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Un calcio fallito e bugiardo Stampa E-mail
"Il Manifesto" - 21 agosto 2002

Il calcio italiano fallito e bugiardo ha chiesto ieri lo stato di crisi. Lo ha fatto con la voce del geometra Adriano Galliani, presidente della Lega nonché (con assoluta faccia tosta) anche amministratore delegato del Milan.

Ora, a parte il grottesco della situazione, visto che Galliani ha chiesto a Carraro, presidente della Federazione, di chiedere a Berlusconi (capo del governo) quello che lui avrebbe potuto chiedere più celermente all'uomo che lo ha inventato e frequenta certo con più assiduità del povero Carraro, ci intriga verificare se, ancora una volta, il gioco del pallone sarà considerato nel nostro paese, più importante di qualunque altra attività dei cittadini, più importante di qualunque altra industria. E questo, se consideriamo che alla Fiat, per esempio, la scorciatoia finanziaria dello stato di crisi è stata recentemente negata.

Ma, si sa, un metalmeccanico non vale nemmeno un'unghia di Rivaldo, recentemente acquistato dal Milan, e di Nesta, che potrebbe seguirlo sulla stessa via, dopo che proprio il geometra Galliani aveva tuonato contro l'insensatezza del nostro mondo del calcio (di cui lui è un dirigente da anni) gravato dalla bellezza di milleseicento miliardi di vecchie lire di debiti insoluti.

Una vera farsa, un fescennino (come direbbe l'amico Dario Fo, appassionato ricercatore dei modi di essere dei nostri avi, quando si lasciavano andare). Perché in questa resa dei conti - che potrebbe essere salutare per un mondo del football finito in mano ad amministratori irragionevoli o dirigenti pirati a cui manca solo la benda sull'occhio, ma sono pronti a razziare il Palermo, il Venezia, il Genoa, e perfino il Lecco o il Castel di Sangro – in questa congiuntura fuori da ogni logica, io proprio non riesco a dimenticare quando Galliani con il suo amicone Giraudo (amministratore delegato della Juventus) straparlavano della ineluttabilità di un torneo delle elette del dio pallone, cioè le società più ricche e con un adeguato “bacino d'utenza”. I due prestigiosi dirigenti si adontavano per le mie modeste critiche sul Tuttosport, il quotidiano sportivo di Torino che dirigevo e che per etica si negava a un campionato dove i diritti guadagnati sul campo o i meriti agonistici e amministrativi, ieri di un Cagliari, di un Verona o di una Sampdoria, e oggi di un Chievo o di un Brescia, contassero meno di niente di fronte al potenziale da loro stimato del dio mercato.

Dov'è finita quella famosa Superlega, più volte agognata dai due compari, vera madre, anzi matrigna, della disonesta divisione delle entrate dei diritti televisivi che è ora alla base dell'assoluta mancanza di dialogo fra tutte le parti?

E' finita in frantumi perché Modena-Juventus o Empoli-Milan sono sicuramente più incerte nel pronostico della vigilia e più appetibili televisivamente di Juventus-Modena e Milan-Empoli e perché, mentre la Fiorentina fallisce e precipita in C2 e perfino la Lazio del tycoon Sergio Cragnotti è costretta ad ammettere di non avere i soldi per pagare gli acquisti dell'estate, (fra cui Eriberto e Manfredini del Chievo) proprio la società veronese del presidente Campedelli conferma di sapersi amministrare meglio delle presunte elette del dio pallone e di poter essere messa in difficoltà solo dalla inadempienza di una delle squadre italiane quotate in borsa e candidate, nei sogni di Galliani e Giraudo, al campionato europeo delle stelle.

E così, l'inizio del campionato per la prima volta nella storia - salvo negli anni della seconda guerra mondiale - deve slittare a pochi giorni dalla data prevista e per assoluta mancanza di dialogo fra le parti, le squadre ricche e quelle povere, la televisione generalista (in questo caso la Rai, costretta per anni a pagare prezzi fuori mercato in nome della demagogia e degli interessi della Fininvest) e la pay per view, fallita per mancanza di prospettiva, ancora prima di affermarsi nel nostro paese.

Anzi, è imbarazzante notare che il dirigente che deve trattare con la Rai, giustamente convinta che il prodotto calcio non vale più quello che pretende la Lega, è ancora una volta il geometra Adriano Galliani, che fra le sue cariche ha anche avuto fino a qualche settimana fa quella di dirigente Mediaset (ex Fininvest), oltre a essere stato nel corso del tempo, anche nella stanza dei bottoni di Telepiù, la tv a pagamento che, per ora, come Stream, non è stata abbastanza premiata dai clienti.

Legittimo temere che, nell'attuale contesto italiano, la Rai sia messa nelle condizioni di rinunciare per favorire la tv privata di proprietà del presidente del consiglio. Anche se non crediamo possibile, più di tanto, questa eventualità, considerato che la tv commerciale in questi anni dopo aver suonato le trombe sostenendo che avrebbe cambiato il modo di fruire lo sport in tv, si è velocemente defilata da uno spettacolo dove gli appassionati, salvo che per il calcio e l'automobilismo, sono usi protestare molto ma essere poi assai pochi davanti agli apparecchi televisivi per fruire dell'atletica, del tennis, del basket e perfino della pallavolo o del ciclismo.

Certo, il calcio è un boccone più ghiotto, specie per le sue valenze spendibili in politica, ma sarebbe osceno (o addirittura da regime) se la televisione di stato, se il governo riuscisse a convincere la Lega calcio a più miti pretese, perdesse i diritti in chiaro del campionato a vantaggio delle reti di Berlusconi.

Ormai anche il calcio, evidentemente, è ostaggio dell'ennesimo conflitto d'interessi del nostro paese. E certo hanno ben poco prestigio per dirimere il problema, istituzioni come la Lega e la Federcalcio che permettono, per esempio, a Zamparini con assoluto disprezzo dei tifosi del Venezia di comprarsi il Palermo, trasferire nove giocatori dalla sua vecchia alla nuova società, lasciando il club neroverde in una condizione di precarietà scandalosa che (udite, udite) dovrebbe essere risolta da Dal Cin, un manager che ha portato la Reggiana dalla A sull'orlo della C2, prima di lasciarla al verde. E non hanno certamente credibilità dirigenti che hanno permesso a un tal Pietro Belardelli, che nella vita dice testualmente di fare “l'operatore parabancario”, di far danni, in poco tempo, in Svizzera (Lugano e Aarau), a L'Aquila e a Castel di Sangro, prima di acquistare per un mese il Lecco e di farlo fallire in pochi giorni.

Perché a un'industria così sbracata, così improbabile, così mal diretta, così avida, così insensata, bisognerebbe accordare lo stato di crisi?

E per quale motivo, per esempio, oggi i giornali romani nascondevano (come si dice in gergo) nelle pagine sportive, una notizia per la capitale di prima pagina, come l'insolvenza della Lazio che ha costretto la Lega a dichiarare decaduti tutti gli acquisti effettuati questa estate da Sergio Cragnotti?

Il Chievo, borgo di Verona che vive ogni anno della vendita dei giocatori che ha valorizzato, sostituendoli con acquisti a buon mercato fatti con competenza e ottenendo così ogni stagione una gestione attiva, dovrebbe per caso retrocedere o fallire per la superficialità e la megalomania di alcuni club ritenuti “grandi” per bacino d'utenza, ma non certo per comportamento e trasparenza?

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