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Scudetti da buttare Stampa E-mail
Il Manifesto, 10 maggio 2006

Quello che più colpisce nelle telefonate registrate di Luciano Moggi non è tanto la volgarità della situazione, quanto l'arroganza che emana dalle parole, una sicurezza di impunità, evidentemente sedimentata negli anni. Moggi, indipendentemente da questo atteggiamento e dalla capacità di gestire il potere nel calcio, è normalmente un uomo ironico, spesso canagliescamente simpatico, e quindi non può non aver mai colto il grottesco del suo operato. Ma evidentemente si sentiva autorizzato ad agire così dall'uomo forte della triade juventina, Antonio Giraudo, amministratore delegato e stratega del cambio di quello che una volta era lo “stile juventus”. La conduzione del più vittorioso club italiano, durante la loro gestione, doveva essere caratterizzata solo da vittorie e utili di bilancio e non importa se a questi obiettivi si dovesse sacrificare qualunque altro valore, etico o di rispetto delle regole. Le vittorie sono venute, il bilancio è stato quadrato, ma prima la vicenda doping sulla quale ora deciderà la Cassazione (che tristezza l'omertà di tanti campioni al Tribunale di Torino) e poi questa deflagrante storia di inquinamento del mondo arbitrale e non solo, hanno per sempre sbiadito il valore di quei successi.

Moggi, quando lavorava per il Torino, era già inciampato in una storia disinvolta, quella di alcune “hostess” che dovevano occuparsi di rendere più gradevole il soggiorno a Torino delle terne arbitrali assegnate alle partite di coppa Uefa della squadra granata. Se l'era cavata non perché fosse stato assolto dalle sue responsabilità in questa storia, ma perché il reato a lui addebitato era caduto in prescrizione. La Juventus che, nel frattempo, lo aveva inserito già fra i suoi collaboratori, lo nominò direttore generale subito dopo la conclusione di quella sua scabrosa pendenza giudiziaria.

Ma mai Moggi avrebbe potuto montare, come poi ha fatto negli ultimi anni, un apparato di condizionamento totale del calcio italiano, controllando il mondo arbitrale e aiutando il figlio a creare la Gea, la più grande e monopolistica società di gestione della carriera di duecento giocatori (equivalenti al 40% di tutti quelli impegnati nel campionato di serie A) senza l'approvazione di Antonio Giraudo. E, quest'ultimo, a sua volta, non avrebbe mai potuto affermare un simile modo di concepire il calcio e il potere, senza stringere un patto di ferro con Adriano Galliani, presidente della Lega che nel frattempo aveva strappato alla Federazione il controllo dell'organo arbitrale. Carraro si è dimesso. Galliani ancora no.

Eppure Galliani e Giraudo hanno viaggiato sempre sotto braccio nella conduzione della Confindustria del pallone scegliendo quella linea ingiusta e scorretta nella ripartizione delle risorse che ha portato Juve e Milan a dividersi, negli ultimi dieci anni, gli scudetti (sempre con un vantaggio di pochissimi punti) salvo l'eccezione dei due campionati vinti rocambolescamente da Lazio e Roma.

La tecnica cara al duo era quella dell'elemosina, concessa ogni tanto a una generazione di presidenti di club privi, salvo pochi casi di qualità e dignità, e quindi pronta ad accontentarsi di una manciata di euro per i vari diritti televisivi di cui solo Milan e Juve, insieme all'Inter, facevano incetta. Patetico, in questo panorama, il regalo dei Rolex ai designatori Pairetto (l'uomo di Moggi) e Bergamo e agli arbitri fatto dal presidente Sensi nella speranza vana di ottenere per la sua Roma, forte ma tartassata, i favori dei quali godevano le corazzate di Giraudo e Galliani.

Ora, con gli avvisi di garanzia oltre che ai Moggi anche a Chiara Geronzi e a Zavaglia, soci della Gea, apprendiamo che tutto quello che è successo nel calcio professionistico italiano negli ultimi dieci anni, è stato probabilmente taroccato. Forse chi prenderà in mano da domani questo mondo ricco e indecente, vera fotografia di una parte della società italiana, dovrà avere il coraggio di mettere in discussione o revocare tutti gli scudetti vinti con le “trovate”di Moggi e le strategie arroganti di Giraudo e Galliani.

Sempre che il calcio voglia recuperare uno straccio di credibilità.
 

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