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Olimpiadi di guerra Stampa E-mail
"Il Manifesto",  13 agosto 2004

E' difficile dire cosa rappresentano ancora nell'immaginario dei popoli le olimpiadi. E, anche se dopo 104 anni quelle moderne create dal barone De Cubertin torneranno a disputarsi dove sono nate in Grecia, è possibile che la maggior parte della gente le vivrà senza dar loro particolari significati. Insomma un variegato e affascinante spettacolo televisivo, utile solo per rivitalizzare la modesta programmazione estiva dei network delle nazioni evolute nel nord del mondo. Le Olimpiadi infatti non sono per tutti. Molte popolazioni povere, prive non solo di apparecchi televisivi ma di elettricità, nemmeno le vedranno e molte (ne esistono ancora decine di migliaia)ancora adesso non sanno della loro esistenza. Non è una notazione pessimista è la percezione della realtà, anche se  vivendo nella parte sviluppata del pianeta siamo sempre portati a credere che tutto quello che migliora e rende gradevole la nostra vita (e le Olimpiadi indubbiamente per il loro messaggio lo sono) sia una conquista riservata a tutti.

Non è così.  Otto anni fa, due giorni prima della fine dei giochi di Atlanta, andai al villaggio de La Realidad, ai margini della Selva Lacandona, in Messico dove si sarebbe svolto il «summit» contro l'economia neoliberale che affama la maggior parte dell'umanità e anche gli eredi della civiltà Maya, in Chiapas. Solo il sub comandante Marcos, (un'intellettuale bianco da anni votato alla causa di quelle popolazioni in resistenza) mi chiese dei risultati e delle sorprese dei giochi che gli Stati Uniti avevano tenuto solo 12 anni dopo quelli di Los Angeles 1984. Per gli abitanti di quella zona dove l'energia elettrica sarebbe arrivata solo qualche anno dopo per merito di una turbina portata da alcuni giovani no global italiani, quell'evento praticamente non si era svolto e non ne hanno mai saputo nulla, come altri milioni di esseri umani magari nell'Africa nera che, pure da tempo, sforna campioni ed eroi olimpici specie nelle gare di corsa.

Le Olimpiadi moderne, alla fine dell'800, sono nate nell'idea di De Cubertin, non solo come una occasione di recupero della fratellanza fra le genti, ma anche come un momento di riscatto umano.

Per questo dovevano essere libere dai lacci della politica. In realtà non lo furono mai. I governi, specie quelli dittatoriali, ma anche quelli che fanno sfoggio esagerato e continuo della parola democrazia, tentarono sempre di usarle per le proprie strategie. La differenza, rispetto a un recente passato, è che tutte le ipocrisie imposte agli atleti (dal falso dilettantismo alla copertura della pratica del doping) una volta erano fatte in nome della patria e ora del mercato e dello sponsor che può creare e distruggere qualunque carriera.

«Ci importano le medaglie d'oro» ha tuonato un alto dirigente del nostro comitato olimpico in una riunione dove gli si prospettava la possibilità della nostra squadra di, ginnastica ritmica di ottenere un dignitoso quinto o sesto posto ad Atene. «Un simile piazzamento non paga. Non interessa chi ci sovvenziona.»

Certo nonostante i giochi che cominciano oggi saranno sotto la tutela degli aerei radar in grado di segnalare ogni velivolo minaccioso, e malgrado gli atleti Usa hanno avuto l' ordine di mimetizzarsi al Villaggio Olimpico, è probabile che Atene, per la sua storia e civiltà, come già riuscì (nel '92 a Barcellona, riesca a restituire alle Olimpiadi una ragione, una funzione, un significato positivo, un'occasione di speranza. Ma è palese come nel '68 (dopo la strage perpetrata a piazza Delle Tre Culture dalle forze di sicurezza messicane ) che si gareggerà con il fiato sospeso e non solo per i risultati. E' possibile che la tensione politica innestata dall'1l settembre, dalla seconda Intifada e dalle guerre in Afghanistan e Iraq pesi ancora una volta, sulla tranquillità dei giochi.

E l'altro giorno Cari Lewis, eroe Usa in quattro recenti Olimpiadi, ha espresso il disagio che questa situazione procura al popolo degli sportivi che si accingono alle gare. Fedele alla franchezza mostrata dal suo maestro Tommy Smith, nel '68 a Messico, quando esplose la protesta degli atleti neri d'America, è stato spietato con il governo del suo paese e con il suo presidente, Bush junior, responsabile secondo lui, di questo incubo. Così è stato patetico il tentativo di alcune pagine sportive italiane di minimizzare quello sfogo. E poi ci dicono che l'Olimpiade non è un evento politico.

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