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"Il Manifesto",  25/07/01


Gianni, quello che ho visto non lo dimenticherò più. Ho provato gli stessi incubi di quando, a Roma cambiavamo continuamente indirizzo per evitare, in quel triste 1944, le retate di noi resistenti destinati all'inferno di via Tasso."

Teresa Mattei, domenica all'alba, era fuori di sé dallo sconcerto e dalla rabbia. Ha più di ottant'anni, Teresa, che ha cospirato contro la dittatura nazifascista, pagando un prezzo di violenze e torture, ed è stata l'unica donna (e la collaboratrice più stretta di De Nicola), nell'Assemblea Costituente.

Era andata a Genova, malgrado l'età e gli acciacchi, perché, dopo le tragiche coincidenze che avevano provocato la morte di Carlo Giuliani, aveva ancora una volta sentito il dovere civile di essere presente a Genova con gli altri trecentomila cittadini italiani che hanno dato vita al corteo più civile, più commovente e meno difeso dalla polizia della nostra storia democratica. Ma la meccanica ambigua degli eventi che ha fatto tartassare per la maggior parte solo i dimostranti pacifici, mentre le ambigue "tute nere" agivano indisturbate come un commando autorizzato, l'aveva sconvolta proprio "nel ricordo di quella democrazia che avevamo sognato nello scrivere la nuova Costituzione italiana".

Ma l'episodio che aveva definitivamente provocato il suo sdegno era stato l'assalto della polizia alla scuola "Pertini" e alla "Armando Diaz" con il pestaggio che ne è seguito: "Ho telefonato a Ciampi - diceva Teresa Mattei affranta - continuerò a cercarlo finchè lo troverò. Un presidente che, come me, si è opposto alla dittatura nazifascista, non può ammettere ed accettare un agguato di stile argentino o cileno al tempo della dittatura. Quella messa in atto dalle forze dell'ordine contro quei ragazzi, sembrava una scena tratta da La notte delle matite spezzate. Ma lo sa la gente, lo sanno gli stessi ragazzi della polizia e dei carabinieri ai quali è stato affidato ingiustamente questo lavoro sporco, che cosa chiedevano i manifestanti venuti a Genova per contestare la riunione del G8? Lo sanno che è in gioco il destino e la giustizia non solo nei paesi poveri, ma anche nei nostri dove, per ora, viviamo privilegiati dall'economia?".

No, Teresa. Molta, troppa gente non sa cos'era veramente in gioco al G8 e quale enorme beffa è stato l'annuncio dell'apertura dei grandi al Sud del mondo, annichilito dalle logiche del mercato, del profitto, dell'ingiusta ripartizione della ricchezza e del neoliberismo.

Molti non lo sanno perché buona parte dell'informazione, specie quella radiotelevisiva, è stata carente, elusiva, ignorante, a volte grottesca. E se in Italia, in questo momento, certe regole democratiche sono messe in discussione per proteggere il rito volgare di otto capi di stato, che decidono sui destini di tutti e, bontà loro, riservano, asserragliati a Palazzo Ducale, di concedere qualche briciola a chi non ha nulla, è perché l'informazione ha abbassato la guardia e non se la sente più di fronteggiare, con la indiscutibile forza dei fatti, coloro che dicono di aver vinto.

Come si fa a sostenere acriticamente, come faceva Molinari, il corrispondente da Washington de La Stampa, le grottesche tesi nordamericane sugli interventi che il G8 in teoria stava per prendere per lenire la sofferenza dei più poveri, quando sono in atto, in questo momento, strategie militari di conquista di un territorio come il "Plan Colombia" (respinto perfino dalla Comunità europea) o strategie di annichilimento economico come il "Plan Africa" che rischia di cancellare per sempre, come ha recentemente spiegato il missionario Alex Zanotelli, quello straccio di speranza che il continente africano mantiene ancora? Come si fa a ritenere sufficiente la concessione da parte del G8 di un quinto della somma minima richiesta per lenire la tragica situazione sanitaria di più di un miliardo di esseri umani?

Molinari, che già, recentemente, era stato incorretto in un articolo sulla Baraldini dove gli attribuiva reati mai commessi o dai quali è stata assolta dalla giustizia americana (Silvia non ha mai partecipato a nessun assalto armato nella sua vita), cadeva, ancora una volta, nella debolezza di prendere per buona, senza verificarla, qualunque informazione venga data da un'agenzia o da un ministero nordamericano.

Purtroppo, però, coloro che potevano spiegare lo stato delle cose da religiosi come Alex Zanotelli o Frei Betto (teologo della Liberazione), o Rigoberta Menchù, Nobel della pace (impegnata nei giorni del G8 ad affrontare i problemi della decomposizione sociale e politica della Colombia) o sociologi come Emir Sader, anima del Forum di Porto Alegre che a gennaio ha segnalato ai paesi forti "che un altro mondo è possibile", tutti questi testimoni non c'erano nei dibattiti televisivi, né da Vespa, né da Fede e nemmeno da Lerner.

C'erano le solite facce, molte impreparate sull'argomento, o c'erano le anime buone di Agnoletto, di Gesualdi, del direttore di Nigrizia, la cui competenza veniva travolta, ingiustamente, dalle capacità affabulatorie e provocatorie di Giuliano Ferrara.

Io mi domando, però, con quale faccia tosta, considerato il suo passato militante, Giuliano Ferrara affermi, intervistando Prodi, molto più dubbioso di lui, di non sentirsi assolutamente responsabile, come cittadino del Nord del mondo, della miseria del Sud. Forse Giuliano non sa che le immense ricchezze minerarie del Congo sono della Compagnia generale delle miniere belga che, per più di trent'anni ha anche imposto a quel paese un dittatore di nome Mobutu Sese Seko e che, quando è morto, era il quinto uomo più ricco del mondo? Forse Giuliano non sa che la guerra dei "bambini soldato" della Sierra Leone è in realtà un conflitto per interposta persona, dove l'Olanda piuttosto che la Francia o gli Stati Uniti, non potendo spararsi direttamente, appoggiano una fazione locale piuttosto che un'altra e la fazione che vincerà, porterà in dote alla nazione protettrice gli enormi giacimenti di diamanti, ancora una vola sottratti alla popolazione del paese? Forse Giuliano non sa che i marines in Colombia, in Ecuador, in Bolivia, in Perù più che la lotta alla coca, devono assicurare per i prossimi secoli, agli Stati Uniti, il patrimonio biogenetico di quei paesi, vera ricchezza di quel dorso di Sudamerica?

L'ostentata elusione di queste storie e di questi temi, in questi giorni nei maggiori mezzi di informazione, è imbarazzante. Ho sentito a Milano, poche settimane fa, Don Ciotti enumerare puntigliosamente tutto un elenco di dati e di cifre su questi argomenti che, qualunque collega, da Molinari a Ferrara, può ottenere dai maggiori organismi internazionali.

Alla fine dell'intervento di Don Ciotti, quasi duemila persone in piedi, lo hanno applaudito per diversi minuti. Perché nessun anchor man televisivo ha pensato di invitarlo in un dibattito sulla globalizzazione?

Credo che il problema di fondo sia quello che, con molto coraggio, Gino Strada, medico nell'inferno dell'Afganisthan, ha affrontato nella diretta di Gad Lerner, rispondendo a Molinari e alle tesi nordamericane: "Ma ci sarà un aspetto, almeno uno, della vita dove la parola profitto non abbia il diritto di entrare e di contare?".

C'è il dubbio che, finito il comunismo, la cui esistenza giustificava ogni efferatezza del mondo capitalista, la grande finanza (i famosi 350 personaggi che posseggono il 48% della ricchezza del mondo) abbia deciso che bisogna crearsi un altro nemico e magari criminalizzarlo per poter continuare ad agire sconsideratamente, secondo la convenienza di pochi. E il mondo che si oppone alla globalizzazione è, probabilmente, per ora, il nemico individuato.

E' per questo che, come giornalista, spesso mi sento sconfitto. Mi domando come faccia, per esempio, Merlo del Corriere della Sera, dopo che è stata provata la presenza di naziskin inglesi e tedeschi, fra le presunte "tute nere" (a proposito, quante ne hanno arrestate alla fine?), ad affermare che la colpa di quello che è successo attorno al G8 è degli intellettuali e in particolare dei registi italiani, anche i non più giovani Scola, Monicelli, Pontecorvo che, ancora una volta, avrebbero "coccolato i violenti".
La colpa di questi padri del cinema italiano non sarà stata invece proprio quella di aver filmato le prove che qualcuno, nell'apparato dello stato ha dato via libera e concesso man salva alle famose "tute nere"?

 

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