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Se ritorna il piacere della poesia e dell'impegno civile Stampa E-mail
"Vivaverdi", settembre-ottobre 2004

La folla che ha applaudito per giorni, quest'estate, le giornate della poesia a Modena non è un caso isolato in Italia e ribadisce, unitamente al rinascimento del documentario nel panorama della comunicazione del nostro tempo, una esigenza che, evidentemente, sta maturando nel pubblico, tramortito dai reality show della televisione e dal chiacchiericcio di una politica ormai grottesca, ma, sorprendentemente, non ancora prostrato, non ancora disposto a farsi mettere k.o. dal trionfo dell'insulso e dell'inutile in un ring dove oggigiorno tutti sognano un “talk show” o aspirano a una “nomination”.

Il pubblico, al contrario di quello che pensano alcuni autori televisivi ma anche i produttori di certi film e gli editori di certi libri, sa amare ancora la poesia, così come, al contrario di quello che pensano molti discografici, il pubblico sa sognare ancora con le canzoni di chi sa scriverle e non vive solo di rap sgangherati ogni giorno martellati e venduti da tanti interessati dj alla moda. Il pubblico insomma (ed in questo è eroico), ha ancora fame di conoscenza, ha ansia di godere l'arte e di capire lo stato del mondo e di indovinare la sorte che l'aspetta, dopo che, sovvertendo ogni logica e il buon senso, quotidianamente qualcuno, senza pudore, ribadisce da uno schermo televisivo, da una radio, o da un giornale, che fare la “guerra preventiva” è morale e anche ineluttabile. Sono certo di questo risveglio della gente per conoscenza diretta.

Da cinque anni dò una mano a Piacenza a due amici che fanno i librai per diletto (uno lavorava in banca e l'altro lavora ancora all'ospedale civico). I due si sono messi in testa, con l'aiuto prima della Provincia e poi del Comune, di far transitare dalla piazza del Duomo della loro città, ogni anno a settembre, alcuni dei testimoni del tempo capaci di squarciare con i loro interventi all'ombra della cattedrale il velo dell'ipocrisia rappresentato dall'attuale contesto politico e dall'attuale circo mediatico e pseudo culturale.

La cosa più singolare è che l'occasione che ha dato il via a questa annuale kermesse della conoscenza, denominata, non a caso, Carovane , è un premio letterario intitolato al grande poeta meticcio cubano Nicolas Guillén, che nel 2002 avrebbe festeggiato i cento anni. Nel suo nome sono stati insigniti a Piacenza Roberto Retamar (fondatore della prestigiosa Casa de las Americas dell'Avana, vero crogiuolo dell'intellettualità latinoamericana), la cilena Carmen Yanez Sepulveda (sopravvissuta alle torture di Villa Grimaldi, il laboratorio delle sevizie della dittatura di Pinochet), Mario Benedetti (vate esiliato in Spagna di tutti coloro che in Uruguay si sono negati venticinque anni fa alla logica dei desaparecidos scelta dalla dittatura militare dell'epoca) ed Ernesto Cardenal (frate trappista, poeta esimio ed ex ministro dell'educazione nella breve stagione della rivoluzione sandinista). Con loro gli organizzatori del Premio Guillén hanno voluto rendere onore anche a uomini che hanno scelto di vivere una vita al servizio degli altri o al servizio delle lotte per i diritti negati a molti dei propri simili. E sempre con un soffio di poesia. Persone come Gino Strada, padre Alex Zanotelli, don Luigi Ciotti, e i leader del movimento brasiliano dei Sem Terra .

Così queste giornate in versi si sono trasformate, nel tempo, anche in giornate della conoscenza basata sulla vita vissuta, o su un'esistenza dedicata e la cittadinanza di Piacenza, anno dopo anno, ha riempito sempre di più, pomeriggio e sera, una piazza, quella del Duomo, dove le parole erano scandite dai rintocchi della campana della cattedrale.

Inoltre questi poeti della parola e della vita hanno finito per attrarre altri testimoni del mondo, chiamati da Maurizio e Renzo, i due librai che avevano preso gusto a questi seminari pubblici. Nel 2003 sono arrivati, per esempio, dagli Stati Uniti Bruce Jackson, docente all'Università di Buffalo, che si batte per la verità sui 3000 cittadini nordamericani desaparecidos per le leggi antiterrorismo varate dal governo di George W. Bush, e poi Wayne Smith, l'unico diplomatico di Washington che, alla fine degli anni '80, per conto del presidente Carter, trattò la pace con Cuba, poi sfumata per la vittoria alle elezioni presidenziali di Ronald Reagan. E, prima e dopo di loro, anche gli scrittori Luis Sepulveda e Patricia Verdugo (cileni), Mempo Giardinelli (argentino), Paco Ignacio Taibo II (messicano), Eduardo Galeano (uruguayano) e Svi Shuldiner (israeliano). E quest'anno il Premio Nobel per la Pace argentino Adolfo Pérez Esquivel, che scampò per miracolo ai “voli della morte” che la dittatura argentina, alla fine degli anni '70, riservava agli oppositori politici, che venivano dati in pasto ai pescecani al largo di Buenos Aires. Ognuno di questi protagonisti, come tanti altri arrivati dai punti più disparati del mondo, ha tenuto avvinto il sentimento e la coscienza di centinaia di cittadini in cerca di una testimonianza che li riconciliasse, dopo le banalità della televisione, con una descrizione seria del mondo che viviamo, magari cruda ma sincera, un racconto che facesse appello alla loro sensibilità, alla loro capacità di pensare e che non volesse invece farli assopire nel sonno di una ragione ormai ostaggio del mercato o delle mode.

Se i cittadini in massa sono tornati in piazza per parlare di poesia o per riassaporare il piacere dell'impegno civile, non è per caso, e forse non è persa la battaglia dei poeti, degli scrittori e anche dei creatori, degli artisti e degli autori.

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