia di inquinamento del mondo arbitrale e non solo, hanno per sempre sbiadito il valore di quei successi.

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Il processo alla Juve e la memoria corta del nostro calcio Stampa E-mail
"Il Manifesto", 18 Dicembre 2005

Da anni vado poco allo stadio, solo quando ne sono costretto dalla professione. Non sopporto più il martellamento montato intorno a qualunque mediocre sfida calcistica che, per le esigenze del nuovo football, ostaggio del business, deve essere presentata e pompata dai media come l'evento del secolo. Tutto è falso e intriso di ipocrisia e dà l'impressione che lo sport in generale e il calcio in particolare non appartengano più al pubblico, ma a una converticola, a una lobby, che usa a suo piacimento proprio gli spettatori, i tifosi, gli ultrà. E l'informazione ha certamente un ruolo fondamentale di propaganda in quest'affare e per questo, come il giornalismo economico o politico, elude, fa finta di non vedere, dimentica, ignora, anche in modo plateale.

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La storia che lui non conosce Stampa E-mail
"Il Manifesto", 14 dicembre 2005

Paolo Di Canio, esempio del calcio indecente, che trionfa negli ultimi tempi, avrà pure il diritto, come dice il folkloristico Ignazio La Russa, di andare a omaggiare, con un saluto romano, le curve laziali che sventolano croci celtiche, bandiere uncinate e una immonda nostalgia per il nazismo. Se l'ideologia dei campi di sterminio è un valore per Di Canio, svolga pure il suo rito macabro finché qualcuno non lo condannerà in base all'ordinamento del nostro stato. Un ordinamento, ci rifletta l'attaccante laziale, che ci siamo dati per non dimenticare una dittatura che produsse “leggi razziali”, persecuzione verso gli ebrei e i rom (in migliaia avviati dall'Italia fascista a campi di sterminio) e che fu la causa di una guerra civile fra le più crudeli del secolo passato.
Qualcuno però dovrà chiarire, una volta per tutte, a Di Canio che il paese di cui è cittadino non si è dato quelle leggi per proteggere colpevolmente l'altra ideologia, il comunismo, anch'esso sconfitto dalla storia.

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Il pallone dell'arroganza Stampa E-mail
"Il Manifesto", 28 agosto 2005

Inizia il nuovo campionato di calcio con un seguito di beghe, polemiche non sopite e atti giudiziali non risolti che non assicurano eccessive speranze. D'altronde in un contesto dove le risorse sono divise in un modo scorretto e tre squadre, solo tre, Juventus, Milan e Inter, possono coltivare il diritto di vincere, quale può essere la credibilità? L'atteggiamento che tiene insieme le varie anime del football italiano è, senza ombra di dubbio, l'arroganza.

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