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Il processo alla Juve e la memoria corta del nostro calcio Stampa E-mail
"Il Manifesto", 18 Dicembre 2005

Da anni vado poco allo stadio, solo quando ne sono costretto dalla professione. Non sopporto più il martellamento montato intorno a qualunque mediocre sfida calcistica che, per le esigenze del nuovo football, ostaggio del business, deve essere presentata e pompata dai media come l'evento del secolo. Tutto è falso e intriso di ipocrisia e dà l'impressione che lo sport in generale e il calcio in particolare non appartengano più al pubblico, ma a una converticola, a una lobby, che usa a suo piacimento proprio gli spettatori, i tifosi, gli ultrà. E l'informazione ha certamente un ruolo fondamentale di propaganda in quest'affare e per questo, come il giornalismo economico o politico, elude, fa finta di non vedere, dimentica, ignora, anche in modo plateale.

L'ultimo episodio di questo tipo di comportamento è della settimana appena trascorsa e riguarda l'assoluzione in appello, al Tribunale di Torino, del medico sociale della Juventus Riccardo Agricola (condannato in primo grado a quasi due anni di carcere) e dell'amministratore delegato della stessa società Antonio Giraudo, che erano accusati, l'uno di aver deciso e l'altro di aver autorizzato un abuso di farmaci nei riguardi dei tesserati della società più blasonata d'Italia, negli anni d'oro della prima Juve di Marcello Lippi. E questo per aumentare artificialmente il potenziale psicofisico dei giocatori, allontanare la soglia del dolore e forzare i limiti della loro tenuta e resistenza. Insomma, per truccare le regole del gioco.

Il giorno dopo questa sentenza l'impressione, leggendo la maggior parte dei giornali, era che non solo il primo giudizio del giudice monocratico Casalbore non fosse stato mai emesso, e nemmeno avessimo mai visto l'imbarazzante sfilata in tribunale piena di “non ricordo” e di omertà da parte dei giocatori, ma che l'unico verdetto da rispettare fosse il secondo, quello della corte d'appello. Pareva che l'indagine, durata quasi sette anni, del giudice Guariniello, fosse stata, nel migliore dei casi, un esercizio perverso di un magistrato condizionato da un pregiudizio e nel peggiore un complotto o un accanimento giudiziario, reso possibile da una contestata perizia super partes dell'ematologo prof. D'Onofrio, che aveva sostenuto l'evidente somministrazione agli atleti, da parte del dottor Agricola, anche di EPO, la famosa eritropoietina, che tante vittime ha causato negli ultimi anni nello sport moderno.

Ora io non mi permetto di discutere nessuno dei due giudizi, e oltre ad aspettare il dispositivo di sentenza del Tribunale di Appello, penso sia necessario, se l'accusa ricorrerà in Cassazione, aspettare anche le conclusioni della suprema corte. Ma è veramente imbarazzante constatare, al di là delle felicitazioni ai due dirigenti juventini per la vittoria nell'appello, come tutti, compresa l'informazione che avrebbe l'obbligo di conservare la memoria dei fatti, abbiano dimenticato dell'inquietante presenza nell'entourage della Juve, nel '98, del medico catalano, dottor Guillermo Laich e del preparatore atletico olandese Henk Kraaijenhof , non si sa ingaggiati e pagati per che cosa. Questi due personaggi avevano e hanno una fama da veri santoni nel mondo dell'atletica leggera, specie per la loro millantata capacità di “preparare” atleti e di trasformare, in certe occasioni, i ronzini in purosangue. Il dottor Laich, che all'inizio degli anni '80 era il pupillo del dottor Robert Kerr, il mago di Venice, in California, reo confesso, anni dopo, in un'intervista che mi concedette, di avere “aiutato a volare” con metodi non corretti mezza nazionale nordamericana alle Olimpiadi di Los Angeles dell'84, è uno, per esempio, di cui conservo l'autografo. Ce l'ho in fondo ad una lettera nella quale prometteva a Pietro Mennea che, se avesse seguito le sue “terapie” e i suoi metodi, lo avrebbe fatto arrivare in finale alle Olimpiadi di Seul, malgrado Pietruzzo in Corea avrebbe avuto 36 anni. Neanche la professoressa Aslan, la rumena che per anni illuse le donne di cancellare le loro rughe, poteva assicurare tanto. Il più grande velocista della storia dell'atletica italiana quella lettera, in fotocopia, me l'ha regalata, e io la tengo gelosamente nel mio archivio.

Ricordo di averne fatto menzione anche al compianto avvocato Chiusano, ex presidente della Juventus, in un sudato dibattito televisivo nell'agosto del '98, quando Zeman, con molta onestà intellettuale, denunciò la piaga dell'abuso dei farmaci, un'abitudine nefasta che riguarda tutto il calcio italiano e forse internazionale, ma che l'informazione è abituata colpevolmente ad eludere, specie quando riguarda i grandi potentati del pallone. In quell'occasione chiesi all'avvocato Chiusano a cosa servisse pagare a questi signori, presentati dall'ex commissario tecnico dell'atletica azzurra Elio Locatelli, 50 milioni di lire per una consulenza sui metodi di allenamento, visto che la Juventus aveva già uno dei migliori allenatori italiani, uno dei più stimati preparatori, Ventrone, e, particolare non trascurabile, una squadra fortissima. Chiusano prese la mia domanda come una bizzarria e mi disse che per fare certe affermazioni su professionisti come Laich e Kraaijenhof bisognava avere le prove. Io risposi che le avevo. Il discorso finì lì. Subito dopo l'estate venne lo scandalo del laboratorio antidoping dell'Acquacetosa, che costò a Pescante la presidenza del CONI e che segnalò che proprio i club più prestigiosi erano quelli che godevano del privilegio di non veder prese mai in considerazione da parte del laboratorio le fiale riguardanti i liquidi organici dei loro giocatori. Una farsa finita anch'essa nell'oblio, dopo che per un anno le provette dei nostri protagonisti del pallone furono inviate a degli istituti di Lipsia o di Barcellona.

Ma la domanda rimane attuale. Che stagione fu quella vissuta dalla Juventus nella seconda metà degli anni '90, indipendentemente dal fatto se un tribunale ha creduto di identificare indizi di reato e un altro invece no? Perché giovani e brillanti professionisti del calcio come Deschamps, Vialli, Conte, erano costretti a fare la figura di vecchietti senza memoria e a mostrare di fronte al giudice un atteggiamento omertoso, imbarazzante, che certamente non faceva loro onore?

Sono immagini che avrebbero dovuto suggerire all'informazione un minore servilismo nei commenti, perché, come i colleghi sanno, nello sport come nella politica, non è solo importante se si riesce a provare o no l'esistenza di un reato perseguibile, ma quello che un certo comportamento segnala e fa capire dal punto di vista etico. Una cosa è leggere, per esempio, il verdetto del Tribunale di Palermo che assolve il senatore a vita Giulio Andreotti, e un'altra è prendere coscienza di certe verità scomode sulle connessioni fra politica e mafia, segnalate dalle conclusioni dei giudici, che certo non sono edificanti per un cattolico e uno statista internazionale come l'ex Presidente del consiglio.

Per questo dai dirigenti della Juventus ci saremmo aspettati dichiarazioni più pacate e responsabili.Con tutto il rispetto, infatti, per Antonio Giraudo, che sta guidando la Juventus a tante vittorie, suona veramente imbarazzante sentirgli mandare messaggi arroganti a Zeman e sentirgli dire “Ora saremo durissimi con quei personaggi, squalificati e faziosi, che ci hanno danneggiati”. Cosa vuol dire Giraudo? Che farà attaccare il prof. D'Onofrio da un pitbull, o che farà cacciare il giudice Guariniello? E perché definisce squalificati dei professionisti che fanno il loro lavoro e come lui possono avere indovinato o sbagliato una decisione? Il delirio d'onnipotenza del calcio è spesso fastidioso nelle parole, per fortuna anche se sgangherata, quella italiana è ancora una democrazia. Per questo siamo convinti che le due puntate che Roberta Petrelluzzi ha realizzato per “Un giorno in pretura”, con le emblematiche immagini delle udienze del primo processo riguardante questa storia, non siano andate in onda l'altra sera per un semplice ritardo nel montaggio e saranno programmate a breve.

In caso contrario dovremmo prendere atto che il business calcio è più potente perfino dell'economia e della politica scorretta del nostro tempo, forse perché ormai ne è il simbolo più spettacolare e imbarazzante.

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