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Il pallone dell'arroganza Stampa E-mail
"Il Manifesto", 28 agosto 2005

Inizia il nuovo campionato di calcio con un seguito di beghe, polemiche non sopite e atti giudiziali non risolti che non assicurano eccessive speranze. D'altronde in un contesto dove le risorse sono divise in un modo scorretto e tre squadre, solo tre, Juventus, Milan e Inter, possono coltivare il diritto di vincere, quale può essere la credibilità? L'atteggiamento che tiene insieme le varie anime del football italiano è, senza ombra di dubbio, l'arroganza.

E non c'è da sorprendersi in una società dove, dopo dieci anni di discesa in campo del cavalier Berlusconi, le tutele, le regole, i paletti per salvaguardare i diritti dei meno forti, di chi non è potente, sono saltati, in ogni settore, in nome delle presunte leggi del mercato. Il gioco del calcio è fotografia e simbolo della nostra società sbracata, dissestata e arrogante. E quindi non poteva essere altrimenti: la prepotenza regna sovrana.

Delle nove partite del campionato di serie B in programma ieri alle 15, per esempio, se ne sono giocate solo due, Bari-Ternana e Catanzaro-Vicenza. A parte Verona-Avellino, anticipata a venerdì e Pescara-Torino che era stata differita per l'emergenza che sta vivendo la squadra granata, sei gare sono state rinviate dai sindaci di Arezzo, Bergamo, Brescia, Cesena, Modena, Piacenza che, insieme ad altri colleghi, contestano la decisione presa dai club di B (senza nemmeno consultarli riguardo alle abitudini e ai diritti dei cittadini non tifosi di calcio) di giocare il campionato il sabato alle 15. E questo per una imprescindibile esigenza economica: 20 milioni di euro dei diritti tv in chiaro che la Rai, privata della serie A, pagherà trasformando anche il torneo cadetto in un evento. Corioni, presidente del Brescia che non disdegna la fama da squalo, dice che «il prodotto» il sabato pomeriggio può valere, al prossimo rinnovo di contratto, anche il doppio, anche 50 milioni di euro a cui il calcio minore, quello che riguarda tutti i club meno Juventus, Milan e Inter e pochi altri, il calcio scoppiato e illuso dei nostri giorni, proprio non può rinunciare. E che il resto dei cittadini, le abitudini, la tradizione e la vita spicciola della città, delle famiglie, vada a farsi benedire.

Capisco l'esigenza ma mi domando chi si credono di essere questi presunti imprenditori dei nostro football, da sempre incapaci di amministrarsi, sempre in rosso malgrado la valanga di miliardi che i diritti tv per le trasmissioni in chiaro, via satellite e ora in digitale terrestre, hanno rovesciato nei loro bilanci più recenti. Questi signori che non sono stati capaci in tutti questi anni di vacche grasse di dotare i loro club di stadi privati e che quindi utilizzano impianti che spesso sono destinati al sabato alle esigenze dei cittadini comuni che non vogliono essere ostaggi del gioco del pallone, sanno cos'è il senso civico? E non si sono mai sforzati di ragionare non tenendo solo a mente le loro esigenze di cassa? Forse era sufficiente intavolare prima un dialogo con le amministrazioni comunali che, guarda caso, hanno espresso un'esigenza sentita trasversalmente da destra e da sinistra. E partecipano, non dimentichiamolo, alla gestione dell'ordine pubblico pagato dai contribuenti, non dai club. No, il mondo del calcio italiano attuale, il rispetto dei diritti di tutti proprio non lo conosce. Conosce solo l'arroganza come se il gioco del pallone fosse la cosa più importante nella società dove viviamo.

Eppure basterebbe considerare quali immagini, in questi giorni, questo universo sta offrendo per chiedere a questi prepotenti di abbassare almeno i toni.

Carraro, il presidente della Federcalcio, è stato iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Roma per abuso di ufficio su denuncia di Aliberti, presidente della Salernitana, che non ha ottenuto l'iscrizione al campionato di B e quindi deve ripartire dalla C. Ma poi si scopre che il tribunale del riesame di Salerno ha sequestrato azioni alla società proprietaria della Salernitana nell'ambito di un processo per estorsione e gravi reati associativi ritenendo che le stesse azioni siano solo formalmente del signor Aliberti. ma in realtà appartengano a Pasquale Casillo. ex boss del Foggia e dell'Avellino plurindagato.

Senza dimenticare il Torino, cornuto e mazziato, che dopo essere rimasto vittima per cinque anni della sciagurata gestione di Cimminelli, juventino e uomo Fiat, e dei poteri che in città manovravano da sempre per la sua estinzione, è ora riscaraventato in B per il suo contenzioso col fisco, ma salvato dal Lodo Petrucci, e vicino ad esaudire i desideri di chi ha pianificato la sua sparizione perché «Torino non assicura un bacino di utenza che contempli due squadre in serie A».

Credo che questo sia uno degli esempi massimi di prepotenza. Non solo ti voglio debole e senza risorse per poterti battere sul campo, proprio non ti voglio fra i piedi, perché il mercato lo sconsiglia e sarebbe dannoso per l'economia del mio club, la Juventus. Ho già scritto sul manifesto questa storia, ora ho una prova in più della sua consistenza.

E' sufficiente dare via libera a uno che si chiama Giovannone, viene da Ceccano dove sarà candidato sindaco per An e importa personale infermieristico dalla Romania, dove sono poveri, ma evidentemente capaci di formare meglio di noi e con pretese minori» chi ci deve accudire nella nostra disastrata sanità. Giovannone sta nell'ombra, fa fare tutte le pratiche burocratiche per il Lodo Petrucci all'avvocato Marengo e a Rodda (presidente dei piccoli industriali di Torino) poi, quando si tratta di concludere l'affare che prevederebbe, secondo le sue aspettative, anche le possibilità di subentrare a Cimminelli nel business degli stadi (Comunale e Filadelfia) della città di Torino Olimpica 2006, batte banco e con meno di 200mila euro spera di papparsi un club di serie B. In realtà una squadra messa insieme da Michele Padovano, un ex giocatore della Juventus, che è una scatola vuota ma per un anno almeno potrà incassare i milioni di euro dei diritti tv della «mutualità» che la Lega di Galliani e Giraudo non nega nemmeno a una squadra fatta di scarti, giocatori in disarmo e un avvenire senza alcuna sicurezza. Come può, ad esempio, Claudio Lotito, presidente della Lazio, che ha rocambolescamente dilazionionato in 23 anni i debiti fiscali del club che presiede, aiutare la cordata con la quale Giovannone vuole assicurarsi il Torino? Quale storia nasconde questa notizia? Mercoledì lo sapremo dallo stesso Giovannone se avrà i contanti per trasformare il Torino in una spa o se gli subentrerà Urbano Cairo, ex assistente di Berlusconi diventato negli ultimi giorni il rivale dell'imprenditore ciociaro. E' il calcio degli inciuci politici, del paternalismo, delle elemosine pelose, basato sui ricatti, sull'arroganza del potere, sulla faccia tosta. Perché la gente dovrebbe ancora crederci?

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