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Pallone gonfiato Stampa E-mail
"Il Manifesto", 27 febbraio 2004

Con l'arrivo in massa della guardia di finanza inviata dalla procura di Roma nelle sedi di club calcistici di A e B e presto inevitabilmente nei palazzo del calcio (Figc, Lega e anche la Gea, società che fuori da ogni decenza rappresenta da sola un numero di giocatori e tecnici pari a più di dieci squadre, con relative riserve) si è aperta, per l'insensato mondo del pallone nostrano, la stagione della resa dei conti. Era inevitabile perchè non esiste nella società italiana un settore che, negli ultimi anni, abbia evaso di più tutte le regole economiche, amministrative, gli obblighi sociali per non parlare dei comportamenti etici e del buon gusto.

Non a caso quasi tutti i più rinomati bancarottieri e i più famosi campioni del “falso in bilancio” della industria italiana si sono buttati come avvoltoi sul football nazionale che è stato, invece, accuratamente evitato da quegli imprenditori (non tanti) per i quali la serietà e la credibilità della ditta erano più importanti del censo e dell'escalation sociale che il pallone poteva regalare, oltre ai giochi finanziari che poteva permettere.

Credo che il punto di non ritorno sia stato quando anche il centro-sinistra del nostro paese ha pensato che trasformare i club calcistici in società con fini di lucro fosse “inevitabile per essere al passo con i tempi”. Purtroppo scopriamo ora che il calcio, nelle stagioni in cui è avvenuto questo cambiamento (le ultime 15) è riuscito a stare al passo solo con i tempi infami dell'economia fasulla, gonfiata, virtuale, corrotta.

Così ci appare benvenuta questa improrogabile resa dei conti anche se ci rimane il dubbio che possa essere stata benedetta (per così dire) da club come Juventus e Milan il cui dominio finanziario, ancor prima che sportivo, negli ultimi anni era stato messo in pericolo da società come Lazio e Roma che del disastro morale e pratico del nostro calcio sono responsabili e complici, ma non meno delle società di Berlusconi e della famiglia Agnelli. Non si può dimenticare infatti che fu proprio il Milan a far debordare sconsideratamente (come non è successo in Germania o Francia) i prezzi del prodotto calcio e a indirizzare l'economia del pallone verso indici fuori di ogni controllo.

E la stessa vicenda “dell'eccesso nell'uso dei medicamenti” per la quale la Juventus è stata inquisita a Torino e che offre nel dibattimento la penosa immagine di tanti campioni smemorati o omertosi, è il segno di una filosofia della vittoria a qualunque costo che è alla base nel nostro football anche di quello che Gazzoni Frascara chiama il “doping amministrativo”. Spero quindi che il dossier presentato dal presidente del Bologna imponga una salutare pulizia all'ambiente non solo per quanto riguarda le spese fuori norma, l'enormità di certi ingaggi (magari pagati in nero) le percentuali miliardarie ai tanti faccendieri del mercato del pallone, l'elusione delle somme dovute agli istituti di previdenza, ma anche per le pratiche come il doping, l'uso di frange ultras come milizie personali di molti presidenti e general manager, l'intrallazzo con il totonero e purtroppo anche il condizionamento, spesso, di arbitri e giudici del calcio nostrano che nessun presidente, nemmeno Gazzoni Frascara, ha pensato mai di riassumere in un dossier da presentare all'autorità giudiziaria come quello sul “doping finanziario”.

Perchè il calcio professionistico nostrano non muore solo di debiti, muore di immoralità, di poca decenza.

Per esempio, qual è la credibilità di un governo come quello di Berlusconi (il presidente del Milan) che ha varato “per salvare il calcio” il decreto spalma-debiti già messo in discussione dalla Comunità europea e che non salverà nulla, ma avrà solo il merito di aver legalizzato il falso in bilancio? E qual è la credibilità dello stesso governo che l'estate scorsa è stato connivente della farsa messa in piedi dalla Figc e dalla Lega che, per tenere in serie B il Catania (presuntamente vittima di un errore della giustizia sportiva) hanno imposto, per motivi di bassa convenienza politica, la permanenza del campionato anche di Salernitana e Genoa e la promozione della Fiorentina spedita all'inferno della C2 solo l'anno prima in ottemperanza ad un rigore che finora ha punito solo la vecchia società di Vittorio Cecchi Gori?

Questo inciucio da vecchia repubblica, così come lo scandalo delle fidejussioni taroccate che ha permesso a società in affanno economico come Roma e Napoli di iscriversi ai rispettivi campionati di A e di B, è stato l'ultimo atto di un disastro che viene da lontano e non riguarda solo gli anni (1999-2003) indagati dalla procura di Roma. Una rivalità sportiva che è diventata una feroce guerra commerciale senza esclusione di colpi dove il Milan (la società del capo del governo) è ultimamente entrata in polemica dura sul tema del condizionamento degli arbitri persino con l'Inter, in teoria partner con la Juventus della famosa Superlega, il sognato campionato delle elette, senza la zavorra del resto del calcio italiano.

Quello che questa logica non intende è che forse a fine anno in Italia spariranno per insolvenza dieci o venti squadre professionistiche e fra loro magari anche le indebitate rivali romane di Milan e Juventus, ma a questo punto sarà finito anche il calcio italiano. A chi gioverebbe? Non sarebbe più sensato impegnarsi in una vera rifondazione del movimento, finalmente amministrato in modo corretto e dove il Verona o la Sampdoria potessero nuovamente vincere il campionato come è successo pochi anni fa? So già la risposta: questo utopia è fuori tempo. Business is business. E allora rispondo: buon crack, signorotti del calcio.

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