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Il cinema epico degli "aiuti" di Leone e Franco Nero quando era Django Stampa E-mail
"Il Mattino",  1 Agosto 2001

Sappiamo che Sergio Leone amò l'amicizia e tutte le persone che avevano talento. Non a caso sull'amicizia tradita ha costruito il film più inimitabile e grandioso della sua prestigiosa carriera, “C'era una volta in America”. E non a caso le sue opere hanno avuto interpreti da storia del cinema: Hanry Fonda, Ely Wallach, Gian Maria Volonté, Charles Bronson, Claudia Cardinale, senza contare i simboli della sua stessa cinematografia, i protagonisti della prima e dell'ultima storia da lui diretta: Clint Eastwood e Robert De Niro. Il primo scoperto in una serie tv e forgiato apposta per la sua personale interpretazione del western, in “Per un pugno di dollari”, il secondo messo in condizione in “C'era una volta in America” di superare gli altissimi modelli di recitazione espressi nelle storie del neo realismo americano di Martin Scorsese.

Così anche quest'anno per la dodicesima edizione del Premio Sergio Leone abbiamo voluto ancora una volta sottolineare questi due aspetti del carattere e del modo di essere di Sergio.

L'uomo che scoprì talenti veri e credette fin dall'inizio in Verdone o Vittorio Mezzogiorno, Dario Argento o Bernardo Bertolucci fu anche maestro di Tonino Valeri, che fu suo aiuto prima che Sergio gli producesse “Il mio nome è nessuno”, il western all'italiana che, oltre a essere un cult, è conservato perfino nella cineteca di Parigi e secondo Steven Spielberg è l'espressione più lucida del western reinventato da Sergio Leone e dai suoi seguaci.

Valeri verrà a Torella dei Lombardi a raccontare la sua avventura umana e artistica a fianco di Sergio, spiegando anche un genere che aveva come protagonisti dei cowboy ma che, fra le sue pieghe, nascondeva talvolta intenti politici, come il suo “Il prezzo del potere”, o letture psicologiche come il bellissimo “I giorni dell'ira”, con Giuliano Gemma e Lee Van Cleef, o vicende storico-sociali come “Una ragione per vivere, una per morire”. In quest'ultimo lavoro, del 1972, Valeri diresse attori eccezionali come James Coburn, Tellys Savalas e Bud Spencer (ormai diventato un divo) che, in quell'epoca, per certi film di genere si fidavano ormai solo dei registi italiani.

Il western era un contenitore che accoglieva e covava tutte le intenzioni del cinema, come ci hanno ribadito Antonio Bruschini e Antonio Tentori, studiosi di questo “cinema della frontiera” reinventato a Cinecittà o nelle colline di Manziana, che ci accompagneranno in questa nuova edizione del Festival di Torella dei Lombardi. Per questo il western è stato scelto, in momenti diversi della loro vita, da registi anche di altra ispirazione come per esempio Franco Giraldi che era stato aiuto regista di Leone in “Per un pugno di dollari”, ma che si sarebbe espresso in contesti diversi con giustificate ambizioni da autore.

Franco Giraldi, l'altro nostro testimone, quest'anno, della stagione del western, diresse quattro volte storie di eroi o reietti del west. A Torella presenteremo “Sette pistole per i McGregor”, del 1965, che Giraldi firmò con lo pseudonimo di Frank Garfield, ma parleremo anche di una carriera che ha avuto momenti di prestigio con film come “La giacca verde”, o anche commedie di costume come “Cuori solitari” e “La bambolona” (da un romanzo di Alba De Céspedes) con Ugo Tognazzi.

Clint Eastwood, ormai un intellettuale del cinema, come conferma l'ultima sua opera, Mystic River , ammette ora che l'intuizione di Leone nel reinventare, con il suo volto, il mito della frontiera, ebbe anche il pregio di imporre nuovi modelli ed eroi dell'immaginario collettivo. Franco Nero, con Django , che toglieremo dagli archivi per consegnarlo una sera al pubblico di Torella, fu sicuramente il primo di questi protagonisti che si chiamarono di volta in volta Ringo , Bambino , Sartana eccetera. Franco Nero partì da Django per diventare uno degli attori italiani più conosciuti al mondo, interprete di musical holliwoodiani come Camelot , di classici con John Richardson o la moglie, Vanessa Redgrave, ma anche di personaggi come John Reed, il giornalista americano che visse la rivoluzione sovietica, sotto la regia del più rinomato regista russo degli anni sessanta, Sergej Bondarchuk.

Franco Nero, Leone di Pietra alla carriera, racconterà venerdì 6 agosto questa incredibile avventura umana ed artistica, che lo ha portato, sul cavallo dei cowboy, da Parma alle più grandi produzioni del cinema degli ultimi trent'anni, a fianco di tutte le icone di questa arte.

Ma proprio perché la vita di un artista è una sorpresa continua, fedeli a quel mito dell'amicizia che Sergio Leone coltivò non solo con i compagni di set, quest'anno ci è piaciuto dedicare una serata anche a un legame che, purtroppo, al contrario di quello con Verdone o con Morricone, non è riuscito a diventare anche una complicità cinematografica. Una delle ultime vacanze di Sergio Leone fu in un luogo da fantasticherie filmiche come la Costa d'Avorio, con un gruppo insolito, del quale faceva parte pure Massimo Troisi. Partirono per soggiornare quindici giorni, ma Massimo allungò la permanenza a quasi quattro mesi. Sergio quella vacanza, stramba e divertente, dove vide Troisi andare a cavallo in riva al mare, me la raccontò. Un amico di Troisi, Massimo Bonetti, suo complice nel gioco del calcio, verrà a ricordarla, in un Festival, come il nostro di Torella, che è tradizionalmente scandito dal senso dell'amicizia di Sergio. Sarà l'occasione per dedicare, con la tenera presenza della famiglia, un omaggio a Troisi, a dieci anni dalla sua scomparsa e nel centenario della nascita di Neruda, il poeta d'amore che ispirò “Il Postino”, l'ultimo suo film, quello di un artista che, come Leone, ha conquistato il mondo con un linguaggio, in teoria, inconcepibile per gli altri.

Nel rispetto di una scelta che ha portato da cinque anni il Premio Sergio Leone a dar spazio ai nuovi autori del cinema italiano, come il regista di C'era una volta il west ha indicato nei fatti, continua infine anche quest'anno la rassegna “Cinema a Mezzogiorno - dieci film in cerca di pubblico”, che in questa edizione è coordinata da Giovanni Robbiano (anche presidente della giuria), uno sceneggiatore fra i più fertili del cinema italiano, ma anche un docente in cinema, che, due anni fa, vinse, con il toccante film Hermano, il nostro festival, teso a trovare distribuzione a chi non ce l'ha. Si comincia venerdì 30 luglio e si finisce venerdì 6 agosto

In bocca al lupo! E un grazie particolare al Comune di Torella, alla Provincia di Avellino e alla Regione Campania, che, malgrado le ristrettezze di budget di quest'anno, hanno permesso la sopravvivenza di un festival rigoroso e spettacolare, che si è guadagnato, negli ultimi anni, una credibilità nazionale meritevole di un futuro sicuro.

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