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La memoria delle rimozioni Stampa E-mail
"Il Manifesto",  21/03/2002


Fa impressione vedere ancora una volta, nelle immagini televisive, le targhette numerate della polizia scientifica vicino ai bossoli sparati da un'arma da fuoco contro un altro studioso delle tematiche del lavoro, Marco Biagi, un professore che mediava o cercava vie di uscita a conflitti sociali che, anche all'inizio del terzo millennio, continuano ad apparire “insanabili”.
Ma fa addirittura sgomento sentire il presidente della Confindustria Antonio D'Amato, uno di quelli che più ha spinto il governo perché il conflitto sull'art. 18 non fosse “sanabile”, affermare con sicumera: “Era un omicidio annunciato, c'è stata una campagna di denigrazione crescente”.
Da chi aveva avuto la notizia, dottor D'Amato e qual'era la denigrazione? Forse quello di spiegare, come ha fatto per esempio, l'avvocato del lavoro Mario Fezzi su internet, che “la delega al governo, in materia del mercato del lavoro, stravolge l'intero diritto della materia, perché dalla tutela del lavoratore si passa all'istituzionalizzazione del precariato”?

Così fa proprio impressione ascoltare simili esternazioni e prendere coscienza che, dopo Tarantelli, D'Antona e Ruffilli, professori d'economia, di diritto del lavoro o politologi, vittime di assassini ancora impuniti solo per il ruolo di pacificazione che incarnavano, la solita Italia oscura, dei segreti mai svelati, abbia deciso di togliere la vita anche a Marco Biagi, docente di diritto del lavoro a Modena, amico fraterno di Prodi e collaboratore, prima ancora di Maroni, di altri tre ministri del settore. E questo sfregio, chiunque lo abbia commesso, sarebbe stato messo in atto solo per dare un segnale che “indietro non si torna” e che “non c'è niente da trattare”.
Ma suscita addirittura un senso di desolazione ascoltare il presidente del consiglio Berlusconi che, solo pochi minuti dopo l'accaduto, strumentalizzava il fatto con queste parole: “Basta. Odio e menzogna nutrono gli assassini”.
Quale menzogna, cavaliere? Quella di affermare che, con la nuova legge-delega, com'è incontestabile, il lavoro (dell'uomo) viene trattato alla stregua di una merce che si cede, si affitta, si chiama, volta per volta, solo quando serve, insomma si “somministra”?
Con l'abrogazione della Legge 1369/60, infatti, il lavoratore diviene di fatto un prodotto liberamente commerciabile e, come dice ancora l'avvocato Fezzi: “si riconosce la liceità del trarre profitto dal lavoro altrui, attraverso una vera e propria attività di interposizione, che non sarà necessariamente temporanea.”
Chiarire queste cose sarebbe una campagna d'odio? Il fatto che si cancellino norme fondamentali (quella sull'intermediazione della manodopera, per esempio) che introduce come normale, e non più come temporaneo, il ricorso all'affitto di persone, le pare una realtà alla quale è proibito negarsi, pena il pericolo di essere chiamati terroristi?
L'Italia è l'unico paese europeo dove ancora si uccidono funzionari e collaboratori dello stato, simboli dell'equilibrio che deve esistere fra le strategie di una Confindustria mai sazia, e i diritti dei cittadini-lavoratori. Con il governo che dovrebbe fare da garante. Ma se il governo è ostaggio dell'associazione degli industriali, quali possibilità ha il cittadino, se non quella di manifestare pubblicamente e in massa il proprio dissenso?
Anche in altri paesi europei vengono uccisi dei cittadini, ma l'esecrabile spiegazione è, come in Irlanda o nei Paesi baschi, una guerra d'indipendenza da Inghilterra o Spagna che non è mai finita. Qui a casa nostra invece, si uccide per fermare la società, per fare in modo, magari, che un milione di persone che sabato dovrebbero sfilare a Roma e tra poche settimane scioperare contro le preoccupanti decisioni del governo, rimangano a casa.
I servizi segreti italiani, coinvolti negli anni passati in sette stragi o che almeno le hanno coperte (come hanno confermato i dispositivi di sentenza dei vari processi) hanno fatto sapere giovedì scorso che si temevano attentati a collaboratori o consiglieri del ministro Maroni. Informazione che si è rivelata tragicamente esatta e che attribuisce la responsabilità dell'atto alle brigate rosse sopravissute alla loro stessa tragica storia.
Questi servizi che non hanno ancora aiutato ha farci sapere come i brigatisti rossi residuati hanno colpito anni fa il professor Tarantelli e più recentemente il professor D'Antona, ora mostrano, a sorpresa, un'efficienza quasi cronometrica. Ma, se lo sapevano dai loro (presumiamo) informatori infiltrati, perché non hanno neutralizzato questi ambigui sicari di battaglie fuori dal tempo e fuori dalla realtà? O perché non hanno almeno avvisato il Viminale perché fosse data immediatamente una scorta seria a quei cinque, sei collaboratori del ministro Maroni che potevano essere il più esposti a questa minaccia?
In fondo, per stessa ammissione della nostra “intelligence”, i brigatisti attivi non sono più di trenta e i loro complici una cinquantina. E' possibile che, dopo decenni e dopo aver decapitato la cupola storica di questa fabbrica di contraddizioni e delitti, non si sia ancora riusciti a neutralizzare questo sparuto gruppo di irriducibili? E chi li guida adesso? E a quale obiettivo mira questa leadership? Quella di atterrare per sempre il movimento dei lavoratori? E sarebbero di sinistra coloro che perseguono questo scopo?
Qualcuno, come Agnoletto e Casarini hanno parlato di ritorno della “strategia della tensione”. Mi sembra che si sono fatti prendere la mano. Ma leggendo il libro di Gianni Cipriani “Lo stato invisibile” che svela le trame dei poteri occulti, dell'eversione e delle stragi dal dopoguerra ad oggi, ti imbatti, in molte pagine, in un clima ambiguo come quello di oggi.
E' una storia che abbiamo già vissuto e per questo ci pare inquietante venga nuovamente proposta, magari con risvolti grotteschi, come il recente presunto attentato di via Palermo. Perché viene in mente che qualcuno, oltre alla loggia massonica P2, deve aver pur deciso che la strategia vincente per fermare la protesta sociale e culturale degli anni ‘70 era, in Italia (quando non ci riusciva la politica) quella di compiere degli attentati da attribuire ad anarchici incolpevoli come Pinelli, o da caricare sulle spalle di un povero cristo come Valpreda.
In quale riunione al Viminale fu deciso cinicamente che quel ballerino fotografato un po' di sbieco poteva essere la persona giusta a cui affibbiare la parte del mostro? Chi scelse freddamente di inventarsi la pista anarchica? Chi coprì gli attentatori veri? I funzionari che parteciparono a quella triste pagina della nostra storia, sono ancora in servizio o collaborano? E quelli che infiltrarono un esponente della ‘Ndrangheta e forse anche un agente (come risulta da molte testimonianze) nel commando delle br che rapì Moro, che uso hanno fatto delle informazioni apprese allora? E quell'esperienza inquietante non è servita a nulla?
E infine, perché dovremmo credere ad un apparato di “intelligence” che dal libro di Cipriani appare più che mediocre, e che, tanti anni dopo, non sa ancora dirci per ordine di chi e per quale strategia politica o eversiva sono stati gambizzati Gino Giugni, Antonio Da Empoli ed eliminati Ezio Tarantelli, Roberto Ruffilli, Massimo D'Antona ed ora anche Marco Biagi?
Tutta gente che lavorava per il progresso della società, non per un ritorno al tempo nel quale il lavoro non era né tutelato, né rispettato. E' giusto riflettere su questi interrogativi, su queste pieghe oscure della nostra società. Ma non con animo esasperato, bensì con una sincera voglia di chiarezza.


 

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