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Vecchio Toro, futuro senza speranze Stampa E-mail
"Il Manifesto", 1 luglio 2005

Il Torino è ritornato in serie A e da tifoso antico della sua maglia dovrei gioire. Ma non me la sento più di tanto perché il mio vecchio Toro continua a essere una società precaria (deve all'erario 30 milioni di tasse non pagate) e, come la maggior parte delle squadre professionistiche italiane, sembra non avere futuro.

Eppure il Torino è ritornato in serie A superando ai play off il Perugia anche se sconfitto nella partita di ritorno in casa. A quell'incontro hanno assistito quasi 60 mila persone accalcate nello scomodo stadio Delle Alpi. Ma in risposta a questa esplicita dichiarazione di credito da parte del pubblico, il presidente Cimminelli, che per i granata pensa sempre in grande, ha annunciato che lo stadio comunale, affidatogli nell'ambito della divisione dei beni sportivi di Torino dal magnanimo sindaco Chiamparino, avrà una capienza (dopo il restyling per le Olimpiadi invernali 2006) di 27 mila spettatori. E' evidente, considerato questo dato, che Cimminelli non ha nessuna fiducia né speranza di poter condurre il vecchio club di Valentino Mazzola non dico in Champion's League, ma nemmeno in Uefa, ed è conscio di poter allestire per la A al massimo una formazione costretta a lottare per non retrocedere nuovamente. Cimminelli fa sapere insomma a quei 50 mila appassionati, capaci nel 2003 di festeggiare il più grande disastro tecnico-sportivo della storia del Toro salendo tutti insieme a Superga, e capaci quest'anno di riempire, più della Juve Campione d'Italia, il malnato stadio Delle Alpi, che non avranno motivo per ritornare in una arena a gridare “Forza Toro”.

Non è una prospettiva entusiasmante per uno come me che il Toro lo ama da un giorno del '46, nel quale vide i granata battere la Juve nel derby con un gol di Castigliano e, pochi mesi dopo, vide nuovamente quell'inimitabile squadra, uscita dai dolori della guerra, superare ancora una volta al mitico Filadelfia i “gobbi” bianconeri con un gol di Gabetto.

Da bambini ci eravamo abituati a vincere con la continuità inarrestabile del Grande Torino e fu duro, dopo la tragedia aerea di Superga (nel maggio del '49), adattarsi a vedere la nostra squadra, ricostruita in qualche modo, arrabattarsi per sopravvivere, attaccandosi, di volta in volta, a eroi venuti da lontano: l'argentino Jo Santos, che, secondo alcuni compagnucci dell'oratorio dei salesiani, “aveva un tiro che spaccava i pali”, o gli svedesi Bengtsson e Hjalmarsson, oppure Horst Buhtz, detto “il nostro tedescuccio”, che possedeva una Volkswagen Maggiolino appena nata, capace, come lui, di andare lenta ma sicura verso ogni meta. Ci fu pure la stagione di Law e Baker, due artisti britannici creativi e indisciplinati, portati da Gigi Peronace e compagni di squadra di Enzo Bearzot, che ci regalarono lampi di sogni.

Ma la precarietà di questi lunghi anni era comprensibile. A Torino dettava legge la Juventus della famiglia Agnelli e della grande fabbrica Fiat, che addirittura reputavano antieconomica l'esistenza a Torino di due club calcistici e tentarono perfino di strappare ai granata Gigi Meroni, un artista del pallone, che poi morì tragicamente, il cui trasferimento fu bloccato da un vero e proprio movimento di piazza. Eppure in quella stagione del primo calcio veramente industriale del nostro Paese, il Torino seppe fare innamorare un imprenditore, Orfeo Pianelli (recentemente scomparso), che con un socio, Nanni Traversa, fu capace di creare, malgrado avessero una azienda che lavorava per l'indotto Fiat, una squadra granata da scudetto. Quella di Castellini, “il giaguaro”, Sala, “il poeta”, Graziani e Pulici, “i gemelli del gol”, che, insieme ad altri, fra cui proprio Renato Zaccarelli, capo carismatico della promozione di domenica scorsa, espresse il miglior calcio degli anni '70, costringendo Enzo Bearzot, ormai diventato commissario tecnico della Nazionale, a convocare molti di quei ragazzi granata in maglia azzurra, senza poter essere accusato di partigianeria.

In verità quel Toro degli anni '70, allenato da Gigi Radice, di scudetti ne avrebbe potuti vincere un paio di più, ma uno, guarda caso, gli fu sottratto proprio sotto il naso, con un solo punto di vantaggio, da una Juve che approfittò della consueta disattenzione arbitrale verso una squadra, il Toro, che non era espressione del grande potere finanziario.

Poi i sogni per i tifosi furono permessi solo nei brevi anni di presidenza di Sergio Rossi, anche lui recentemente scomparso, con un'industria anch'essa legata all'indotto Fiat, ma con un orgoglio e una dignità che lo facevano ragionare come rivale e non come partner dei bianconeri della famiglia Agnelli. Se la Juve comprava Platini, il Toro di Rossi rispondeva con Leo Junior, asso brasiliano. Anche un figlio della politica più disinvolta come Borsano portò successivamente il Toro a lottare per una Coppa Uefa mancata contro l'Ajax di Amsterdam (dopo aver eliminato il Real Madrid) solo per colpa di tre pali assassini, ma purtroppo ci lasciò le ferite economiche che ancora non si sono rimarginate.

Ecco, è proprio questo destino, imboccato dopo quella finale europea ad Amsterdam, ad umiliarci come tifosi. Un destino di ineluttabile povertà, di carenza economica, di cattiva amministrazione, che non terminò nemmeno dopo la svendita di quella rosa così ricca e che ormai dura da più di dieci anni. E' quel destino che ci insegue, dal tempo del notaio Goveani e che è proseguito con Calleri (pronto a smontare il miglior vivaio calcistico d'Italia), con Vidulic e gli altri good fellas di Genova e anche nei recenti anni mediocri di Cimminelli, un altro industriale che lavora nell'indotto Fiat. Un destino che ci vieta anche l'allegria per un ritorno in serie A. Perché cinque anni dopo l'avvento di Cimminelli, tifoso della Juve che prese il Toro col beneplacito dei dirigenti della sua squadra del cuore, ci viene fatto sapere, per bocca del suo portavoce, il facente funzione di presidente Romero, che i granata non possono aspirare nemmeno a un futuro come l'Udinese, la Sampdoria e perfino il Palermo, il Livorno e il Messina, club questi ultimi tre, che hanno conosciuto disastri peggiori del Toro e che pure ora si possono permettere di far sperare i propri tifosi.

Il club erede del Grande Torino invece deve trascinarsi da una precarietà all'altra, puntando al massimo sull'emergente allenatore Arrigoni o su Mudingavy, africano valorizzato dal parsimonioso calcio belga, o, come ho letto l'altro ieri, su un danese, Christian Keller, un nome che ricorda più quello della protagonista dello “scandalo Profumo” nell'Inghilterra spregiudicata degli anni '60, che quello di un protagonista del football.

E' il destino, nell'improbabile calcio italiano attuale, di società come Fiorentina e Napoli, solo recentemente recuperate da una probabile estinzione da imprenditori veri come De Laurentiis o Della Valle, o di club costretti a vivere alla giornata, fra esaltazioni e follie imprenditoriali, come Lazio, Parma, Genoa o Venezia. Nessun medico ha mai ordinato a Cragnotti, Tanzi, Preziosi e Dal Cin, magnati sciagurati di queste società, ora dall'incerto domani, di “salvare” questi club che, dopo il passaggio di simili tycoon della finanza speculativa, sono più disperati di prima. E il mio Toro pare avere meno appeal del Parma del curatore fallimentare Bondi, che, al contrario di Cimminelli, pur dopo il drammatico crack della casa madre Parmalat, pare abbia trovato un imprenditore italo-svizzero, apparentemente disposto a puntare sul club che fino a ieri era di Calisto Tanzi.

Perché dovrei credere a tutto questo? E perché il Torino dovrebbe continuare a sopravvivere completando la rosa con giocatori svincolati e senza avere ufficialmente nessuna risorsa per assicurarsi qualche atleta di valore?

Se il Toro fosse fallito dieci anni fa prima dell'arrivo di Calleri o cinque anni fa prima dell'arrivo di Cimminelli, ora sarebbe nuovamente in serie A perché forse qualcuno, con un altro percorso, partendo magari dalla C, ne avrebbe rilevato il titolo sportivo, non per mortificarlo, come è avvenuto in questi anni, ma per riportarlo ai suoi antichi splendori, come sta facendo senza ansie De Laurentiis con il Napoli e magari senza assecondare più di tanto chi a Torino una seconda squadra ambiziosa e con progetti seri in città proprio continua a non volerla. Per le leggi spietate dell'economia che se ne frega dei derby, delle passioni e dello spirito sportivo e che sta polverizzando la credibilità del calcio.

Ma da buon torinista, abituato a soffrire, continuo a sperare. Penso di così non può andare.

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