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I segreti del successo dello sport cubano Stampa E-mail
Il Manifesto, Luglio 2004

Quando a Sidney, nel 2000, i cubani perdettero la medaglia d'oro nel baseball fu una sorpresa profonda, perché in questo gioco, ritenuto assolutamente nordamericano, avevano trionfato a Barcellona nel '92 e ad Atlanta nel '96. Vittorie che avevano coronato un predominio di anni e che molti avevano interpretato anche come una rivincita politica dell'isola socialista dei Caraibi contro gli Stati Uniti, il grande rivale del nord, che da più di 40 anni impone a Cuba un antistorico e immorale embargo, già condannato, per dieci anni di seguito, dall'Assemblea delle Nazioni Unite.

E' vero che finora gli Usa non hanno potuto utilizzare alle Olimpiadi i loro campioni miliardari della MBL, il torneo professionistico del paese, ma è anche vero che la patria di questa disciplina ha, a livello di college e università, lanciatori e battitori di valore talmente numerosi da potere formare almeno quattro nazionali.

Cuba però, da quando la revolución , all'inizio degli anni '60, ha sancito che “lo sport è un diritto del popolo”, gioca queste sfide olimpiche contro gli inventori del baseball moderno come gare dove è in palio non solo l'orgoglio, ma la stessa sopravvivenza del loro sistema. E alla fine, non più a sorpresa, la nazionale dell'isola quasi sempre prevale.

Quando nel 1959 trionfò la Rivoluzione di Fidel Castro, Che Guevara e Camilo Cienfuegos, abbattendo la dittatura di Fulgencio Batista, sostenuta dai mafiosi padroni degli alberghi-casinò (Vito Genovese, Frank Costello, Lucky Luciano), solo il 2% degli alunni del paese frequentava lezioni di educazione fisica. C'erano, è vero, 800 insegnanti di questa materia, ma per lo più erano disoccupati.

I campioni che erano riusciti a distinguersi erano Ramon Fonst nella scherma, José Raúl Capablanca (idolo della borghesia abbiente) negli scacchi ed Eligio Sardiñas , che boxava con il soprannome di Kid Chocolate, precursore di un popolo di combattenti di ring e di “peloteros” del baseball, che, con alterni successi, erano andati a cercare fortuna, all'epoca, nelle arene e negli stadi della grande nazione del nord. Un po' come, negli anni '50, avrebbero fatto i musicisti del mambo che, per 6 dollari a concerto, emigravano a New York o in Florida per far suonare “come Dio comanda” i fiati (los metales) e le percussioni di jazz band come quella di Xavier Cugat, antico affarista della musica che si fece ricco con i ritmi cubani e gli attraenti ancheggiamenti della moglie Abbe Lane, nativa di Brooklin, ma spacciata per latinoamericana.

I “peloteros” ebbero un pochino più di fortuna, perché alcuni di loro erano indispensabili alla causa, quella della vittoria. Ma solo dopo che la Rivoluzione investì sullo sport, costruendo più di 10.000 installazioni di tutte le discipline olimpiche, varando una Scuola superiore di educazione fisica all'Avana (con sedi periferiche nelle varie province) e un istituto di medicina sportiva di prestigio mondiale, solo allora gli atleti di valore dell'isola sono diventati oggetto di desiderio, in atletica, basket, pallavolo (maschile e femminile), pugilato, in Europa come negli Stati Uniti. Insomma: a Cuba c'erano gli sportivi, ma mancavano gli sport.

I campioni del baseball, trionfatori in tutti i tornei mondiali giovanili, sono addirittura assurti al rango di stelle da contendersi, come i calciatori argentini o brasiliani, a colpi di milioni di dollari. Un procuratore molto spericolato, Joe Cubas (figlio di immigrati che dal '59 si erano stabiliti a Miami) che per primo convinse il lanciatore René Arocha nel 1991 a lasciare l'isola, è diventato il simbolo di questa caccia ai talenti creati dalla capillare organizzazione sportiva dell'unico paese socialista dell'America latina. Un assedio puntiglioso e spericolato nel modo di far loro lasciare l'isola che ha portato Rolando Arroyo ai Devil Rays di Tampa, Rafael Medina e Osvaldo Fernández ai Florida Marlins , il club fondato dallo stesso Joe Cubas, e ancora i fratelli Liván e Orlando Hernández, fatti fuggire in modo rocambolesco, ai San Francisco Giants e ai New York Yankees , Liván Hernández, detto el “Duque”, per la sua eleganza di pitcher dei leggendari Yankees , fuggì per mare, come un qualunque balzero , riuscendo ad arrivare a Bahamas, dove per un trattato esistente fra le due nazioni, rischiò di essere rispedito a Cuba prima che il “padrino” Cubas riuscisse a portarlo in Costa Rica e a fargli concedere un “visto umanitario” e un contratto di 6,6 milioni di dollari. A questi prezzi non c'è atleta latinoamericano che potrebbe resistere. Ma, salvo alcuni calciatori e alcuni pallavolisti brasiliani e argentini, non c'è in quei paesi una fioritura di campioni così numerosa, in tutte le discipline, come quella dell'isola della salsa, che, da anni, staziona tra il sesto e l'ottavo posto mondiale nella classifica delle medaglie olimpiche e mondiali. Una eccellenza che, nei giochi panamericani, la vede sempre assurgere al secondo posto dopo gli Usa, con oltre 30 medaglie di vantaggio su Canada, Brasile, Messico, Venezuela, Argentina, ecc. Joe Cubas è riuscito a convincere in questi anni più di venti giocatori di baseball a salire al nord, ma dopo i giochi continentali di Winnipeg, nel '99, il fenomeno si è molto attenuato, anche se il movimento sportivo della revolución ha pagato un prezzo a questo esodo perdendo qualche medaglia a Sidney, compresa quella d'oro del baseball.

E' giusto, si chiede qualcuno, depredare così un paese che i talenti sportivi se li cresce e se li forma con grandi sacrifici? Per la legge del mercato sì, per l'etica dello sport no. Anche perché, alla fine, Cuba potrà vantarsi, malgrado le sue ristrettezze, di saper fare quello che i poderosi Stati Uniti non sanno fare, se non approfittando della loro ricchezza.

Il baseball era arrivato a Cuba direttamente dagli Stati Uniti alla fine dell'800.

“Era lo sport che veniva dal paese che era indicato come il grande modello democratico, il mito dei giovani cubani dell'epoca che sognavano l'indipendenza dalla Spagna”, ha sottolineato recentemente il prestigioso scrittore Leonardo Padura Fuentes nel suo libro Addio Heminguay . “Il baseball era il nuovo, qualcosa di non spagnolo. Era uno sport vistoso, nel quale si usavano uniformi disegnate apposta. I campi di questo gioco divennero così, presto, un punto di ritrovo dei ragazzi e delle ragazze, perché erano spesso anche teatri di una sorta di festa all'aperto dove si gustavano bibite e si potevano ascoltare orchestre che suonavano il “danzón”, il ballo nazionale. Insomma era un gioco che rispondeva al desiderio di una nuova borghesia che cercava una sua identità cubana.”

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Cuba, con la sua scelta rivoluzionaria, non è stata più in grado di interscambiare nulla con gli Stati Uniti, nemmeno la musica, e la sua capacità, pur fra errori e integralismi, di costruire strutture educative, sanitarie, sportive, capaci di rivaleggiare con gli Stati Uniti, ha aumentato l'incomprensione.

Nel '72, alle Olimpiadi tedesche, un pugile negro, figlio della Rivoluzione, che divenne poi leggendario (vincendo tre medaglie d'oro olimpiche), Teofilo Stevenson, mise ko Duane Bobick, che era stato definito “la speranza bianca della boxe nordamericana”. Fu il segnale che Cuba stava diventando una potenza sportiva. Nel pugilato continuò a dominare, ma nel '76, a Montreal, fu capace di esprimere addirittura un atleta in grado di vincere, in quattro giorni, due ori in due gare di sofferenza, i 400 e gli 800 metri. Stabilendo nella seconda addirittura il record del mondo. L'eroe di questa impresa, Alberto Juantorena, detto “el caballo”, due volte laureato all'Università dell'Avana, è ora il vice ministro dello sport dell'isola, oltre ad essere uno dei membri più prestigiosi della Federazione mondiale di atletica leggera. Da allora l'Inder, il ministero che amministra le attività agonistiche di Cuba, ha visto crescere fino a 29.000 i professori e gli specialisti impiegati nei giochi studenteschi, dove ogni anno gareggiano 10.000 bambini in 25 diverse discipline.

Lo sport dell'isola, dopo il tramonto del comunismo dell'est europeo, ha resistito infatti, autofinanziandosi, con i contratti di oltre 500 tecnici del paese che operano in 33 nazioni, con parte dei premi vinti dai suoi campioni nelle competizioni internazionali, come le world leagues della pallavolo o i meeting di atletica, col noleggio di attrezzature tecniche che costruisce e con sponsorizzazioni. Qualcosa ora arriva anche dai pochi pesos che gli spettatori pagano negli spettacoli agonistici, dopo che per 30 anni questi eventi sono stati completamente gratuiti per gli spettatori.

Questa strategia ha permesso di affermarsi in discipline una volta impensabili per i cubani: dalla scherma al nuoto, al judo, alla lotta e perfino alla ginnastica, ma i fuoriclasse dell'atletica come Sotomayor, tre volte oro olimpico nel salto in alto, Anna Fidelia Quirot, dominatrice negli 800 pur dopo un incidente drammatico e Pedroso nel salto in lungo, sono rimasti, con i talenti del baseball, gli esempi più ambiti di un'organizzazione sportiva ormai da tempo in grado di dare lustro al paese anche nei momenti più delicati e controversi della politica. Una realtà che nel mondo mercantile moderno, suggerisce qualche riflessione.

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