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Il Trap e la fragilitā dei club Stampa E-mail
"Il Manifesto",  11/06/02


In ventiquattro ore Giovanni Trapattoni, l'allenatore di calcio più vincente del nostro paese, è diventato improvvisamente un incapace.

Un sondaggio del Processo del lunedì del prode Biscardi avrebbe stabilito che il 65% degli italiani già non lo vorrebbe più come C.T. della nazionale. I suoi ripetuti successi con la Juventus, l'Inter, il Bayern Monaco e perfino con la Fiorentina che mise sotto l'Arsenal, a Wembley, in Champion League sarebbero già dimenticati, cancellati nell'immaginario collettivo dopo la sconfitta subita in Giappone ad opera dei croati (terzi nel mondiale ‘98). E questo malgrado un guardalinee ed un arbitro inadeguati abbiano chiaramente sottratto al bottino degli azzurri due dei tre goal segnati e valutati alla moviola (ma anche per chi era allo stadio di Ibaraki) assolutamente regolari.

Il buon Trap si sarebbe mangiato tutto il suo prestigio non tanto per aver preso due goal in tre minuti dalla ringiovanita Croazia, di Vugrinec, Rapajic, Simic, Olic (uomini mercato ambiti ieri come oggi da Juve, Inter, Roma o Parma) ma per non aver “osato” giocare con due punte (Vieri ed Inzaghi) ed un rifinitore (Totti), come aveva annunciato alla vigilia, magari per tener calma la critica.


Bene, pur considerando il calcio un argomento leggero da non prendere fino in fondo sul serio, credo che questa crociata antitrapattoniana, alla quale hanno partecipato immediatamente anche critici ritenuti equilibrati, sia il segno di un'abitudine ormai consolidata del nostro paese e di molti dei nostri mezzi di comunicazione, quella di non dire la verità, ma di adeguarsi sempre più spesso a quello che la gente si presume vorrebbe sentire.


Perché, certo, è più sgradevole ricordare agli appassionati che le famose squadre italiane dei presidenti indiscutibili, dei manager “re del mercato” e degli allenatori geni (non antichi come Trapattoni) da anni, pure essendo ricche di presunti assi stranieri comprati a miliardi, vengono sistematicamente sbattute fuori dalla coppe europee dal Salisburgo, dal Celta Vigo, dal Rosemboorg o dai rissosi turchi del Galatasaray. Ed è imbarazzante segnalare che tutto il movimento calcistico italiano vale meno di quello che si crede o si fa credere al tifoso, magari perché continui a spendere nel grande show del football.


Perché dunque la nazionale, che è inevitabilmente l'espressione più sincera di un movimento o di una scuola dovrebbe essere più brillante ed ottenere risultati migliori di quelli conseguiti da club, spesso supponenti come Juve Milan, Inter, Roma , Lazio, acriticamente amati dai propri supporters?


Questa contraddizione è una realtà antica del nostro calcio smentita solo da commissari tecnici come Berzoat (nel ‘78 e nel ‘82) e come Zoff (agli europei del 2000) capaci, quasi a sorpresa, di cementare delle formazioni in controtendenza rispetto alle idee della critica e di parte dell'opinione pubblica e in grado di ottenere risultati e riconoscimenti non alla portata, in quelle stagioni, dei nostri club.


Allora, come succede a Trapattoni adesso, molti “soloni” consigliavano a Berzoat o Zoff soluzioni cervellotiche o spesso dttate dal campanile come Santarini al posto di Scirea o Pruzzo al posto di Paolo Rossi o Evaristo Beccalossi al Posto di Antognoni. A Zoff che, agli europei di Olanda e Belgio si inventò con successo la soluzione di Fiore regista per far girare la squadra arrivò perfino l'anatema di Berlusconi (anche se postumo) perché non aveva fatto marcare a uomo Zidane (assolutamente nullo in campo) in una finale persa solo perché proprio il guardalinee Larsen (ce l'ha con noi?) segnalò un fallo inesistente di Totti a centrocampo che permise alla Francia di ripartire per l'azione del pareggio di Wiltord all'ultimo secondo. Un pareggio che mise in ginocchio gli azzurri poi puniti da Trezeguet.


L'Italia attuale di Trapattoni ha i limiti che il campionato ha da tempo segnalato. E' forte in difesa (ma se si infortuna Nesta, e Maldini è acciaccato la solidità del reparto cala vertiginosamente), è eccellente in attacco (con Totti seconda punta come già lo faceva giocare Zoff agli europei) ma è povera a centrocampo. E questo perché in tutti i grandi club italiani i protagonisti in questo settore del campo sono stranieri da Zidane (fino all'anno scorso) a Davids e Tudor, da Emerson a Lima o Assuncao, da Veron (quando la Lazio primeggiava) a Stanchovic e Simeone, da Almeyda a Lamuchi e Micoud. Per non parlare del Milan impostato su Rui Costa e poi salvato quest'anno da Pirlo, o dell'Inter che fornisce Di Biagio e Zanetti alla nazionale, ma nel campionato appena terminato ha puntato anche su Seedorf, Dalmat, Emre, Okan senza riuscire alla fine ad avere un'identità precisa nell'impostazione del gioco.


Trapattoni che conosce perfettamente questo panorama ha scelto di proteggersi con un centrocampista in più, Doni, e di avanzare Totti come spalla di Vieri. La squadra da lui scelta ha messo a segno contro la Croazia tre reti (una in più di quelle rifilate all'Ecuador), ma un guardalinee sprovveduto ne ha fatte annullare due obbligando l'Italia alla sconfitta. E' quindi, il giudizio sul C.T. più amato dagli italiani è immediatamente cambiato, senza pudore. Trapattoni è stato retrocesso seduta stante al ruolo di incapace, di allenatore superato dai tempi. Poco male, ma giustamente Giorgio Tosatti, ieri, si chiedeva sul Corriere della Sera: “Se contro la Croazia avesse giocato Inzaghi dall'inizio l'Italia avrebbe fatto più di tre goal ? Avremmo segnato i cinque goal necessari per vincere ? Perché tanti ne sarebbero serviti visto che Larsen ne avrebbe sempre annullati un paio. O la magica presenza delle tre punte avrebbe avuto benefici effetti anche sulle sue decisioni”.


La verità, fuori da ogni demagogia, è che Vieri ed Inzaghi con la maglia azzurra hanno giocato insieme nove partite vincendone solo una (4-0 al Galles) e segnando solo tre goal in due.


Tutte le tesi sono quindi rispettabili, ma se i numeri li smentiscono si farebbe più bella figura a non trinciare giudizi definitivi basati al massimo su una ideologia calcistica che, ci pare non premia più i suoi assertori: dall'Olanda che non si è nemmeno qualificata per questi mondiali all'Argentina e alla Francia più in panne di noi. E basta ricordare che l'Inghilterra di Erikson ha punito Veron, Batistuta, Samuel e compagni giocando come piace a Trapattoni: difesa arcigna e contropiede.


Così speriamo che l'antica fede a questo filosofia aiuti Trapattoni a superare il Messico e ad andare avanti malgrado l'attuale grigiore del calcio italiano di club spesso più presuntuoso che vittorioso.

 

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