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L'ora di Silvia Stampa E-mail
"Il Manifesto", 17/04/2001


Domani il tribunale di sorveglianza deciderà sulla richiesta di sospensione della pena per Silvia Baraldini, presentata dal suo legale, Grazia Volo. Speriamo, per la dignità e l'etica del nostro paese, che chi è demandato a decidere rispetti il diritto alla salute e alla vita di Silvia, reduce da due operazioni di tumore e un ciclo di chemioterapia e conceda, come avverrebbe per qualunque altro cittadino italiano, la sospensione della condanna.
In caso contrario, o nel caso di una pilatesca scelta degli arresti domiciliari dettata da opportunismo diplomatico, subirebbero un grave insulto non solo la giustizia, ma la stessa società italiana, perché nessun inquietante patto con gli Stati Uniti potrebbe giustificare l'atto di un giudice che invece di rispettare i codici, facesse valutazioni politiche che non gli competono.

E questo non solo perché la Corte costituzionale è stata chiara in questo senso al quesito posto dal giudice di sorveglianza che prima di Natale negò alla Baraldini quello che era suo diritto immediato dopo gli interventi chirurgici.

E nemmeno perché la stessa Convenzione di Strasburgo secondo la quale gli Stati Uniti hanno, con tredici anni di ritardo, restituito Silvia all'Italia, sancisce chiaramente che un condannato che torna nel suo paese per terminare di scontare una pena, deve essere amministrato nella sua quotidianità dalle leggi della nazione d'origine. Inoltre, non va dimenticato, che l'accordo firmato con gli Stati Uniti è già inficiato dal fatto che il ministero di Giustizia di Washington non dette notizia, pur essendone a conoscenza, dell'incombente pericolo per la Baraldini di un'altra forma tumorale che stava per minare nuovamente il suo fisico, dopo l'operazione subita dieci anni prima in carcere.
Se il tribunale di sorveglianza farà altre valutazioni che non sono le sue specifiche e negherà la sospensione della pena che ha concesso per esempio a Prospero Gallinari o a Francesca Mambro, condannati a molti ergastoli per fatti di sangue accertati e di cui invece la Baraldini non si è mai macchiata, offenderà la morale giuridica del nostro paese proprio nelle scelte dove l'Italia ha saputo distinguersi.

Mi riferisco al principio per cui la pena deve servire al recupero degli esseri umani che hanno sbagliato, rifiutando invece l'idea che il carcere possa essere un luogo eterno di annientamento per chi ha commesso errori, anche gravi.

In Europa, dove la giurisprudenza ha certamente qualcosa da insegnare anche agli Stati Uniti, paese leader della cosiddetta democrazia moderna, per i reati attribuiti a Silvia (associazione sovversiva ecc.) possono essere comminate al massimo pene da cinque a otto anni.
La Baraldini, invece, ha già scontato venti dei vergognosi quarantatré anni che le sono stati inflitti e dovrebbe ancora passarne in carcere altri otto prima di uscire.

E questo, pur avendo sofferto fin dall'inizio tutte le pene possibili, dall'inumano carcere sotterraneo di Lexington, che Amnesty international e la Chiesa protestante riuscirono successivamente a far chiudere, al penitenziario di Marianna, nelle paludi della Florida, prima di approdare a un istituto di pena più "vivibile" come quello di Denbury (Connecticut).

Ma non è tutto. Silvia ha visto graziare da Bill Clinton le compagne di militanza politica, Linda Evans e Susan Rosenberg, che pure avevano commesso reati molto più gravi dei suoi, fra cui l'uso delle armi, mentre a lei, rientrata in Italia e reclusa a Rebibbia sono state centellinate col contagocce, per non dispiacere agli Stati Uniti, le visite alla madre anziana e malata anch'essa di tumore.

E si è arrivati a negarle perfino un incontro in occasione del Natale.

Ora la mamma di Silvia è morta e lei, chiamata all'ultimo momento per darle un bacio d'addio, non sa nemmeno se è stata riconosciuta.

Quante altre prove la Baraldini dovrà ancora superare per essere rispettata come essere umano e per non vedere negati i suoi diritti?

Quante volte ancora dovrà per esempio leggere sui maggiori giornali nazionali, compresi il Corriere della sera e Repubblica, notizie false come "La terrorista italiana, condannata per un assalto ad una banca nel quale ha perso la vita un poliziotto", senza potere replicare che da quell'accusa lei non solo è stata assolta dalla giustizia degli Stati Uniti, ma era stata addirittura depennata dalle indagini fin dall'inizio per non aver avuto nessuna parte in quella vicenda?

Sono altre le ragioni delle sue condanne e tutte molto inquietanti per chi ha un'idea onesta della giustizia e della democrazia.

Allora? Si tratta di sciatteria o di cattiva coscienza della nostra informazione, anche quella più progressista, incapace attualmente di battersi per una verità che sia solo etica e non politica?
Un gruppo di intellettuali di tutto il mondo, fra cui cinque premi Nobel colpiti dalla storia, hanno chiesto per Silvia, attraverso la rivista "Latinoamerica" la grazia al presidente Ciampi, pronti a sostenerla in ogni sede internazionale.

Sarebbe bello se anche la politica italiana, la sinistra e la destra, incuranti per una volta di ogni convenienza elettorale, trovassero la dignità di battersi insieme per la libertà di una persona che ha già scontato troppo, qualunque errore possa avere commesso e che, indipendentemente dalla condivisione o meno delle sue idee, ha ora diritto, dopo una simile odissea, di vivere serenamente la parte matura della sua vita, trovando la forza di superare ancora una volta con il solito coraggio l'ennesimo schiaffo del destino alla sua vita.

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