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Il genio e il metodo del "sor Gigi" Stampa E-mail
"Vivaverdi" , gennaio-aprile 2005

Annabella Cerliani, diplomata alla Scuola dei Filodrammatici di Milano ai tempi di Anna Maria Guarneri, e poi forgiata nella “prosa da ridere”, cara a Ugo Tognazzi e alle commedie di Bracchi, è una donna che può sembrare fragile e vulnerabile, ma è invece molto solida dentro.

Sono arrivato a lei, che ha nella sua storia anche l'esperienza con il Piccolo Teatro di Milano, perché Gigi Proietti, inventore del laboratorio teatrale più prolifico e più moderno degli anni '80, quello che pretendeva che gli studenti sapessero anche cantare e bene, mi aveva detto, fra il serio e il faceto, «Dopo 40 anni a giocà col teatro e con il cinema si tende a non ricordare nulla delle cose belle finite anzitempo per l'ignavia di qualcuno o, come diceva Trilussa, per colpa del “magna magna della burocrazia”. Và da Annabella Cerliani, che ha diviso con me ed altri quell'utopia che ci impegnava 20-30 ore alla settimana. Lei ha raccolto tutto, foto, copioni, appunti su metodi di insegnamento e teorie, spartiti inediti e quant'altro. Ti divertirai. »

Sono andato a trovarla e il ricordo di questa incredibile scuola d'attori che cantavano ha preso corpo.

Il Laboratorio di Esercitazioni Sceniche di Roma fondato da Gigi Proietti era al Brancaccino, una sala prove scarna del teatro Brancaccio, che per la sua grandezza, negli anni '60, aveva ospitato perfino concerti pop, da Paul Anka a Wilson Pickett.

E' stata la scuola di recitazione degli ultimi 25 anni che ha sfornato più attori di successo di qualunque altra, perfino della mitica Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, che pure negli anni '40,'50 e ‘60 aveva regalato al teatro e al cinema italiano talenti come Vittorio Gassman, Rossella Falk, Bice Valori, Paolo Panelli, Nino Manfredi o Lino Capolicchio e, successivamente, Sergio Castellitto. E' durata più di 15 anni, ma la Regione Lazio , che nel all'inizio degli anni ‘90 aveva restituito al fondo della Comunità Europea dieci miliardi di lire che non aveva saputo spendere per la cultura, non volle concedere un finanziamento maggiorato di 200 milioni di lire che Proietti chiedeva per non continuare a rimetterci un sacco di soldi di tasca sua.

Così la scuola chiuse i battenti e anche ora che da tre-quattro anni Gigi ha eletto il Brancaccio come sede del suo magistero d'attore, la scuola non ha più riaperto. Un vero peccato, mentre in televisione, a contrastare la bassezza dei reality show , trionfano i ragazzi di Gigi: Giorgio Tirabassi, nel telefilm che ricorda la figura del giudice Paolo Borsellino, o Flavio Insinna che interpreta magistralmente don Bosco, o sono ormai attori affermati da anni Iannuzzo, Laganà, Massimo Wertmuller, Paola Tiziana Cruciani , Sandra Collodel, Francesca Reggiani, Chiara Noschese (dotatissima figlia d'arte), o attori-registi come Stefano Reali e Pino Quartullo e infine ragazzi come Giampiero Ingrassia, Salvatore Marino, Giusy Cataldo, o Pazzaglia, Brignano e Cirilli che avevano studiato bene la poliedricità di interprete di Proietti, e ora, come nel caso di Brignano e di Cirilli, riempiono le sale e perfino la Curva Sud dello stadio Olimpico. Sono stati tutti allievi, negli anni ‘80, del laboratorio del “sor Gigi”, “il principale”, come lo ha soprannominato questa generazione di artisti.

Era un'epoca creativa, quella, nella quale anche Vittorio Gassman si impegnò nel laboratorio teatrale di Firenze, dove insegnarono Adolfo Celi e Luciano Lucignani, ma che era un impegno troppo pressante per un irrequieto come Vittorio, richiesto ancora in tutto il mondo, e che quindi non continuò l'esperimento.

La scuola di Proietti, nata nel 1979 come associazione culturale, presieduta da Flavia Tolnai e guidata da un gruppo docente formato da Gigi, dalla Cerliani, da suo marito, l'avvocato Arnone, da Ugo Gregoretti e da Sandro Merli, prevedeva un percorso didattico di due anni. Gigi, prima che arrivassero i contributi regionali, la mantenne da solo con l'aiuto di un amministratore che era stato allievo dell'accademia e attore, Mario Bussolino, che sarebbe stato anche, per anni, il responsabile, con Fioravante Cozzaglio, delle sue compagnie. Ma tutti, a cominciare dagli insegnanti, impegnati 25-30 ore alla settimana, erano coinvolti anche con risorse personali.

Era applicata una didattica innovativa. Il canto era importante quanto la recitazione «Chi non è musicale – mi ha confessato Gigi – questo mestiere non solo non può farlo, ma non lo deve fare», un concetto che ha spesso sottolineato, nei suoi spettacoli, con la tecnica sopraffina che usa quando propone un monologo classico con i toni, la cantilena e la gestualità dell'attore tradizionale per poi spezzettarlo, infilarci delle parentesi comiche, esaltarlo e irriderlo in un crescendo che ha fatto scuola ed ha rappresentato una svolta sui palcoscenici italiani.

«Così – ricorda la Cerliani – abbiamo privilegiato artisti già musicalmente dotati, che non solo cantavano, ma suonavano uno strumento, come Iannuzzo, come Stefano Reali, il nostro virtuoso pianista. Molti erano ragazzi con una preparazione già seria e una cultura profonda. Pino Quartullo aveva già frequentato l'accademia e l'università nella facoltà di architettura. Io non lo sapevo e così una volta gli dissi: “Lei sul palcoscenico ha un senso dello spazio che non ha eguali, dovrebbe fare l'architetto”. E lui, pronto: “già fatto, grazie!”. Aveva però una passione smodata per la recitazione e in quel momento non gli fregava niente dei suoi anni universitari. C'era anche Massimo Wertmuller, che era parente d'arte, figlio di un pittore e nipote di Lina, la regista di Mimì metallurgico e di Pasqualino sette bellezze che fu candidato all'Oscar. Qui ho delle foto, se vuoi vederle ci aiuteranno a rammentare.»

Passano fra le nostre mani le immagini di Laganà, allora più magro, di Paola Tiziana Cruciani , di Sandra Collodel, ma anche di Chirico, di Quartullo stesso, di Maria Novella de Luca, di Vannucci, attore versatile, che formò con la moglie un duo comico che visse un momento di discreto successo televisivo. «Questa invece è Elena Bonelli – mi indica ancora la Cerliani - che ora fa degli spettacoli sulla vita delle grandi star, l'ultimo, bellissimo, era sulla Magnani. E ha potuto fare questo percorso perché canta bene, molto bene, con sentimento, come Nannarella. Si cantava e si ballava molto alla scuola, che aveva della didattica un'altra concezione.»

Recitazione e dizione la insegnavano Proietti e la Cerliani, con la collaborazione di Sandro Merli e spesso anche della grande Vanna Polverosi, recentemente scomparsa. Passarono per un seminario anche maestri come Giancarlo Cobelli. Ma è interessante notare che la musica la insegnava addirittura Guaccero, e la danza, il primo anno, Marie-Christine Dunham, la figlia della grande Catherine, che fu maestra e compagna di Silvana Mangano nel film Mambo . E non è tutto. A insegnare cinema c'era Nanni Loy, qualche volta passava anche Zavattini e “quando je pareva”, veniva anche il “sor” Mario Carotenuto , amico per la pelle di Gigi, come Fiorenzo Fiorentini, per insegnar l'arte e i segreti “più paraculi” di stare in scena, che erano poi la semplicità, l'insegnamento di come si può apparire normali pur recitando.

Con Fiorenzo Fiorentini, Proietti lavorava sulla lingua, studiavano e sezionavano il dialetto romano, per poi dissacrare tutto, un esercizio sul linguaggio, che recentemente ha ripreso proprio Enrico Brignano.

«Al primo saggio mettemmo in scena proprio un testo di Zavattini con la regia di Gregoretti – ricorda la Cerliani – C'era un enorme entusiasmo e una grande fiducia. I fondi della Regione arrivarono con un funzionario gentile, felice di passare il pomeriggio con noi che gli proponevamo in anteprima alcuni passaggi dello spettacolo in allestimento. Alla sera andava via contento. Poi però il funzionario esperto e gentile, che si chiamava Marchi ed era diventato il nostro angelo custode, andò in pensione e il dialogo con l'istituzione si affievolì. Successivamente l'atteggiamento di chi prese il posto di Marchi, senza quasi mai farsi vedere, era di una leggera supponenza, come se volesse dirci che ci stavano facendo un piacere.»

Un vero peccato di superficialità. La fama di quello che Proietti stava costruendo nella sua scuola, dopo essere diventato personalmente un caso con il leggendario A me gli occhi, please , un irresistibile esempio di “one man show”, aveva cominciato infatti a circolare. Il saggio dell'83 fu un capolavoro. Gigi azzardò la sfida di mettere insieme un suo spettacolo facendosi accompagnare dai ragazzi del laboratorio. Ricordo personalmente come il giorno di Natale dell'83 al teatro Tenda di Viale Tiziano, mi permise di realizzare una puntata di sei ore del programma Blitz , con il quale su Rai Due facevo concorrenza alla Domenica In di Pippo Baudo, risolvendomi il problema della penuria di ospiti per una maratona che durava un intero pomeriggio. E la sera alle nove andò anche in scena con i suoi ragazzi. Perfino Antonello Falqui, che ancora impartiva lezioni sul modo di confezionare una rivista televisiva, prima di essere assurdamente accantonato anzitempo, montò, con la collaborazione di Proietti, uno spettacolo interpretato dagli allievi del terzo laboratorio, che fu intitolato Attore amore mio . Fu anche l'epoca della riproposizione dell' Opera del mendicante di J. Gay, portata in giro, come usava allora, per i teatri di borgata e che infatti trionfò a Tor Bella Monaca e fu riproposta ancora diverse volte negli anni successivi.

L'esordio ufficiale dei ragazzi del laboratorio in una grande produzione teatrale era avvenuto, alla metà degli anni '80, con il Cyrano de Bergerac , dove si distingueva Giampiero Ingrassia e c'era anche Giorgio Tirabassi.

«Giorgio era un amico personale di Gigi, non un allievo, ma un amico ragazzino che si era fatto coinvolgere dalla scuola fin dal primo giorno. All'epoca era magro, dinoccolato, timidissimo e bruttino, col suo enorme naso. Era molto dotato ma timidissimo. Adesso l'ho visto nella parte di Paolo Borsellino. Con la maturità è diventato pure bello» commenta la Cerliani rivedendo le fotografie di quella stagione. Riconosce con tenerezza nelle foto anche altri allievi di quegli anni: Elisabetta De Vito, che adesso insegna con lei, Gianni Cannavacciuolo, Nadia Rinaldi, Annalisa Favetti, o Annalisa Lombardi, che ha scelto l'operetta, e Mariella Del Prete, Totò Laganà, sorella di Rodolfo, Ernesto Ponte, un cabarettista che a Palermo è un re, o Vicentini Orniani, che è diventato regista e ha diretto con successo Il più crudele dei giorni , il film su Ilaria Alpi.

«Con la classe docente negli anni hanno collaborato il bravissimo Alvaro Piccardi, che è stato anche a fianco di Gassman – ricorda Annabella – e poi Ingrid Tulin, Rossella Falk, Leda Loiodice, maestra di danza, e Mario Scaletta, che ora fa l'autore. Crescevano molti talenti. Mi piacerebbe che la gente potesse rivedere Enrico Brignano e Flavio Insinna che, con me, recitavano credibilmente una scena di Otello. O Gabriele Cirilli, che era versato per il teatro in maschera, al punto che lo volevano prendere per avvicendare Soleri, il miglior Arlecchino che il nostro teatro moderno abbia mai avuto, ma lui pensava solo alla tv e non si può dire che abbia avuto torto.»

La Cerliani, che veniva dalla Scuola dei Filodrammatici di Milano (da dove erano passati anche Tino Carraro, Giorgio Streheler, Anna Maria Guarneri, Mariangela Melato, Alessandro Preziosi, e perfino Alberto Sordi in una sua poco nota escursione al nord), ha avuto l'avventura, nella sua vita di artista e di insegnante, di collaborare con Luca Ronconi (per otto anni a Torino), con Mimmo Modugno («L'uomo più generoso e l'artista più dirompente che io abbia conosciuto, oltre a Gigi») e appunto con Proietti. E' convinta che la fioritura di attori che “il principale”, come lo chiama lei, è riuscito a far crescere, in pochi anni, sia dovuta soltanto al metodo che Proietti usa, al lavoro duro di ricerca ma anche di invenzione che ha scelto come regola «Gigi fa l'attore come fosse un atleta, per questo i ragazzi lo seguivano e cercavano di cavare il meglio da sé stessi, per l'esempio che rappresentava e rappresenta.»

E' incredibile che un simile gigante non abbia avuto sempre dalla sua parte il favore della critica, che spesso non ne ha capito la novità. Annabella ha una spiegazione in merito «In Italia c'è un pregiudizio invincibile verso chi fa ridere. Siamo un paese curiale, forense. Il comico non è considerato, salvo quando muore, come è successo a Totò e a Troisi. E poi Proietti ha il torto di essersi costruito da sé. Solo il più grande critico italiano degli ultimi cinquant'anni, il famoso Roberto De Monticelli, se ne rese conto, un quarto di secolo fa, con un memorabile articolo sul Corriere della Sera . Gigi è un genio non schiavo del suo ego di artista. Forse è per questo che è stato inarrivabile nell'aiutare, in pochi anni, tanti attori a nascere.»

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