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Quanto mi dai se mi sparo? Stampa E-mail
"Vivaverd", Settembre 2005
Il libro con il quale Sergio Endrigo
denudò la societa' dello spettacolo

C'è una generazione di poeti popolari che, dall'inizio degli anni '60, sulla scia di Domenico Modugno, hanno cambiato non solo la storia della canzone italiana, ma i modi stessi della comunicazione, del come dire le cose, anche le più semplici, e di come interpretare gli aneliti, le ansie, le contraddizioni, i sentimenti di una società che cambiava, con versi e linguaggi in cui tutti si riconoscessero, anche quelli che avevano scoperto la lingua italiana solo dieci anni prima con l'aiuto del maestro Manzi nella trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi .
Non a caso proprio Modugno nella canzone Piove , con la quale ottenne la sua seconda sfolgorante vittoria al Festival di Sanremo, dopo il trionfo di Nel blu dipinto di blu (volare) , cantava... Vorrei trovare parole nuove... ma piove piove... che rivelava proprio la testarda ricerca di molti di questi poeti popolari (poi chiamati cantautori) di un linguaggio diverso che raccontasse in musica i sentimenti della gente con espressioni reali, vere, del linguaggio parlato, ma non per questo tanto lontane dalla poesia.

Sergio Endrigo, veneto malinconico e romantico che lavorando nei night club in Italia e all'estero aveva cercato di uscire dal suo mondo di provincia senza perderne la poetica, è uno di questi artisti.
Amava gli chansonnier francesi (Montand, Mouloudji e Leo Ferré), ma più ancora cantastorie di versi amari come Brassens, perché come molti della sua generazione, era stato affascinato forse dall'esistenzialismo, una filosofia che aveva influenzato anche la produzione musicale degli artisti più sensibili della Francia del dopoguerra.
Ma Endrigo, come Brel in Belgio, Serrat in Spagna, Chico Buarque, Veloso e Gil in Brasile, o Pablo Milanes e Silvio Rodriguez a Cuba, o come Dylan e altri negli Stati Uniti, in quella irripetibile metà degli anni ‘60, aveva voglia di raccontare le storie della sua vita e quelle degli altri come lui, con parole, implicazioni ed atmosfere di una stagione che rifiutava la retorica, era sazia di buoni sentimenti, sentiva il pericolo di un mondo che aveva già dimenticato le efferatezze della guerra e, in Italia in particolare, non ne poteva più della oleografia della canzonetta, talvolta ipocrita e rassicurante, proprio come voleva la società democristiana del tempo.
Anche l'amore per i poeti popolari di questa generazione era qualcosa che si viveva nella società e risentiva delle sue contraddizioni.
Così quella razza di cantastorie, fu fatta di poeti che lo divennero naturalmente, quasi senza saperlo e senza bisogno di affrontare sempre argomenti impegnativi.
Come dice Gianni Borgna nella sua Storia della canzone italiana , “(...) Questi cantautori avevano cantato spesso l'amore con insolita verità e crudezza, spesso più per andare contro corrente che per diffondere un vero messaggio”.
Questa esigenza venne dopo, quando i più sensibili di loro sentirono il dovere di farsi interpreti delle ansie giovanili e non solo di quelle.
Alcune canzoni di Sergio Endrigo come Via Broletto e Viva Maddalena furono però anticonformiste e, in un certo senso, politiche , prima perfino che la sinistra se ne accorgesse.
E quanto, un artista come Endrigo, rompesse i canoni tradizionali, lo dimostra la sorpresa per la sua vittoria a Sanremo in coppia con il grande cantautore brasiliano Roberto Carlos, interpretando Canzone per te un brano scritto con Sergio Bardotti, (intellettuale che si occupava delle prime collane letterarie stampate sul disco) e che fece il giro del mondo, malgrado Sergio non avesse il sorriso stereotipato di un vincente della canzone, ma il pudore, e a volte l'amarezza, di un cantastorie triste.
La festa appena cominciata è già finita/Il cielo non è più con noi... E poi Il nostro amore era l'invidia di chi è solo/era il mio orgoglio, la tua allegria e ancora (il nostro amore) è stato tanto grande che non sa morire/per questo canto e canto te . E infine un verso memorabile per l'epoca: la solitudine che tu mi hai regalato io la coltivo come un fiore .
Fu una delle canzoni che dopo quelle di Modugno, di Bindi ( Arrivederci o Il nostro concerto ) di Paoli divenne un classico in tutto il mondo. Non succedeva dal tempo della grande canzone napoletana e, salvo poche eccezioni, non succederà più. Quella fioritura di talenti che produsse anche Tenco e Gaber, De Andrè e Piero Ciampi, Lauzi e Jannacci, Meccia e Don Backy o Rino Gaetano, Dalla e Battisti e più avanti gli autori più marcatamente politici come De Gregori e Venditti, o quelli più romantici come Cocciante e Baglioni o più pasoliniani come Renato Zero, o quelli più etnici come i Bennato, o Pino Daniele, o Battiato si è estinta, negli anni ‘80, quelli della disco-music e della colonizzazione finale della peggior musica anglo-americana. Fu allora che molti di questi talenti furono giudicati artisti superati.
Ma da cosa? Da chi? E perché? Se ancora adesso, i ragazzi che spesso non conoscono le facce di questi cantautori, strimpellano le loro canzoni quando si ritrovano insieme a scuola o sulla spiaggia. Perché preferiscono queste canzoni, o ballano quelle estive di Edoardo Vianello e non quelle più moderne, o in teoria, più alla moda?
Per questo, il romanzo Quanto mi dai se mi sparo? scritto nel 1995 da Sergio Endrigo con un tono beffardo che rivela un gusto dell'ironia che solo i suoi amici più intimi conoscono, mi sembra una metafora azzeccata e pungente, un tentativo non banale di raccontare le miserie artistiche attuali della canzone italiana, dirci quasi la sua maleducazione dovuta ad un'orda barbarica di note, imposte dalle multinazionali del disco che ormai hanno fagocitato tutte quelle italiane e che hanno confuso, disperso e ingiustamente emarginato tanti talenti italiani, in cambio di qualche buona proposta, (quasi sempre figlia della musica nera) annegata in un mare di banalità e stronzate.
Il dialogo fra i dirigenti della casa discografica di Joe Birillo, (in cui evidentemente Endrigo si riconosce) sulla produzione da immettere nel mercato e sul fastidio che Joe Birillo rappresenta con la proposta delle sue canzoni, è emblematico della pochezza di questo mondo, della sua abdicazione ad ogni scelta artistica autonoma, della sua stupida fede in un presunto mercato artificialmente creato e sulla prova che questi pseudo-managers sono, in Italia, salvo poche eccezioni, solo degli impiegati che eseguono ordini che vengono da Londra, da New York o da Miami e non devono neanche pensare come mettere nei negozi i titoli imposti, perché insieme ai prodotti, arrivano, dall'estero, anche le disposizioni per l'uso e la campagna pubblicitaria da fare.
Il dialogo del vertice aziendale della casa discografica di Joe Birillo è ancora più beffardo, direi quasi triste, perche è vero, reale, non è un'esagerazione grottesca.
Ed è anche il frutto di una critica spesso incolta e così appiattita sulla paura di non essere in , alla moda, da accettare come interessante , singolare e bella qualunque trash (immondizia) venga sparata dalla musica di lingua inglese o da quella fasulla imposta dai network commerciali o da dj in vendita al miglior offerente, convinti che cantautori della classe di Endrigo o Pino Daniele “rovinano l'umore della radio”.
Così non credo sia soltanto il gusto dell'humor nero, tanto caro ad Endrigo, che faccia chiedere al vecchio e prestigioso cantautore Joe Birillo che vuole adeguarsi ai modi sensazionalistici dei tempi:
Quanto mi dai se mi sparo?
E' una scelta estrema che permette ad Endrigo di leggere beffardamente (come ha fatto per tutto il suo libro) la società della comunicazione in cui vive e nella quale (chissà perché?) pudore, buon gusto, decenza, ironia sono considerati retaggi di un'Italia provinciale, ancora non aperta all'Europa e dove prevalgono invece tic, riti e convinzioni secondo le quali l'annuncio del possibile suicidio di un maturo cantautore deluso, può non essere una tragedia, ma uno spettacolo e quindi un business .
“No, non voglio parlar male degli italiani che mi hanno fatto vivere e lavorare per tutti questi anni. Il fatto è che ora sono distratti o lo sono diventati. Sono bombardati dai media, pensano di meno. (...) Non ce l'ho con i giovani, solo non mi piace l'uso che si fa di loro: consumismo spinto, superficialità, edonismo. A forza di farli inseguire beni di consumo si sta creando una società di futuri mostri.”
Sono frasi di Joe Birillo per spiegare al proprio avvocato il suo gesto. Frasi che lo fanno apparire diverso e superato nella società dello spettacolo in cui vive.
Nel suo beffardo esercizio di indovinare le reazioni che quella provocazione avrebbe suscitato, Endrigo-Birillo cerca di prevedere anche cosa avrebbero scritto, per un caso come quello, alcuni dei cosiddetti pensatori della nostra società.
In questo parterre de roi , Sergio con molta magnanimità mette anche me, e con una capacità di sintesi che non credo di possedere, mi fa riassumere in due righe quello che in questo prologo ho detto in quattro pagine. Anche in questo, lo scrittore Endrigo, è stato geniale.

 

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