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In difesa di quale musica? Stampa E-mail
"Vivaverdi", 2/3, marzo/giu 2006

Una polemica riflessione di Marco Boccitto sul manifesto del 21 giugno in occasione della festa della musica ideata da Jack Lang ventiquattro anni fa , quando era ministro della cultura francese, mi offre la possibilità di capire quanta confusione esista nella pretesa campagna di difesa della musica. Perché è vero che la musica incisa costa esageratamente al consumatore, musicofilo o musicante che sia ed è vero che alcune voci (compresa quella della Siae che andrebbe a parer mio rivista nella sua presenza e dimensione) finiscono per pesare eccessivamente sul costo di chi ne vuole usufruire. Ma è incontestabile anche che l'idea, molto sessantottina, di farsi giustizia da soli accaparrandosi la musica gratis è fuori da ogni equità e anche da ogni etica sociale.

Non si capisce infatti perché uno scultore, un artigiano o anche un contadino produttore di un formaggio o di un vino di qualità controllata o di denominazione di origine protetta (d.o.p.) possano, nel mondo occidentale veder tutelato il proprio lavoro e vivere con un certo agio di questo mentre l'autore di melodie o ritmi e parole di un'opera composita o di una cosiddetta canzonetta debbano essere trattati come i campesinos latinoamericani impossibilitati a competere sui mercati con i colleghi del nord del mondo sostenuti e tutelati dai sussidi di stato negli Stati uniti come in Francia come in Italia. E' la battaglia che ha paralizzato da tre anni il Wto (Organizzazione del commercio mondiale) e che vede una ventina di nazioni, guidate dal Brasile e fino a ieri ritenute di poco peso, bloccare l'arroganza delle multinazionali agroalimentari .

Perché questo slogan della “democratizzazione della rete”, del peer-to-peer che ricorda tanto l'esproprio proletario, tocca alla fine molto poco l'avidità delle grandi multinazionali della musica pronte a fare accordi disinvolti e miliardari con le industrie produttrici delle nuove tecnologie dell'ascolto e della fruizione della musica come l' I pod, mentre atterra definitivamente la speranza di chi compone musica, quasi sempre popolare, di poter vivere di questo lavoro creativo.

E così appropriarsi indiscriminatamente della musica finisce per mortificare i diritti dell'opera dell'ingegno e non credo che questo sia l'obiettivo di chi sente il dovere di questa battaglia.

L'acqua per esempio è di tutti, anche se perfino in Italia qualcuno in Campania, se non si fosse opposto con un movimento di popolo un vecchio missionario come Alex Zanotelli, avrebbe voluto privatizzarla.

La musica, invece conveniamone, non è come l'aria e l'acqua anche perché spesso è un consumo imposto proprio dalla prepotenza di quelle multinazionali che la campagna in difesa della musica vorrebbe combattere. Quello che i ragazzi finiscono per consumare non è infatti il risultato di una libera scelta ma il frutto di un convincimento, di un gusto dettato da un martellamento promozionale, pubblicitario spudorato e subdolo, che finisce per ridurre quella scelta a un bisogno indotto, come buona parte della televisione attuale, non a caso sempre più trash.

Non sono d'accordo quindi con Marco Boccitto quando definisce squalificante l'ipotesi di imporre come in Francia “quote obbligatorie di musica nazionale”che le radio e i mezzi di comunicazione deovrebbero trasmettere. Un rifiuto a questo tipo di garanzia infatti, diventa, senza volerlo, un ulteriore asservimento alla parte più bieca del mercato della musica che ti impone continuamente prodotti da spazzatura o da rimbambimento come qualcosa che non si può perdere se si vuole essere a la page, insomma trendy. Questo atteggiamento ci costringe inoltre ad ignorare la musica di interi paesi, come la Francia, la Spagna, lo stesso Brasile, dove si continua a cantare e ballare musica nazionale anche se in Italia qualcuno può avere il sospetto che in quelle nazioni la gente sia diventata muta perché da anni il mercato non fa più sapere se, nella patria della Piaf, di Aznavour o di Becaud o in quella di Tom Jobin, di Chico Buarque o di Gilberto Gill e di Elize Regina, si compongono ancora delle canzoni.

Da troppo tempo intanto l'industria della musica popolare moderna ci fa arrivare dai laboratori specializzati inglesi o nordamericani, vere e proprie patacche, mediocri mode riciclate, insomma il niente. Perché dovremmo ossequiare questa tendenza togliendo spazio e la possibilità di farsi sentire anche alla “canzonette” di tanti nostri autori?

L'esempio del cinema in questo senso è emblematico. L'incapacità di difendere il prodotto nazionale, la specificità e creatività di molti nostri autori, non ci ha fatto consumare cinema migliore. Mi diceva recentemente Martin Scorsese: “ Ma perché anche voi, che avete insegnato cinema a tutto il mondo, vi fate convincere a subire prodotti insignificanti infarciti solo di effetti speciali?” Non è vero che qualunque prodotto della comunicazione in arrivo dagli Stati Uniti sia per principio migliore. E non a caso questi arrivi di materiale sovrastimato o avariato sono quasi sempre accompagnati da campagne che mirano a equiparare tutti i prodotti musicali o editoriali. Come se una antologia su Bach fosse uguale a un cd di Shakira.

Da alcuni anni alla fine di luglio con l'aiuto di Giovanni Robbiano propongo a Torella dei Lombardi, provincia di Avellino, (paese dove sono le radici di due grandi famiglie del cinema nazionale quella di Sergio Leone e quella dei De Laurentis), dieci film italiani fra i venti-venticinque dell'attuale striminzita produzione di casa nostra, una volta capace invece di mettere sul mercato più di duecento titoli a stagione. Queste opere proprio per l'invadenza pubblicitaria di qualunque film arrivi da oltre oceano, non trovano un minimo di distribuzione nelle sale italiane. Ebbene ogni anno ci sono almeno tre quattro di queste opere che attraggono il semplice pubblico di un paese dell'Irpinia come non riuscirebbero la maggior parte delle opere che il presunto mercato impone ogni anno nella programmazione delle nostre sale. E' una constatazione che conferma la colonizzazione culturale della quale siamo vittime per il pregiudizio dei cosiddetti operatori della distribuzione che si dichiarano conoscitori dei gusti del pubblico. Riservare delle quote di programmazione fissa per il cinema italiano sarebbe sicuramente un servizio per i cittadini, e non una prigione. Lo stesso accadrebbe con la musica, in un ambiente dominato spesso da cosiddetti disk jokey che come non mi stanco di ricordare respingono per principio un nuovo cd di Pino Daniele per “non rovinare l'umore della radio”. Inutile sottolineare che spesso la programmazione da loro proposta, fa schifo ed è di una noia mortale. La difesa secondo la quale i ragazzi pretenderebbero quelle presunte sonorità volutamente ignora di quale spropositata pubblicità quei prodotti possono godere e quindi il grado di conoscenza e la libertà di scelta che i ragazzi possono avere. E' singolare che per “liberare” la musica si punti sull'ignoranza.

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