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La liberta' negata Stampa E-mail
"Il Manifesto", 22/07/01

Fa impressione vedere la pistola di un carabiniere puntata contro un ragazzo che sta per tirargli addosso un estintore e fra un istante morirà, ma suscita ancor più sgomento sentire Gianfranco Fini liquidare l'uccisione di Carlo Giuliani, il ragazzo genovese che brandiva l'estintore, come una "legittima difesa" del carabiniere.

E non solo perché, come ha detto affranto il padre del ragazzo, un sindacalista genovese: "Non è paragonabile un colpo di pistola a bruciapelo di un agente delle forze dell'ordine contro un cittadino, con l'atto aggressivo che il cittadino stesso sta per compiere."
Perché se fosse come dice Fini, ad ogni manifestazione di protesta, in ogni paese, le polizie potrebbero compiere ogni volta una strage e purtroppo alcune volte l'hanno fatta, anche se, solitamente, in paesi di fragile democrazia.

Fa impressione, nella sequenza delle foto successive all'uccisione di Carlo Giuliani, vedere che la jeep dei Carabinieri infierisce sul corpo del ragazzo e gli passa sopra, non si sa se per volontà di confondere la meccanica del doloroso incidente o perché i giovani carabinieri di leva, mandati sconsideratamente allo sbaraglio dal ministero dell'Interno, hanno perso la testa in una situazione così complessa e pericolosa.

Ma fa ancora più sgomento apprendere oggi, per la testimonianza di un fotoreporter pubblicata da Le Monde, che a sparare e a uccidere sia stato forse un altro carabiniere che non era dentro la jeep e quindi non era in una situazione di assoluto disagio o che il colpo non sia stato uno soltanto, ma si sia voluto infierire, tanto da far nascere, subito dopo l'episodio, una clamorosa lite fra gli stessi carabinieri.

Vere o imprecise che siano queste testimonianze, il quadro che ne esce è desolante. E non si salva nemmeno l'informazione, se è vero che la televisione di stato aveva "in diretta" le immagini dell'accaduto, ma si è fatta "bruciare", tre ore dopo dal Tg5 di Enrico Mentana, nel documentare questo tremendo episodio di sconfitta della democrazia in Italia.

Dall'epoca in cui, nel nostro paese, il Tg della Rai sostenne che un signore di nome Pinelli, ovviamente anarchico, aveva aperto una finestra di un ufficio alla questura di Milano e dopo aver pronunciato la frase: "E' morta l'anarchia" si era gettato nel vuoto, siamo purtroppo abituati ad un giornalismo reticente, più attento a quelli che potrebbero essere le strategie o le motivazioni convenienti all'apparato dello stato che, alla verità dei fatti, per quanto sgradevole o dolorosa possa essere.

Perché fa impressione, per esempio, rilevare come, dopo due giornate così nere per la democrazia italiana e di tutti gli altri paesi che si autodefiniscono i più avanzati del mondo, non si sia sentito il bisogno ancora di sciogliere l'interrogativo su chi siano veramente questi "Black bloc" (scoperti, a sorpresa, solo in questi giorni), da dove vengano, chi li ha formati, chi li alimenta, chi li infiltra di provocatori e per quali motivi e perché, vergognosamente, il famoso apparato di sicurezza messo a punto dal ministro Claudio Scajola, abbia permesso loro, per due giorni di seguito, di arrivare al centro di Genova indisturbati, pur provenendo, la maggior parte dall'estero, e pur essendo pieni di armi improprie e bottiglie molotof.

Fino a ieri, lo sappiamo, il nemico da abbattere per i sostenitori della globalizzazione, a qualunque costo, erano le tute bianche, i cattocomunismi, quelli di Greenpeace e, come ha scritto Vargas Llosa, "quei don chisciotte che pensano di cambiare i meccanismi economici del mondo". E questi "Black Bloc"? Perché non ne parlava nessuno? Dove erano i servizi di intelligence, mentre questa truppa d'assalto si formava e si organizzava?

Probabilmente, fra qualche anno, scopriremo, come per il presunto anarchico Bertoli che tirò la bomba alla questura di Milano nella stagione della strategia della tensione, che questi "Black bloc" non sono né anarchici, né libertari e che pur non essendo stati istruiti come Bertoli, da servizi segreti israeliani, molti di loro sono "attrezzi"della violenza voluta da certi apparati di "intelligence" di paesi di indiscutibile democrazia o sono militanti "coperti" di organizzazioni neonaziste o di destra usati da forze economiche infastidite dal disagio sociale che la protesta crescente contro l'ingiustizia e la disuguaglianza del mondo procura.

Così una città civile, come Genova, protagonista nella resistenza contro il nazismo, è stata messa a ferro e fuoco, mentre otto capi di stato esautorati dalle logiche dell'economia neoliberale e dalla finanza speculativa, tenevano un rito inutile, capace soltanto di produrre tensione e non giustizia.

Forse bisognerà pretendere una riflessione su questa realtà e magari domandarsi perché, in un paese di fragile democrazia come il Messico, il subcomandante Marcos e la "comandancia" zapatista, come ho documentato nel reportage trasmesso giovedì sera da Rai 2, possano attraversare dodici stati della confederazione e, malgrado le minacce di morte della destra retriva e integralista, arrivare a Città del Messico accolti come salvatori, mentre in Italia, o in altri paesi ritenuti evoluti, la società civile non possa scendere per strada a contestare la insensata politica neoliberista del mondo attuale senza rischiare una guerra civile e senza lasciare vittime sul selciato, come a Goteborg e a Genova.

Tutto questo sgomenta, specie per la palese superficialità di coloro che, politici o media, dovrebbero tornare a riaffermare questo diritto come uno degli obiettivi etici e primari di una democrazia moderna.

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