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Come si diventa Fiorello? All'insaputa Stampa E-mail
"Vivaverdi", settembre Ottobre 2006


«Come si diventa Fiorello, come si costruisce un'artista delle tue caratteristiche e del tuo successo?»

«All'insaputa. Perché io non pensavo di diventare un protagonista, un personaggio dello spettacolo. Da bambino io non avevo dubbi, volevo essere un calciatore. Per me esisteva solo quello, io vivevo per giocare al pallone.»

Rosario Fiorello, detto Fiore , nello sgabuzzino che confina con il camerone della Rai di via Asiago, dove febbrilmente lavorano gli autori e la redazione di Viva Radio due, mi racconta, cercando di sfuggire ogni tentazione autoreferenziale, come, da qualche anno, è diventato l'artista di varietà di maggior successo del nostro paese, quasi senza accorgersene.

Lo hanno paragonato a Walter Chiari, un re dell'improvvisazione, del racconto del quotidiano, dell'attualità scandita da ironia, iperbole, tic, ma anche da notazioni di costume.

Per questo confronto Fiore si è sentito lusingato, ha ringraziato, ma quando gli dico che a me lui, per la sua poliedricità, sembra più un'erede di Gigi Proietti, si schernisce: « Rispetto a Gigi, mi manca il registro drammatico, io non ho studiato teatro come lui, che è addirittura un maestro di attori, ma certo, lo sento molto vicino come attore che canta, che ama lo swing e che riesce a scherzare sulle situazioni, a fare il verso ai grandi, e a imitarli con ironia, insomma a smitizzare tutto. Poi c'è quello che ci metto di mio, non venendo dall'accademia, ma dall'animazione di un villaggio vacanze ». Gli chiedo se si sente un prototipo. Ride divertito.

«E perché tutto questo repertorio ora lo stai mettendo a disposizione solo della radio, con qualche saltuaria incursione a sorpresa in tv, su Rai Uno?»

«Per un desiderio di libertà, di indipendenza. La radio è libertà. Io già facevo il sabato sera televisivo su Rai Uno e poi le turnee, la pubblicità, quando ho rincontrato la radio, e il mio amico Marco Baldini, e mi sono reso conto che si può vivere senza televisione, che ci si può divertire lo stesso, ottenendo un risultato, l'apprezzamento di molti. Mi aiuta la gavetta che ho fatto per tanti anni nei villaggi vacanze, nelle serate, nelle discoteche, perfino nella stagione incredibile in cui diventai la stella del karaoke .

Ho esperimentato sul campo come si fa ridere la gente, come farla divertire. E' il mio segreto. Per questo non mi dispiace di essere arrivato al vertice, con il favore perfino della critica, quando già avevo compiuto quaranta anni. La televisione è un punto d'arrivo, non può essere un punto di partenza.

In questo caso, infatti, come succede ora a molti ragazzi che tentano questo mestiere, bruci tutto il tuo repertorio in una stagione sul piccolo schermo, e poi? Non sai più cosa fare, quali strade intraprendere, perchè non hai avuto il tempo di scontrarti con il gusto del pubblico, di fare a botte con lui. Per questo io, dopo averla conquistata, ho lasciato la tv. Faccio , è vero, alcune sortite, ma rinvio sempre la tentazione di tornarci in pianta stabile. E' anche un modo per difendere me stesso, per il gusto di poter dire “faccio quello che voglio”, mentre Baldini continua a ridere davanti a me».

 

Marco Baldini: l'altra metà di un duo anarchico

Marco Baldini è l'altra metà di questo duo anarchico che ha rilanciato l'ascolto della radio. E' un toscanaccio che conosce bene i tempi del mezzo che usa, come pochi altri comunicatori.

Fiorello arriva a dire che fa la radio perché esiste Baldini «Da lui ho imparato a fare anche la spalla. Un ruolo che mi ha permesso di dare le battute con i tempi giusti a Teo Teocoli, quando a Stasera pago io imitò Clinton, o a Maurizio Crozza, quando venne a fare il verso al Padrino di Marlon Brando. Baldini ride a crepapelle per delle cose che io faccio e che gli altri non colgono o notano in ritardo.

Lui sa sempre dove vado a parare. Quel suo ridere asmatico, mi motiva.

Un giorno, io stavo lamentandomi con il simpatico amico che ci filma in ogni momento della nostra giornata, ma che ha la prerogativa, qualche volta, di perdersi i momenti migliori. Gli dicevo: “sono convinto che quando verranno gli ufo parcheggeranno la navicella, scenderanno, faranno pa, pa , e tu li mancherai, perché avrai l'obbiettivo chiuso, avrai il tappo nella tua telecamerina”.

Un rimbrotto bonario ma serio! Baldini però era sotto il tavolo e rideva come un pazzo. Perfino Maurizio Costanzo mi ha detto che per lui il momento più esilarante di Viva Radio due , è quando ascolta Baldini sghignazzare. Quando verrai a fine gennaio in trasmissione, fammi a sorpresa pa, pa e vedrai come reagirà il mio socio. Tante volte sono le cretinate a creare il clima giusto in una trasmissione di varietà».

Senza bussare entra il maestro Cremonesi, complice di Fiore in tanti esperimenti musicali. Sostiene di dovergli proporre per l'approvazione, Diana , la mitica canzone di Paul Anka, alla quale Mogol ha cambiato il testo italiano nel nuovo disco di Celentano.

Consegna il testo a Fiorello, che immediatamente la prova a due voci con lui:

“Mi ricordo anni fa, ero insonne sul sofà/ e per farmi ben dormire, tu mi desti il ritaline/io non mi svegliavo più, tu guardavi la tv/ perché proprio a me Diana (che era la giovane tata di Celentano quando era piccolo)”.

La somministrazione del retaline, un sedativo per tener calmi i bambini, aveva, qualche tempo fa, suscitato una corposa polemica fra gli educatori. Diego Cuggia ne aveva fatto cenno in Alcatraz. Adesso, nella versione proposta a Viva Radio due , dove Paul Anka era stato ospite, lo scempio era completato “I capelli fa cascar, i monologhi allungar/ con riporti un po' è durata, e la Mori c'è cascata/ ma tu sei una gran Diana” e poi “i miei capelli erano buoni, come quelli di Little Tony, lui però se l'è cavata/ perché aveva un'altra tata/ è una strada senza uscita, ma una cosa l'ho capita/ che tu sei una gran Diana”.

 

Un po' dell'avanspettacolo di Totò e Fabrizi e un po' della goliardia di Arbore

Puro avanspettacolo, quello che formava una volta i comici e gli artisti dei varietà, da Totò a Aldo Fabrizi, da Nino Taranto a Franchi e Ingrassia, o pura goliardia, quella resuscitata anni fa da Arbore e dalla sua banda di amici, in Quelli della notte .

E' questa una parte del segreto del successo radiofonico di Fiorello, oltre alla valorizzazione della vecchia e nuova musica popolare italiana e non, ma anche di brani storici del rock e del jazz, come Moonlight serenade di Gleen Miller, la prima canzone che Fiorello eseguì in pubblico:

«Lavoravo già al villaggio turistico, che mi ha fatto scoprire la mia vocazione di artista, da facchino di cucina, ero diventato cameriere. Gli animatori avevano chiesto dei caffè, io li avevo portati. Uscendo dallo spazio teatro, vidi un'asta con un microfono pronto per lo spettacolo che sarebbe cominciato poco dopo. Mi fermai e cominciai a dire “Sa-sa prova!”. C'era, come sottofondo in quel momento, Moonlight serenade. Cominciai a cantarla inventandomi le parole, un po' alla Alberto Sordi. Ricevetti l'applauso di sette, otto spettatori, già seduti nello spiazzo in attesa dello spettacolo. Capii che era bello, molto bello, ricevere un applauso. Ma il calcio, allora, sbiadiva ogni altro mio sogno.

Noi abitavamo ad Augusta. Papà era una guardia di finanza, radio -telefonista- marconista. Una domenica mi portò allo stadio Cibali di Catania, dove la squadra del mitico presidente Massimino, appena promossa in serie A, doveva affrontare l'Inter. Vidi giocare Burgnich, Facchetti, Mazzola, Jair,. L'allenatore era Gianni Invernizzi. L'inter vinse 1-0, e quell'anno, il '71, anche il campionato. Per me fu un'innamoramento immediato. Giocavo come ala destra nel Megara Hyblaea, la squadra che aveva preso il nome latino della mia città. Ero sicuro che un giorno avrei militato nell'Inter».

E invece la rivoluzione di costume rappresentata dall'affermazione di quelle che venivano chiamate radio libere, cambiò anche le prospettive di vita e i sogni di Fiore.

La vecchia Augusta , bellissima all'interno e sgualcita all'esterno perché ostaggio dell'economia del petrolio, non offriva grandi sbocchi: «Augusta certo avrebbe potuto essere un polo turistico pazzesco, però meno male che c'erano la Singat, la Rasium, l'Agip. Davano lavoro a tutti, e così la nostra città aveva un livello di vita migliore del resto dell'isola, anche se la nascita di bambini malformati, con due spine dorsali, fece ben presto intendere la doppia faccia di quel benessere.

Le radio, fenomeno nascente, ogni tanto ne parlavano, ma più che altro contribuivano a sprovincializzarci, ampliando tra l'altro la nostra cultura musicale. Cominciai anche io a mettere il naso in queste radio, mi inventai disc jokey, un mestiere che mi permetteva di avere un ruolo nei primi spettacoli studenteschi, nei thè danzanti, nel gran ballo del liceo scientifico. I miei artisti preferiti erano gli Heart Wind and Fire, i Commodors, Cool and the Gang, sonorità rivoluzionarie per le mie orecchie. Ma chi mi intrigava di più erano gli Heart Wind and Fire, e la voce in falsetto di Bailey che a noi, ruspanti ragazzi siciliani, ci imponeva una domanda “ma chistu è masculu?”. Anche mio padre era perplesso, non tanto per la voce flautata di uno come Alan Sorrenti, ma per i Cugini di Campagna: “Che uomini sono?”, chiedeva».

Ma l'educazione sentimentale e artistica del futuro protagonista del varietà italiano, dell'intrattenitore, cantante, ballerino, attore, che ristabilisce il diritto dei veri artisti di rimpossessarsi della televisione, come avvenne, come si sviluppò?

«Guarda Gianni, si parte sempre da là, dalla gnocca. Noi facevamo lo “struscio”, ad Augusta, per via Principe Umberto, ma a sei km dalla città, esattamente a Brucolo, aprirono il primo villaggio turistico della zona. Nessuno mi disse “Vai là perché diventerai un protagonista dello spettacolo”, mi dissero “Vai là perché è pieno di gnocca”. Al villaggio la prima volta entrammo attraverso un buco nella rete di recinzione. Poi vivemmo la stessa esperienza provata a New York quando, arrivando dall'aereoporto con il taxi, non si vede niente di sensazionale finchè la autostrada , salendo, ti rivela d'improvviso i grattacieli, e tu commenti ammirato “Porca puttana!”.

Noi, entrati di soppiatto, camminavamo circospetti quando, senza preavviso, apparve ai nostri occhi Sodoma e Gomorra: uomini col pareo, donne con il seno al vento e in bikini infinitesimali, mi capisci? Eravamo negli anni '70, in Sicilia. La visione durò poco, perché quasi subito ci individuarono e ci misero alla porta. Però il giorno dopo eravamo già di buon mattino, all'ufficio collocamento del villaggio, dove passavano 1300 clienti ogni settimana, e c'era quindi bisogno di ogni tipo di manodopera. Io iniziai come facchino di cucina, poi passai ai fornelli e poi alla sala da pranzo, al bar, al teatro, che era proprio di fronte all'arena per gli show. Fu li che scoprii di poter far spettacolo. Facevo così tanto casino al bar mentre svolgevo le mie funzioni di cameriere, che i clienti andavano dal capo villaggio a dirgli “c'è uno al bar che fa morire dal ridere, che fa cazzate dalla mattina alla sera”. Facevo le stesse imitazioni che avevo propinato ai miei compagni di classe, ma qui sembravano avere più successo.»

 

Facevo il verso a Bongiorno, a Morandi e a Sandro Ciotti

«Facevo il verso a Mike Bongiorno, a Morandi, ma anche, mentre lavavo le stoviglie, a trasmissioni come Tutto il calcio minuto per minuto, dove imitavo la voce di Sandro Ciotti “Ecco, sta arrivando la tazzina sporca di rossetto, la puliamo, e la mettiamo sulla destra, mentre si fanno largo due tazze da thè. Dagli altri campi nulla da segnalare. Ameri ci sei? Gli ospiti del villaggio si chiedevano “Ma chi c'è nel retrobottega del bar?” E ridevano, ridevano…finché un capo villaggio, che si chiama Enzo Olivieri e al quale devo l'inizio della mia fortunata carriera, non mi disse “Perché stasera, invece di fare lo scemo al bar, non lo fai all'anfiteatro?”».

In quella estate d'esordio, Fiore faceva più che altro imitazioni e cantava, cantava, finché proprio l'indomani dell'ubriacatura collettiva per la vittoria italiana al Mundial '82 gli arrivò la cartolina precetto per presentarsi a Bari, al 48essimo battaglione di Fanteria Ferrara. Aveva 22 anni, e fino a quel momento aveva evitato la naja con l'iscrizione all'università.

«Pensai che il sogno di fare l'artista fosse finito, anche se organizzavo gli spettacoli per gli ufficiali, per ottenere lunghe licenze. Cinque giorni più quattro di viaggio, una pacchia. Il servizio militare mi permise di affinare il mio bagaglio di intrattenitore, ma mi mise a contatto con la realtà della vita. Così quando tornai, mi ripresentai al villaggio turistico per fare il barista, che avrebbe significato un contratto sindacale di un milione al mese. A quei tempi erano soldi. E invece il capo villaggio, che l'anno prima era il responsabile dello sport, mi fa “Io non ti voglio al bar, tu mi servi per l'animazione”. Mi aveva visto far casino l'anno prima, e gli ero piaciuto. Ma fare l'animatore significava un contratto da consulente, solo 130 mila lire al mese, più vitto e alloggio. Se lo potevano permettere i figli di papà, quelli che fanno gli universitari a vita. Io no. Così rifiutai, ma solo per il tempo di arrivare alla sbarra d'uscita del villaggio. Era quello che ormai sognavo. Far divertire la gente. Ci dovevo provare. L'anno dopo divenni capo animatore e per anni ho fatto questo lavoro, intrattenendo ogni sera la gente con niente. Non avevo autori. Quando vedevo un comico in televisione, mi stupivo che il monologo gli venisse così bene. Non sapevo cosa c'era dietro la faccia tosta di un intrattenitore. Per anni ho improvvisato, ed è stata una grande scuola. Perché è vero, io ero lì per cercare le gnocche. Ma è facile far divertire una bella ragazza, è più difficile strappare un sorriso a qualcuno che è venuto in vacanza magari per scordare dei problemi, o perché nella vita è una persona sola. Così quell'esperienza mi ha cambiato. Una volta approfittai della bonomia di una signora del pubblico, un po' grassottella, e già avanti in età. La presi in giro per alcuni minuti. La gente rideva, e per questo io non la mollavo. Alla fine il capo villaggio, ancora una volta Enzo Olivieri, mi prese da parte e mi disse “Quando sei sul palco e pensi sia divertente approfittare dell'ingenuità di una persona per guadagnare una risata, pensa sempre cosa penseresti se fossi tu tra il pubblico e vedessi presa in giro da un intrattenitore tua madre”. Una lezione di vita. Oggi ci sono presunti showman, modelli, in teoria, di una nuova televisione, che hanno il cattivo gusto di fare comicità sull'ignoranza della gente. Troppo facile. Chi fa questo in televisione è senza munizioni, e chi glielo fa fare non ha giustificazioni».

Il ragazzo che sognava di giocare al pallone nell'Inter, e che aveva scoperto invece che la sua natura, la sua aspirazione, era quella di intrattenere e divertire la gente, vide cambiare la sua vita per caso.

 

Disc jokey insieme a Jovanotti e Pieraccioni

Anche lui come tanti ragazzi siciliani, era immigrato a Milano, dove metteva a disposizione a Radio Dj il suo gusto per l' affabulazione, le imitazioni, il “cazzeggio”, la voglia di giocare con la musica. A quei microfoni, insieme a lui, si alternavano dj come Amadeus, Linus, Albertino, ma anche Jovanotti e Pieraccioni. Tutti in cerca di fama.

«Io non ero fazioso come gli altri, innamorati solo della musica nord americana. Ero ignorante allora, ma cercavo di barcamenarmi in una stagione nella quale la musica italiana sembrava avesse la lebbra, la peste. Un brano di musica italiana a Radio Dj, allora, era proprio un'assurdità. Era schizofrenico per me, perché io venivo dai villaggi vacanze, dove si cantava E' l'amico è, o Ramazzotti, o addirittura Albano e Romina. Così mi dovetti adeguare a quello che voleva il convento».

La fortuna baciò Fiorello quando qualcuno scoperse in Giappone il karaoke e decise di sperimentarlo nella tv commerciale. C'era qualche dubbio sul risultato dell'idea, e per questo quello spettacolo, di un ragazzo che faceva cantare in coro la gente in piazza, fu programmato dalla Fininvest all'ora del telegiornale, un puro riempitivo. «Mi pagate, chiesi? Risposero di si, e per me non c'era più motivo di fare obiezioni. » ricorda adesso «Registrammo venti puntate, dopo dieci mi dissero “Abbiamo solo 600mila ascoltatori, ci avviamo alla soppressione del programma. Però le puntate registrate le mandiamo in onda tutte lo stesso”. Ma avvenne il miracolo. L'ascolto cominciò a crescere giorno dopo giorno di 100mila persone. Arrivammo a un milione, a due, a otto. Diventammo e diventai un fenomeno di costume».

Ma una bella storia ha anche i suoi momenti oscuri. Fiorello non si nega a ricordarli, perché anche quei frangenti sono stati, afferma, lezioni di vita «La crisi fu più umana che artistica, perché quando fai una cosa semplice come il karaoke, e ti accorgi che all'orario dei telegiornali ci sono otto milioni di persone che ti aspettano, o ti rendi conto che ogni giorno hai quattro, cinquecento persone sotto casa che aspettano solo di toccarti o di baciarti, o, se vai al cinema, nella sala devono interrompere la proiezione perché tutti ti saltano addosso, può succedere che ti si bruci il cervello. Perché tutto non è avvenuto per gradi, come magari nella carriera di Bonolis, io sono diventato Fiorello immediatamente, in un botto ero l'uomo più famoso d'Italia. Ricordo che fecero un sondaggio di popolarità: il risultato, pazzesco, fu questo: 99% Papa Wojtyla, 97% Fiorello e 95% Di Pietro, malgrado quella fosse l'epoca di “Mani pulite”».

Ancora adesso l'artista più popolare d'Italia scuote la testa con un'espressione impaurita:

«E così hai fatto qualche stronzata?», lo incalzo. Sorride con l'aria di chi vuol chiedere scusa «Quando il successo raggiunge queste proporzioni deliranti, hai paura ad uscire di casa, ti chiudi, ti droghi, fai qualunque cosa. E' stata dura. Ho dovuto lasciare Milano, che per me era diventata molto pericolosa. Avevo fatto brutte amicizie, che dovevo assolutamente troncare, perché si trattava di quel tipo di amicizie che non ti mollano più, ti braccano, perché sei una fonte di guadagno. Mi ha aiutato la famiglia, il ricordo di mio padre, che purtroppo era mancato nel '90, e non aveva visto neanche l'inizio della mia affermazione. A Roma, dove approdai, era il '95 o il '96, mi ha aiutato Maurizio Costanzo, nel suo show e a Buona Domenica. Fu in quegli anni che conobbi anche mia moglie, figlia di Paolo e nipote di Peppino Biondo, fondatori di uno stabilimento di post-produzione cinematografica, la famosa International Recording . Susanna ha in casa un pianoforte sul quale Nino Rota compose la musica de Il Padrino, e poi donò a suo nonno. L'incontro con lei ha cambiato la mia vita. E' iniziato allora il mio riscatto».

 

L'intuizione di Bibi Ballandi e l'approdo a Rai Uno

Fu Bibi Ballandi a proporre Fiore a Rai Uno per il sabato sera. All'inizio gli risero in faccia. Ma Ballandi insistette, lo aveva ammirato dietro le quinte di un Festivalbar , ed era rimasto impressionato dalla sua capacità di fare tante cose, tutte bene, per istinto e con leggerezza. Alla fine, il manager più potente dello spettacolo italiano, la ebbe vinta, ed oltre a fare la fortuna di Fiorello, fece anche quella di Rai Uno.

Entra ancora il maestro Cremonesi. Parlano di un intervento cantato e Fiorello gli dice «Preparalo in minore», poi mi guarda e ride «Non ti so spiegare cosa vuol dire entrare in minore, ma io lo so fare. Non ho mai studiato musica, ma, giorno dopo giorno, ho appreso tante cose. Che si entra, per esempio, dopo il battere del rullante oppure dopo quattro tempi. E ho ampliato enormemente le mie conoscenze musicali. Così ora, tanto per dire, so che Cocciante canta in minore. Ho fatto un esperimento in teatro: cantare in minore la canzone Vespa 50 dei Lunapop . Come tutti sanno è uno dei brani più allegri che esista, ma se lo fai in minore diventa un pezzo angosciante. E' facendo questi esperimenti che ho messo a punto l'imitazione di Cocciante. Ho imparato tutto sul campo».

Questo artista costruito da solo, è iscritto alla Siae come musicista, paroliere, autore televisivo e di teatro. Gli manca solo un incursione nel settore libri. «Qualcuno si è offerto di scriverli per me, ma ho rifiutato. Come ho detto no a tutte le incredibili e bizzarre proposte cinematografiche, che mi sono piovute sulla testa, in questi ultimi quattro anni. Ho avuto perfino tre offerte dagli Stati Uniti, non so se perché mi avevano notato nel piccolo ruolo che ho avuto nel Il Talento di mister Ripley, o perchè avevano letto un servizio che mi ha riservato il New York Times. E poi, per fare il cinema che abbia un senso e che io sogno, dovrei star via troppi mesi da casa. Ora, dopo la nascita di mia figlia, non ne vale proprio la pena. Se la mia carriera finisse domani, io avrei già ottenuto tutto quello che voglio. C'è più libertà di questa?».

 

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