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Complotto contro il vecchio Torino Stampa E-mail
"Il Manifesto", 18 agosto 2005

Affermo subito che sono torinese e torinista e che non sopporto più l'importanza e i significati ipocritamente virtuosi ed esagerati che la maggior parte dei mezzi di comunicazione italiani usano ogni giorno dare allo spettacolo del gioco del pallone, per interressi palesi nell'indotto dell'industria del calcio. Ma la richiesta di spazio per le vicende del mio vecchio e amatissimo Toro, ha questa volta una giustificazione quasi sociologica e tesa a leggere un malessere, quello della città della Mole, che era governata da un «reame» (la Fiat), ha vissuto per un secolo in regime di monarchia, quella della famiglia Agnelli, ed ora, non essendo ancora stata dichiarata in città la Repubblica tecnologica che succede alla monarchia industriale, non ha ancora il coraggio dell'indipendenza dai voleri di chi è succeduto a Gianni e Umberto Agnelli nel dirigere la Juventus, figlia prediletta della famiglia reale.

 

Perché è palese, anzi plateale, che il mondo dell'imprenditoria di Torino, ancora ricco di molte risorse, anche dopo la crisi della Fiat (o proprio per questo), non ha mosso un muscolo non dico per venire incontro all'amministrazione dissennata del Torino del presidente Ciminelli (escluso dalla serie A per pesanti pendenze mai sanate con il fisco) ma nemmeno ha ritenuto conveniente investire nella nuova società che nasceva dal lodo Petrucci e che disputerà di nuovo il campionato di serie B.

Dalla Spagna è venuto un uomo d'affari, Lorenzo Sanz, ex presidente del Real Madrid, a rilevare il Parma, sopravvissuto al disastro economico della Parmalat a fronte del quale i debiti dell'AC Torino di Ciminelli sono bazzecole, e che ha un «bacino d'utenza» pari al 50% di quello granata. Nella città che fu capitale del regno dei Savoia e anche, per poco, del regno d'Italia, nessuno invece, salvo Rodda, presidente dei piccoli e medi industriali e Luca Giovannone, un imprenditore che viene dal Lazio, ha ritenuto di sfruttare l'occasione come recentemente hanno fatto Della Valle per la Fiorentina, De Laurentis per il Napoli e, anche se con un altro percorso, Zamparini per il Palermo e Garrone per la Sampdoria. Gente che non ha mai fatto affari per perdere soldi, convinti quindi che il football, se ben amministrato, è ancora un investimento vantaggioso.

E invece, nei giorni drammatici in cui è stato consumato l'ennesimo tentativo di far sparire la società erede della gloria di Valentino Mazzola o di Maroso, di Ferrini o di Meroni, a Torino, nell'ambiente degli affari, girava una parola d'ordine, che il sindaco Chiamparino può confermare: stare alla larga dall'ennesima crisi della seconda (o prima?) società calcistica della città. Non me ne sono stupito, perchè anni fa proprio Calisto Tanzi, quando ancora non s'era infilato nel buco nero che lo ha espulso dall'impero industriale che lo aveva creato, mi rivelò che, essendo tifoso del Toro come tutti quelli erano giovani nel primo dopoguerra, aveva pensato di rilevare la società dopo le stagioni felici di Orfeo Pianelli e di Sergio Rossi, ma qualcuno dell'area Fiat lo aveva immediatamente stoppato: «Lascia perdere il Toro, è ormai moribondo».

E allora, credo sia logico chiedersi: chi non vuole che la squadra del Torino esista? Chi da anni fa in modo che questo club, erede di tanta gloria calcistica, non abbia più diritto di coltivare sogni di successo, anche momentaneo, e sia costretto mestamente a passare dalle mani di presidenti e manager senza passione, senza dignità, inadeguati, demotivati, «juventini» e con una costante comune, l'assenza e la precarietà di mezzi economici a disposizione?

Perché, insomma, al Torino che ha nella città 50mila tifosi capaci, due anni fa, per esorcizzare il giorno dell'ennesima retrocessione in B, di salire al colle di Superga (il luogo della memoria tragica granata) non è più permesso coltivare ambizioni non dico da Milan, Inter o Juventus, ma da Udinese, da Sampdoria, da Palermo (che pochi anni fa era addirittura fallito ricominciando dai semi-professionisti) o perfino da Chievo (che da cinque anni gioca ininterrottamente in serie A)? Quale logica o trama politico-economica perversa e antisportiva condanna dunque, da dieci anni, ad una esistenza perennemente incerta, una società che per la festa della promozione in A, solo due mesi fa contro il Perugia, ha portato allo stadio delle Alpi 60mila persone, più della Juventus campione d'Italia?

Credo quindi non sia banale una riflessione se per rispondere a questo interrogativo, che forse è anche una parabola del metodo sciagurato ed egoista imposto in questi anni dalla Lega calcio alla sconsiderata repubblica del football nazionale. Un metodo ostaggio della visione del mondo di Galliani e Giraudo, secondo la quale ha ragione e vince solo chi è più ricco o chi sa strappare più soldi al famoso mercato. Altri meriti non contano.

Se prevalgono simili principi, forse, è proprio questa marcata supremazia del tifo granata in città la colpa che ha condannato e condanna il Toro. Avere in città, anche dopo più di dieci anni di tribolazioni, un «bacino d'utenza» (frase oscena costantemente in bocca ai mercanti del calcio) superiore a quello della Juventus, la squadra che ha vinto più scudetti nel paese, la squadra che fu della Fiat e continua ad essere tutelata dalla famiglia che l'ha fondata, è evidentemente un peccato imperdonabile, che condiziona perfino la volontà degli imprenditori più brillanti del Piemonte e non.

Gianni Agnelli che da vero viveur e appassionato di calcio, godeva il derby come pochi, non avrebbe mai accettato una situazione simile, ma il fratello Umberto, in tempi non sospetti, espresse l'idea addirittura di fondere Juventus e Torino in una sola formazione e, più recentemente, Antonio Giraudo, il dirigente a lui più vicino, con la franchezza brutale che lo contraddistingue, disse chiaro e tondo che Torino non poteva permettersi due squadre. E l'esclusa, inevitabilmente, non poteva che essere il club erede del Grande Torino, una formazione che è nella storia mondiale del gioco del pallone ma che, nella visione neoliberista di Giraudo, non ha nessuna ragione o merito per accaparrarsi il tifo e l'economia calcistica della città. Un concetto ribadito nei giorni in cui il Torino stava per scomparire, quando ha fatto sapere che, avendo la Juventus problemi per la riconversione dello stadio Delle Alpi, già pensava di riprendersi il vecchio Comunale riadattato per le Olimpiadi della neve 2006 e assegnato al Toro.

Insomma, i tempi sono cambiati, ma anche ora che il mito della Fiat è tramontato e che la città vive con fatica il trapasso dall'era industriale a quella tecnologica per non essere stata capace di prepararsi in tempo al cambio epocale che ha posto fine al regno della grande fabbrica, sopravvive a Torino l'abitudine a non infastidire la creatura più amata dalla famiglia, la Juventus e a non intralciare i suoi piani in un calcio sempre più ingiusto e meno sportivo.

Credo che la rinuncia a coinvolgersi a far grande il Torino di industriali di fede granata come Giribaldi, Ferrerò, Lavazza, Del Vecchio, ecc, sia dovuta anche a questa regola. Dopo la tragedia di Superga 55 anni fa e la faticosa ricostruzione, solo Orfeo Pianelli e Sergio Rossi, pur lavorando le loro industrie con l'indotto Fiat, hanno avuto la dignità di non soggiacere a questo atteggiamento di riverenza verso i padroni dell'altra squadra cittadina. Anche Borsano lo fece con l'aiuto di Craxi, ma con l'avvento di «mani pulite», che però sfiorò anche la Fiat, il suo castello che aveva portato i granata a una finale Uefa, crollò. Poi solo macerie.

Così, ora, il mio vecchio Toro, quasi centenario, salvato con il lodo Petrucci dall'iniziativa di alcune persone di buona volontà, guidate dall'avvocato Marengo, si prepara, con una assenza di qualunque ambizione, a disputare nuovamente il campionato di serie B, dove è stato ricacciato. Ai nuovi amministratori, ai quali riconosco il merito di aver creduto alla sopravvivenza di una possibile idea di Toro, sento però l'esigenza di dire: «Per favore, non raccontateci pure voi la favola di aver salvato il Torino».

Non lo fate per scaramanzia e non lo fate perché non è più vero. Cinque anni fa Francesco Ciminelli, un imprenditore calabrese prosperato con l'indotto Fiat e per di più tifoso della Juventus, fece la stessa affermazione comprando una società apparentemente «sull'orlo del fallimento» da tre improvvidi ragazzi radicati a Genova e guidati da Massimo Vidulich. Abbiamo visto quale è stato il risultato: un avanti e indietro fra serie A e serie B nelle cui pieghe la squadra ha disputato anche il peggior campionato di A della sua storia e il più avvilente nella serie cadetta

Se Ciminelli, affiancato dal suo scudiero Romero, ex portavoce dell'avvocato Agnelli, non ci avesse all'ultimo momento «salvato», saremmo ripartiti infatti per merito della storia sportiva del Toro, dalla CI, ma magari gestiti da un presidente o da un manager ambizioso e capace di farci sognare. Ed ora, forse, ci troveremmo in serie A con aspirazioni come quelle dell'Udinese, del Palermo o della Sampdoria che pure, come noi granata, hanno conosciuto la povertà e, nel caso dei siciliani, perfino l'estinzione e ora invece, disputano la coppa Uefa o aspirano alla Champions Ligue.

Per questo noi torinisti non vogliamo più sentir parlare di gente che ci salva e che per questo dobbiamo riverire. Sono più di dieci anni infatti che ci prendono per i fondelli, il primo, dopo il tramonto di Borsano, evaporato con la crisi della politica, fu Calleri che in due anni fece mercato di quaranta giocatori (fra cui Bobo Vieri, svenduto al Venezia), ridusse (d'accordo con Gigi Gabetto e il suo staff poi inquisito dalla magistratura) da dodici a sei le formazioni del nostro vivaio (che da allora cessò di essere il migliore d'Italia) e se andò alla fine vendendo molto bene alla «cordata dei genovesi». A essere precisi, fu anche l'ultimo presidente granata che vinse qualcosa: un torneo di Viareggio con la Primavera di Claudio Sala ma nove giocatori su undici della formazione erano stati lasciati in eredità dalla gestione Borsano.

Vidulich e compagni che gli succedettero, vantandosi sempre di «aver salvato la vita del Toro», fecero pure peggio perché, al contrario di Calleri, non mostravano molta attenzione per i bilanci. L'ultimo «presunto salvatore» è stato Ciminelli che, a parte la prima stagione, sembra cinque anni dopo aver preso il Toro solo per fargli vivere una vita grama, mentre lui, come imprenditore, entrava nel business edilizio di Torino 2006. Niente male.

Perché il Torino è dovuto finire a forza nelle mani di questi imprenditori rampanti, ma senza passione e simbolo della disinvoltura dell'attuale mondo economico italiano?

Ho molto rispetto di chi come i dirigenti della nuova società nata con il lodo Petrucci non illude la piazza, ma anche l'avvocato Marengo, Rodda e Giovannone sanno che un campionato del Toro teso solo a non retrocedere in serie C, non ha nessun significato e non lo ha per una città granata come Torino.

In bocca al lupo, comunque e speriamo che una città affascinante, ma presuntuosa e avara come quella dove sono nato e ho studiato, non vi lasci soli in ossequio alla vecchia abitudine di non intralciare le strategie di chi presuntamente pesa o detiene il potere.

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