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La malinconica resa del nostro calcio, spompato e perdente Stampa E-mail
"Il Manifesto", 24 giugno 2004

Dopo la malinconica uscita degli azzurri dagli Europei portoghesi, forse l'atteggiamento più facile sarebbe quello di sostenere che Giovanni Trapattoni, ex allenatore vincente con Juventus, Inter, Bayer Monaco e perfino Fiorentina, è ormai bollito. Ma sarebbe un modo ingeneroso di evitare la realtà e di allinearsi al clima di “guai ai vinti”, tanto caro al Processo di Biscardi, e anche, sorprendentemente, all'informazione più vicina all'universo berlusconiano e al suo proconsole Galliani, inadeguato presidente della Lega Calcio. Perché il vecchio Trap, che pure aveva qualificato la nostra nazionale, infilando una dozzina di successi consecutivi (era sempre lui il ct), di errori questa volta ne ha commessi parecchi (più nei cambi che negli schemi), come ai mondiali nippo-coreani di due anni fa. Ma quel gruppo di giocatori, completamente cotti fin dall'esordio con la Danimarca, glie li ha consegnati proprio quello sbracato movimento calcistico italiano, ormai evidentemente consumato, usurato dalla programmazione e dalle scelte fatte proprio dalla Confindustria del calcio, quella guidata (si fa per dire) da Galliani, dove l'unica cosa che conta è rastrellare denaro per turare le falle di una gestione economica presuntuosa, innescata anni fa da Berlusconi e ora diventata regola insensata e grottesca. E' una logica che, non a caso, ha contagiato anche il calcio spagnolo, il più spendaccione insieme al nostro. Non mi sorprende quindi che, prima di noi, sia stata proprio la nazionale di Raul e Morientes ad essere stata rimandata a casa senza pietà da Portogallo e Grecia, una formazione quest'ultima che ha scoperto il suo uomo del destino in Vryzas, giocatore che, in Italia, Perugia e Fiorentina hanno spesso fatto immalinconire in panchina.

Se almeno questa politica portasse gli stessi successi dei club iberici, uno potrebbe, se non giustificarla(visto che mortifica la nazionale che tutti ci rappresenta), almeno capirla. Ed invece le nostre “invincibili armate”, rappresentate da Milan, Juventus, Inter, Roma, Lazio, salvo la parentesi dell'anno scorso, in cui il club di Giraudo-Moggi-Bettega, si è giocato la Coppa dei Campioni con i rossoneri di Berlusconi-Galliani, sono, da cinque o sei anni, sbattute fuori dalle coppe europee, umiliate spesso da presunte squadrette, che non fanno parte del famoso G14 (la créme de la créme del calcio che si crede migliore e vorrebbe per sé tutto il banco del pallone), ma che schierano ragazzi (magari provenienti dall'Africa) che l'anno successivo i nostri club, quelli spagnoli e ora anche il Chelsea dell'oligarca russo Abrahmovic, cercheranno di comprare a milioni di euro.

Per esigenze economiche questi club hanno da qualche tempo bisogno di inventarsi fuoriclasse improbabili ad ogni stagione, per rinnovare il cartellone e la richiesta del pubblico, e sono costretti anche ad una attività frenetica che non fa strage soltanto di legamenti crociati o di altre articolazioni, ma anche di ogni possibilità delle squadre nazionali di aspirare a qualcosa.

Io non ho mai visto, per esempio, Vieri non riuscire a saltare oltre la traversa della porta e neutralizzare così il pericolo provocato dal colpo di tacco di Ibrahimovic nella partita contro la Svezia. Io non ho mai visto Del Piero, non riuscire a saltare mai l'avversario che ha di fronte e impiegare un'eternità a girarsi, quando riceveva il pallone, per far ripartire l'azione di contropiede. Io non ricordavo Panucci, Nesta e Cannavaro così in crisi contro onesti danesi, marcantoni svedesi e “carneadi” bulgari. E' probabile che questa sia stata una generazione di giocatori sopravvalutati dai nostri media, spesso cassa di risonanza degli interessi dei club ricchi, e che ora abbiano incominciato il loro tramonto, ma è ridicolo pensare che sia stato solo Trapattoni a non saperli riunire e mettere in campo, quando i loro rinomati tecnici nei club, da Ancelotti a Lippi (che ora succederà a Trapattoni sulla panchina della nazionale), da Capello a Zaccheroni, non hanno saputo (salvo in un caso, per Lippi e Ancelotti), guidarli mai alla vittoria in Europa, pur non avendo (in teoria), la mentalità difensivista del povero Giuàn . Ma questo non ha mai fatto scandalo, nemmeno quando il Milan “galattico” è andato a perdere la Coppa Intercontinentale con il Boca Juniors, saccheggiato da tutti i suoi talenti proprio dalle società del G14.

Vincere è una questione di metodo, ed evidentemente, quello del calcio italiano attuale, salvo eccezioni, è perdente. Ora tocca a Cassano e Gilardino. Speriamo di non ritrovarli già spompati all'inizio del prossimo mondiale tedesco.

 

 

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