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Quando Guevara giocava Stampa E-mail
Laureus, n.3 maggio 2004

“Lo chiamavamo Fuser , il furibundo Serna , dal nome della madre Celia de la Serna, perché malgrado l'asma che lo affliggeva, il suo temperamento scandiva le nostre partite di rugby e il suo ansimare diventava spesso una specie di grido di battaglia. “Vai Fuser!” urlavo mentre la palla ovale ondeggiava nelle mie mani prima del lancio, e sapevo che, con più puntualità dei miei fratelli Tomas o Gregorio, o di suo fratello Roberto, lui era già scattato per ricevere il passaggio. Roberto e Tomas erano forse tecnicamente più bravi di Fuser in quello sport, ma non avevano la sua ostinazione, quella che ora i cronisti sportivi chiamano la rabbia agonistica.”

Alberto Granado, ottantaduenne medico-biologo argentino, compagno di Che Guevara nel leggendario viaggio in moto attraverso l'America Latina del 1952 e ora pensionato a Cuba, mi ha raccontato la passione per lo sport del suo amico Ernesto con una precisione e una allegria particolare. Perché il gioco, l'esercizio fisico, la sfida è stata alla base della loro indimenticabile gioventù. Granado è piccoletto, con le gambe storte, le ginocchia che fanno “crack”, ma giura che l'entusiasmo che ancora lo sostiene, lo deve alla pratica sportiva, mai interrotta, nemmeno adesso che “un malefico infarto tre anni fa mi ha costretto a praticare solo il nuoto”. Anche la verve che ha mostrato nel mio documentario “In viaggio con Che Guevara” presentato al festival di Berlino, e che il regista Walter Salles ha sottolineato nel film “I diari della motocicletta” (applaudito al festival di Cannes) è il prodotto di questo amore per l'agonismo condiviso con il suo amico Ernesto Guevara.

Così è normale siano i ricordi del Che, quando per gli amici era solo Fuser, a occupare di più il suo racconto “Io, che ero il più vecchio, nelle partite di rugby nella nostra Cordoba, ma anche a Buenos Aires (quando siamo scesi nella capitale) disegnavo la tattica. Il Che in quella squadra che si chiamava Estudiantes era prima un'ala e poi il quarter back. Ma giocava anche da hoocker, tenace e indistruttibile. Era resistente, nonostante la tosse (che cercava di neutralizzare uscendo ogni tanto dal campo per inalare un calmante). Quando invece giocavamo a calcio lo usavamo, spesso, come marcatore del giocatore avversario più dotato. Non gli dava tregua, e alla fine quel suo ansimare sul collo di questo malcapitato, aveva l'effetto di neutralizzarlo. Io come calciatore ero modestamente il meno peggio del gruppo. Avevo piedi discreti, sapevo trattare la palla, tanto che qualcuno mi chiamava Pedernerita , cioè piccolo Pedernera, l'idolo del calcio argentino, emigrato nel calcio milionario della Colombia di allora. Per le qualità che avevo era una definizione forse esagerata, ma nel paese dei ciechi il guercio è re”.

Granado ha riso di cuore sottolineando i particolari e massaggiandosi le ginocchia che ultimamente lo hanno tradito ma che non ha voluto più sottoporre ai ferri del chirurgo. Ed ha cercato di evitare la retorica anche quando ha parlato dell'amico Ernesto. “Nel calcio il Che non eccelleva come nel rugby. Oltre che come marcatore capace di ossessionare qualunque avversario lo mettevamo spesso a guardia della porta, come capita talvolta con i compagni meno brillanti. Ma aveva troppe altre qualità per potermi comparare con lui. Credo sentisse un particolare affetto per me, tanto da chiamarmi Mial , mio Alberto, proprio perché, nella nostra gioventù, mi sentiva come una specie di allenatore, di direttore tecnico, della sua frenetica attività sportiva.”

L'avventura vissuta attraversando l'Argentina, il Cile, il Perù (anche nel suo tratto amazzonico), la Colombia e il Venezuela, prima in moto e poi, quando questo mezzo li aveva lasciati per strada, in camion, in battello, su una chiatta, in zattera, aveva cementato la loro amicizia. Ernesto era cresciuto umanamente fino a diventare, lui più giovane di sei anni, il leader della spedizione, quando, nella seconda metà del viaggio, l'esperienza vissuta vicino ad una umanità sfruttata e misera aveva cambiato il loro atteggiamento verso il mondo, fino a far nascere in tutti e due la vocazione di battersi per i più deboli. Uno, Alberto facendo il ricercatore scientifico, l'altro, Ernesto, scegliendo alla fine di quel viaggio iniziatico, di essere un rivoluzionario.

Ma il Che aveva sempre ammirato il senso della vita di Granado, capace, quando in zattera arrivarono a Leticia, in Colombia, e poi proseguirono su una vecchia carretta dell'aria per Bogotà, di farli assumere come allenatori-giocatori di calcio per la squadra del Indipendiente Sporting ”

“I nostri allievi – mi ha ricordato Granado – non avevano un gran dominio del pallone, però erano infaticabili e obbedienti. Il loro stile di gioco era lento, molto simile a quello degli anni '30, quando l'Uruguay, praticando il metodo, dominava nel calcio. Fummo subito ingaggiati in un torneo. Perdemmo la prima partita per due a zero, ma poi vincemmo la seconda per due a uno con un mio goal, a cinque minuti dalla fine e pareggiammo la successiva, zero a zero, per puro merito di Ernesto, che io chiamavo a volte pelao , per la sua mania, allora, di radersi i capelli a zero. Poiché avevamo avuto tre corner a favore e uno contrario guadagnammo il diritto alla finale, (terminata anche quella zero a zero), nella quale ancora una volta il pelao si superò. Senza di lui, e senza la sua capacità di dirigere i difensori, avremmo subito due o tre goal. Purtroppo però perdemmo il torneo ai rigori perché, malgrado i nostri avversari ne avessero segnato uno solo sbagliando il secondo e vedendo il terzo neutralizzato da Ernesto, con un volo che gli permise di alzare la palla sopra la traversa, il nostro centravanti non trovò di meglio che tirare la palla alle stalle in tutti e tre i tentativi. Malgrado il risultato finale, fummo considerati tuttavia gli eroi della competizione.

L 'Indipendiente Sporting, era arrivata infatti, seconda, chiaramente per la perizia dei due tecnici che avevano fatto giocare la squadra con il sistema, quello che utilizzava perfino il Grande Torino.”

In realtà, Alberto ed Ernesto avevano usufruito della fama che gli argentini allora godevano in Colombia per via di campioni come Pedernera, Menendez, Di Stefano che, attratti dai dollari della famosa squadra dei Milionarios di Bogotà avevano lasciato il mondo del calcio natio, per un'avventura che si sarebbe rivelata quasi subito una bolla di sapone, una presa in giro, come l'economia virtuale del calcio moderno che, cinquant'anni dopo, ha messo in crisi il calcio europeo e in ginocchio quello italiano. I due ragazzi andarono perfino a trovare Alfredo Di Stefano nel ritiro della squadra e ottennero da lui anche i biglietti per assistere all'amichevole delle stelle fra i Milionarios e il Real Madrid dove Di Stefano ben presto sarebbe emigrato. Molti anni dopo, ormai gloria dei merengues, don Alfredo rivelò di ricordarsi di quei due ragazzi argentini arruffati e generosi, che gli chiesero i biglietti per la partita e uno dei quali sarebbe passato alla storia, come il Che.

Ernesto Guevara, primo di cinque fratelli (tre maschi e due femmine), veniva da una famiglia della media borghesia. Il padre ingegnere era funzionario dell'industria petrolifera di stato della quale sarebbe stato anche segretario generale. La madre, Celia de la Serna, forse per lenire i disagi dovuti all'asma, lo aveva indirizzato alle buone letture, regalandogli una cultura di livello, già nell'età dell'adolescenza, ma il futuro Che non aveva rinunciato alle sfide agonistiche e all'affermazione del proprio carattere competitivo. Il viaggio in motocicletta per conoscere, “palpare”, l'America Latina che conosceva solo sui libri fu un' idea di Granado, ma Ernesto vi aderì, appoggiato a sorpresa dalla madre desiderosa di fortificare il carattere del figlio e di evitargli il pessimismo che il fastidio dell'asma avrebbe potuto procurare in lui.

Solo quattro anni dopo quel viaggio con Granado nel quale i due amici, primi fra tutti i motociclisti argentini, avevano attraversato le Ande dall'Argentina al Cile con una vecchia Norton 500 del 1939, Ernesto, che si era unito ad un gruppo di cubani tesi in Messico a preparare la rivoluzione nel proprio paese, non esitava a sfidare il Popocatépetl, l'enorme vulcano che domina Città del Messico.

Fidel Castro, il leader di quella rivoluzione che ha cambiato la storia del Continente, quando l'ho incontrato nel 1987 per una intervista durata sedici ore e dove, per la prima volta, aveva raccontato della sua amicizia con il Che, aveva ricordato: “Quasi tutte le settimane, il Che cercava di scalare il Popocatépetl. Non arrivava mai in cima, però ogni sette giorni ci riprovava. Soffriva d'asma e seguiva un'alimentazione particolare, eppure faceva uno sforzo eroico per salire su quella montagna. Non smise di tentare malgrado non sia mai arrivato in cima. La tenacia era un aspetto del suo carattere. D'altronde all'inizio il Che era, per noi, il medico della spedizione e pochi avevano intuito in lui il grande soldato, il grande condottiero che in meno di due anni sarebbe diventato uno dei protagonisti della nostra vicenda rivoluzionaria, nonostante non fosse cubano ma argentino”.

D'altronde, proprio nell'ultima parte del viaggio giovanile con Alberto Granado, Guevara aveva confermato il suo carattere che il culto e la pratica dello sport aveva temprato ad ogni sfida. Era stato il 14 giugno, il giorno del suo 24° compleanno, quando, dopo aver festeggiato con i medici e gli infermieri del lebbrosario di San Pablo, in Perù, aveva attraversato con grave rischio un ramo del Rio delle Amazzoni per raggiungere la sponda opposta dove stavano reclusi i malati che, con il suo amico Alberto, senza guanti, mascherine o camici, aveva curato per un mese nella più toccante esperienza scientifica e umana di quel viaggio iniziatico.

Granado me l'ha raccontato così: “Avvenne il giorno del suo compleanno. Se l'era messo in testa. E io: “Ma sei pazzo! Il fiume è pieno di piraña, basta che ti sfiori un ramo e sgorghi un po' di sangue, per farli arrivare e mangiarti vivo. Non fare questa pazzia! Tra l'altro, ci sono gorghi pericolosi, la corrente è forte!” Ma se l'era messo in testa, e quando si metteva qualcosa in testa … Non si può dire, però, che non avesse ragione. Voleva andare dalle persone che stavano lì davanti, nel lebbrosario. E allora si tuffò nuotando di traverso, in modo da farsi aiutare dalla corrente. Insomma, passò il fiume e basta. E puoi immaginare gli applausi e l'ammirazione che si guadagnò. E anche un po' d'invidia. C'era molta gente giovane, come lui, come me, che stava lì da anni, e non aveva mai osato fare quel gesto. A loro, non piacque molto, a lui si.”

Ho chiesto perché lo aveva fatto. Alberto era stato esplicito: “Per vincere un'altra difficoltà. Gli piaceva il pericolo, questo è certo”.

Al Che piaceva anche andare in bicicletta (a diciassette anni era andato con un “cucciolo”, un velocipede a motore fino alla provincia più a Nord dell'Argentina), giocare a basket, a baseball, praticare il canottaggio, volare con il deltaplano (aveva frequentato un corso di pilotaggio con lo zio, Jorge de la Serna) e anche giocare a scacchi, passione che aveva appreso esercitandosi a Mar del Plata con il campione cileno René Letelier e che aveva poi incrementato a Cuba invitando protagonisti di quel gioco da tutto il mondo. Era il segno di una marcata curiosità e di una esigenza continua di misurarsi. “Smetterò di praticare lo sport quando morirò”, aveva affermato. E fu coerente anche in questo dettaglio.

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