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Cosa sarebbe stata la mia vita senza Chagall e Modugno? Stampa E-mail
"Vivaverdi" , settembre-dicembre 2005
Storia di Franco Migliacci il paroliere più tradotto della musica popolare italiana

Franco Migliacci ha l'aria scanzonata di sempre. Questo “maledetto fiorentino”, nato per caso a Mantova e che, da ragazzo, faceva l'attore nelle recite della compagnia universitaria messe su al Teatro dei giardini di Boboli, dove venivano utilizzate le scenografie lasciate in piedi dal Maggio Musicale, non ha mai perso il suo spiritaccio tagliente. È mancato a questa filosofia solo nei mesi in cui, eletto alla presidenza della SIAE, ha dovuto subire uno dei più infami linciaggi mai visti, da parte di chi voleva far suo il bottino rappresentato dalla Società Autori ed Editori. Ha resistito con la coerenza delle persone trasparenti, dimettendosi solo quando il Ministro dei Beni culturali Buttiglione, succeduto a Urbani, gli ha dato atto della sua onestà e della correttezza del suo agire e ha reintegrato, nel consiglio di amministrazione, i consiglieri rieletti con lui dopo l'errore procedurale del commissario Masi alla prima votazione dell'assemblea, ma le cui nomine erano rimaste congelate per mesi senza alcun motivo legittimo.

Il ritorno alla normalità, con l'elezione come suo successore di un illustre e prestigioso esperto di diritto d'autore come l'avvocato Giorgio Assumma, ha restituito a Migliacci il buon umore e, nel caso di questo nostro incontro, anche la voglia di raccontare un'avventura umana e artistica irripetibile che lo ha portato a essere il paroliere o poeta della canzone italiana di maggior successo e più conosciuto al mondo, dopo la stagione della grande canzone napoletana di Di Giacomo o Bovio. Eppure la sua è stata la generazione dei cantautori e di colleghi “parolieri” come Giorgio Calabrese, Mogol, Sergio Bardotti, Alberto Testa e di tanti altri che hanno fatto ricche le stagioni della canzone popolare nel nostro paese dalla fine degli anni '50 fino alla fine degli anni '80.

Tutto prese l'avvio con Domenico Modugno, il più grande artista della nostra musica popolare moderna, il precursore del cambiamento che, dal '58 avrebbe regalato dignità e prestigio a quelle che erano le canzonette, a quella che da noi era chiamata musica leggera. Modugno e Migliacci erano compagni di teatro sperimentale, doppiaggio, cinema di consumo e, ovviamente, scorribande artistiche. Uno, nato a Polignano a mare in Puglia che si era appropriato con fantasia della tradizione dialettale siciliana e aveva poi avuto i primi riconoscimenti con canzoni napoletane come Resta cu'mme e Strada ‘nfosa , o invenzioni geniali di atmosfere francesi come Vecchio frak , l'altro, disegnatore di strisce e racconti in giornali per bambini, come Bambola e Lupettino o come il Pioniere di Gianni Rodari, un maestro di favole “che un giorno mi disse «Tu hai talento», regalandomi il coraggio che serve quando, da giovane, cerchi la tua strada in una realtà precaria.”

Nel blu dipinto di blu , la canzone che superò O sole mio nell'immaginario che accompagna la nostra musica popolare e che è stata incisa fra gli altri da Ella Fitzgerald, Dean Martin, Luciano Pavarotti, David Bowie, Gipsy Kings, Dalidà, nacque dall'incontro fra due ragazzi estroversi, indomabili, colti, anche se non lo ostentavano e chiaramente con un marcato gusto della vita. Migliacci cerca di eludere quel ricordo “L'ho già raccontata tante volte questa storia”, ma poi si lascia convincere e, sorridendo, mi dice:

“Avevo preparato già costume da bagno, zoccoli e asciugamano. Era una domenica caldissima di giugno. Mimmo Modugno doveva passare a prendermi col suo macchinone. Io abitavo a Via Vittoria, al centro di Roma, di fronte al teatro dove l'Accademia d'arte drammatica faceva e fa ogni anno i suoi saggi. Ma Mimmo mi dette un bidone, perché Franca Gandolfi, la sua ragazza, l'aveva condotto lei a Ostia. Oltre tutto mentre le ore passavano io non sapevo che dire a due “sventole” a cui avevo dato appuntamento. Alla fine le congedai e incacchiatissimo, coi pochi soldi che avevo in tasca, scesi a comprarmi un fiasco di vino nella sola bottiglieria aperta nelle vicinanze. Mi ubriacai e mi addormentai. Quando mi risvegliai era già il tardo pomeriggio. Di Modugno nemmeno l'ombra. Ma riaprendo gli occhi, rintronato, il mio sguardo andò sulle due stampe ricavate da due quadri di Chagall che, uniche, ornavano il muro che avevo di fronte nel monolocale che abitavo. Una era le Coq rouge , dove, sopra il gallo, incombeva un omino di color giallo sospeso nell'aria, l'altra Le peintre et la modelle , dove il pittore rappresentato aveva mezza faccia dipinta di blu. Ebbi l'intuizione. Finalmente avevo l'ispirazione e i versi da proporre a quel mascalzone di Mimmo per una canzone che gli frullava nella testa da mesi e per la quale cercava parole innovative. Quella canzone italiana che sarebbe diventata la più conosciuta al mondo: Nel blu dipinto di blu , o Volare , come milioni di spettatori l'hanno spesso ribattezzata.”

La storia racconta che i due amici si rividero la sera a Piazza del Popolo, luogo che i giovani artisti frequentavano in concorrenza alla Via Veneto che Fellini, qualche anno dopo, avrebbe immortalato ne La dolce vita . Ma la canzone avrebbe avuto ancora una gestazione lunga e molte limature, dopo quelle parole buttate in fretta su un foglietto Di blu mi sono dipinto/ per intonarmi al cielo/ lassù nel firmamento/ Volare verso il sole/ e volare, volare felice/ più in alto del sole/ e ancora più su/ mentre il mondo/ pian piano spariva/ lontano laggiù/ per volare/ nel blu dipinto di blu . “Mimmo si entusiasmò. Disse che non era ancora una canzone compiuta, ma capì da subito di avere in mano una novità. La cantava dietro le quinte del Festival della Prosa ai giardini di Bologna, dove eravamo impegnati in una specie di musical con due attori di fama, Roldano Lupi ed Elsa Vazzoler, e con Franca Gandolfi, che di lì a poco avrebbe sposato Mimmo e gli avrebbe dato tre figli, Virna Lisi giovanissima, Leda Roffi e un balletto di dieci componenti. Mimmo, con l'approvazione di tutti, qualche volta proponeva quel motivo inedito anche nel corso dello spettacolo. La gente sembrava non apprezzarla più di tanto, ma alla fine andava via cantandola. Fu l'editore Gramitto-Ricci della Curci, che sicuro di avere in mano il jolly, decise di iscriverla al Festival di Sanremo del ‘58. Fu promossa con 99 voti su 100, con un solo 9 assegnato dai dieci componenti la giuria, quello dell'avvocato Cajafa, presidente dell'Ente turismo di Sanremo e allora uomo forte del Festival, che sentenziò «La perfezione non esiste».”

È singolare però che, al momento di assegnare il brano a un interprete, nessuno dei cantanti tradizionali dell'epoca ci credette, al punto che fu lo stesso avvocato Cajafa a proporre che l'esecutore sul palcoscenico del teatro del casinò fosse lo stesso autore, Modugno, “che non ha una voce coltivata, ma un'intensità espressiva che gli permetterà di conquistare qualunque pubblico.” Come partner fu scelto un giovane esordiente di 19 anni, figlio del tenore Nino D'Aurelio, che veniva dagli Stati Uniti ed era innamorato dello swing, Jonny Dorelli. Migliacci ricorda “Io non ero andato a Sanremo, perché non me lo potevo permettere. Mimmo però, subito dopo l'esecuzione clamorosa della prima sera, nella quale la gente oltre ad applaudire aveva cominciato a sventolare i fazzoletti, mi telefonò e mi urlò «Franco, val la pena che tu venga qui! Quello che sta succedendo lo ricorderemo tutta la vita.» Un sarto amico, Nello Bontempi, mi confezionò uno smoking a credito in 24 ore. Quando arrivai a Sanremo mi misero a dormire nella cabina di controllo dell'ascensore dell'hotel Savoy, perché nessuno mi aveva prenotato una stanza e gli alberghi della città erano esauriti. La sera della finale c'erano già gli editori francesi, inglesi e nordamericani, avvertiti 48 ore prima che a Sanremo stava accadendo qualcosa di veramente grande per l'industria della “canzonetta”. Alle 4 del mattino vedemmo rientrare l'editore inglese e quello nordamericano completamente ubriachi e con i calzoni dello smoking sul braccio, felici e sicuri, dentro le loro mutandone, che quella sera era nata una stella, Domenico Modugno, e un fenomeno, la canzone già ribattezzata Volare , della quale io, mesi prima, ubriaco come loro in quel momento, avevo scritto il testo.

Poi scoppiò il successo americano. Modugno rimase 13 settimane primo nelle classifiche di vendita negli Stati Uniti, partecipò a tutti i talk show più prestigiosi dell'epoca, da Ed Sullivan a quello di Dinah Shore, sponsorizzato dalla Chevrolet. Io accompagnai Mimmo quando lui ritornò per ricevere i due Grammy vinti come miglior canzone e miglior disco. Non ci fermavano per strada solo gli italo americani, i poliziotti scendevano da cavallo per complimentarsi con noi. Per Elvis Presley scrivemmo, qualche anno dopo, una canzone che in Italia Modugno incise con il titolo di Io e che salì subito al terzo posto nelle classifiche. Io scopersi che negli Stati Uniti il mercato della musica lo muovevano e dominavano i teenagers, una realtà sconosciuta da noi, all'epoca. Teddy Reno l'aveva intuito, ma in realtà, avendo scoperto Rita Pavone, faceva il manager. Io, che avevo conosciuto un ragazzetto di Monghidoro (Appennino tosco-emiliano) che si chiamava Gianni Morandi e che prometteva di essere un prodigio, affermai alla RCA il principio che un disco non può essere fatto solo dagli autori della canzone, dall'arrangiatore, dall'editore musicale e dall'interprete, ma deve avere qualcuno che sceglie linea, gusto, messaggio ed estetica. E questo è il produttore, che doveva essere pagato, in percentuale, non dalla somma riservata al cantante, ma dal budget dell'industria discografica. Dovetti affrontare un braccio di ferro con il vertice dell'azienda, ma alla fine vinsi.

La mia prima produzione fu il disco Il pullover di Gianni Meccia, con arrangiamento e invenzione di reef di Ennio Morricone. Poi cominciò la lunga stagione di Gianni Morandi, di Nada, di Renato Zero, Patty Pravo, Eduardo De Crescenzo, Ricky Shayne e Scialpi.”

Era passata solo una manciata d'anni da quando a Firenze Migliacci lavorava con il teatro, disegnava le copertine per l'editore Nerbini o affinava quest'arte guardando Nano Campeggi, famoso illustratore di manifesti. “Alla fine riuscii perfino a realizzare una collana di piatti dipinti che inviai, con presunzione, alla Richard Ginori, sicuro che l'avrebbero apprezzata. Non mi hanno mai risposto.”

L'occasione del cambio della vita per Franco, era avvenuta nel '53 in Toscana, quando era stato bandito un concorso di recitazione per la riapertura, dopo la guerra, degli stabilimenti cinematografici di Tirrenia. Presiedeva la giuria Gioacchino Forzano , scrittore, sceneggiatore, regista, che aveva composto libretti d'opera perfino per Giacomo Puccini. “Io allora avevo un nasone aquilino, che mi obbligava, se avessi scelto di fare l'attore, a essere un «carattere». Ma io non avevo dubbi, malgrado le resistenze di mio padre, sottufficiale della Finanza, avrei fatto l'attore. Il concorso per il settore femminile lo vinse inevitabilmente la miss Toscana di quell'anno, ma, a sorpresa, nel settore maschile, malgrado i «fusti» che si erano presentati, la giuria scelse me, piccoletto e con una faccia caratterizzata dal naso. Non ci ho dormito per due notti. La vittoria consisteva nella possibilità di venire a Roma per partecipare a un film con Nino Taranto, comico in grande voga all'epoca, dal titolo Favorisca in questura . Il film non si fece mai, ed io rimasi a Roma senza una lira e con qualche debito, in una pensione per artisti squattrinati. La salvezza arrivò con un regista, Pietro Masserano Taricco, che lavorava al terzo programma della radio, allora più che mai servizio pubblico. Io avevo una bella pronuncia di scuola toscana. Se dicevo la parola centro la e era larga e non stretta e l'unica debolezza era una g , che come tutti i fiorentini, suonava un po' francese. Masserano Taricco, che dirigeva una serie di radioricostruzioni storiche, mi scelse come voce protagonista ne La liberazione della Jugoslavia , quella di Tito ovviamente, ma allora il servizio pubblico era veramente bipartisan. Non so quanti fossero gli ascoltatori di questi «mattoni», ma mi feci una fama di doppiatore e incominciai a sbarcare il lunario senza più sentire i morsi della fame.”

Il futuro paroliere arrivò a doppiare un giovane Klaus Kinski e uno scatenato Sammy Davis Jr. in un film dal titolo italiano improbabile: Sotto i ponti di St. Louis Blues , interpretato da una stupenda Ertha Kitt, dove la grande attrice e cantante nera era doppiata, nei dialoghi, da un mostro sacro del teatro italiano, Rina Morelli, la partner per anni di Paolo Stoppa.

Come attore, esponendo la propria faccia, Migliacci non arrivò però a grandi risultati “Ma ebbi il piacere di fare il partner di una Sofia Loren scollacciata, alla quale, maestro manieroso, insegnavo a cantare La vie en rose , in una sequenza di Ci troviamo in galleria di Mauro Bolognini e di riuscire a lavorare con Dino Risi nel Viale della speranza , dove eravamo tanti i giovani che mordevano il freno e che avrebbero guadagnato in seguito notorietà, da me a Mario Girotti (futuro Terence Hill), da Mastroianni a Cosetta Greco, a Maria Pia Casilio, piccola icona del neorealismo. Successivamente L'arte di arrangiarsi del grande Luigi Zampa mi permise di lavorare gomito a gomito con Alberto Sordi, per il quale, 30 anni dopo, avrei scritto, insieme a Claudio Mattone Te c'hanno mai mandato a quel paese .”

Siamo nella casa di Franco a Tor Lupara, poco prima di Mentana, dove “Quando ci venimmo ad abitare, 40 anni fa, la grande città ancora non era arrivata.” Migliacci scelse il verde di quel paesino come Gianni Morandi, mentre Endrigo, Bardotti, Ennio Morricone e Luis Bacalov Enriquez scelsero di vivere qualche chilometro più avanti, a Mentana. Quella zona diventò, per almeno 20 anni, la capitale della musica popolare italiana, perché la RCA (diretta da un dirigenti lungimiranti come Ennio Melis, che ha il merito incontestabile di aver innovato la musica “leggera” del nostro paese), era poco lontano, all'inizio della Tiburtina, con i suoi due studi di registrazione, allora i più moderni d'Europa, dove bazzicavano gli ancora sconosciuti Bill Conti (autore della colonna sonora di Rocky) e il jazzista argentino Gato Barbieri. Due che allora, per vivere, facevano i turnisti.

Sulla scia di Modugno (che però incideva per la Fonit) avevano cominciato a crescere alla RCA cantautori come Gianni Meccia, Jimmy Fontana, Edoardo Vinello e Lucio Dalla e interpreti molto innovativi, come Rita Pavone e Patty Pravo. Quella farm-laboratorio, dove adesso c'è un deposito di una fabbrica di scarpe, era divenuta ancora più prestigiosa quando Nanni Ricordi, un grande talent-scout, aveva trasferito, per divergenze interne alla prestigiosa casa editrice dei suoi avi, un pezzo della scuola di cantautori, nata a Genova e da lui riunita a Milano, della quale facevano parte Endrigo, Paoli, Tenco, Lauzi. Pochi anni dopo si sarebbero aggiunti a quell'irripetibile laboratorio Battisti, De Gregari, Venditti, Cocciante e Rino Gaetano.

Migliacci, grande protagonista di quel contesto, dopo aver vinto un altro Festival di Sanremo con Modugno nel '62 con la canzone Addio addio , aveva seguito e lanciato Morandi e Nada ( Che freddo fa e Il cuore è uno zingaro ), scritto versi per Mina ( Tintarella di luna ), Rita Pavone ( Come te non c'è nessuno ) e Fred Buongusto ( Una rotonda sul mare ), aveva prodotto anche il primo mitico LP di Renato Zero No! Mamma, no! , La bambola per Patty Pravo e Ancora per Edoardo De Crescenzo. Le sue parole, inoltre, andavano per il mondo con la voce di Elvis Presley, Paul Anka, Neil Sedaka, il tedesco Udo Jurgens, José Feliciano e Nicola Di Bari. Esempio di quella ispirazione la meravigliosa Che sarà , vero omaggio a Cortona, il borgo delle vacanze con la famiglia, amato e detestato, quando, adolescente sognava la città e l'avventura. Non a caso l'inizio del brano è: Paese mio che stai sulla collina/ disteso come un vecchio addormentato/ la noia/ l'abbandono, sono la tua malattia/ paese mio ti lascio vado via. E poi il ritornello, molto biografico è Che sarà che sarà, che sarà/ Che sarà della mia vita chi lo sa?/ So far tutto/ o forse niente ma domani si vedrà/ e sarà quel che sarà . E infine la pace con il suo passato è sancita nella seconda strofa: Amore mio, ti bacio sulla bocca/ che fu la fonte del mio primo amore/ Ti do l'appuntamento/ come e quando non lo so/ ma so soltanto che ritornerò.

“Quegli anni nella farm RCA sono stati irripetibili e formativi, anche quando scrivevo le sigle di cartoni come Mazinger, Heidi, Lupin o Doraemon, perché mi hanno permesso di non essere uno sconfitto agli occhi rigorosi di mio padre. Alla farm RCA si viveva in comunità, si scambiavano le esperienze, c'erano le condizioni, pur nei limiti di un'arte popolare, per creare, per non essere banali. Per me fu fondamentale il lavoro fatto con Gianni Morandi, che aiutai a crescere artisticamente, tenendo conto dei suoi cambi d'età. Da Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte , alla trilogia In ginocchio da te , Non son degno di te e Se non avessi più te , canzoni scritte con Bruno Zambrini e arrangiate da Ennio Morricone con le quali Gianni trionfava a Canzonissima. Da La fisarmonica e Scende la pioggia , fino ad arrivare all'impegno di Un mondo d'amore e C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones . Una canzone dedicata a un ragazzo che deve lasciare la sua chitarra e gli amici per andare a combattere e morire nella guerra del Viet-Nam. Fu emozionante l'esecuzione che di questo brano, scritto con Mauro Lusini, offrì nel ‘70 al raduno dell'Isola di White, Joan Baez, che poi lo incise. Un brivido. C'erano 500mila ragazzi a White e proprio tu mi portasti il filmato di quell'evento straordinario. Eppure, quattro anni prima, nella solita italietta meschina e paurosa c'era un funzionario Rai alla prima esecuzione di Morandi, al Festival delle Rose all'hotel Hilton, che voleva censurarla o addirittura cambiare le parole. Fui sollecitato a sostituire nei versi incriminati il nome dei paesi in conflitto (Viet-Nam e Stati Uniti) con nomi di fantasia. Una richiesta a dir poco ridicola. Mi rifiutai di farlo, ma per evitare l'esclusione del brano suggerii a Morandi di sostituire quei nomi con un eloquente rattattatta , che ne avrebbe sottolineato la censura e Gianni, che aveva allora 22 anni, così fece, ma solo nella prima parte della canzone. Nella ripresa la cantò per intero. E per intero la cantarono, in seguito, Joan Baez e tutti gli altri.

Mi avevano fatto presente che sarebbe stato molto difficile per me, da quel momento, ottenere un visto per un viaggio negli Stati Uniti d'America. Ma poi la guerra nel Viet-Nam finì nel modo che tutti sanno e così fu cancellato anche l'anatema nei miei confronti. La democrazia era salva. A riprova della mia «assoluzione», dieci anni dopo (1976), il Consolato degli Stati Uniti d'America chiese proprio a me le «referenze» per «l'artista Lucio Battisti», che doveva andare a Los Angeles per incidere il suo disco. Eppure all'epoca, per questo tentativo di censura, c'era stata addirittura un'interpellanza parlamentare dell'On. Gombi, partigiano nella Resistenza ai nazifascismi, alla quale aveva risposto, sgonfiando il caso, il Sottosegretario alle poste e telecomunicazioni Mazza.

La vita è proprio una giostra, singolare, a volte contraddittoria e sorprendente ma per fortuna spesso allegra.”

Franco Migliacci ha tre figli dei quali due hanno ereditato la sua vocazione a lavorare nel mondo della musica popolare. È già diventato nonno e ha finito di scrivere un musical su Nerone. Dopo gli anni di lotta col sindacato SNAC, per rendere più trasparente la SIAE e le recenti tempeste superate è tornato ad essere un uomo sereno e un bon vivant . “Qualche volta ho nostalgia della stagione in cui la musica leggera italiana ha vissuto una sorta di rinascimento. Dell'epoca rimpiango amici come Modugno, ma anche come Enrico Polito, il suo pianista, che divenne nel lavoro un mio rivale, perché scoperse e produsse l'altro grande cavallo di razza dell'epoca, Massimo Ranieri, il rivale di Morandi. Non rimpiango invece il mio naso di allora, che cambiai volentieri quando lasciai il mestiere di attore e di caratterista, per scrivere versi di canzoni. Cambiare è valso la pena.”

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