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"Pino Daniele" no, grazie. Mi rovina l'umore della radio Stampa E-mail
"Vivaverdi" , maggio-giugno 2004

La notizia, recentemente segnalata da una pagina di Repubblica anticipazione di questo numero di Vivaverdi -che Domenico Modugno rimane l'autore di musica popolare italiana più eseguito, inciso e commercializzato nel mondo, unitamente ad Ennio Morricone, superando tutti quelli, buoni o mediocri che sono venuti dopo di lui, mi ha riempito di allegria come antico amico e fan di Mimmo, ma mi ha, nello stesso tempo, imposto una domanda alla quale non so dare una risposta: cosa hanno trasmesso e trasmettono i dj delle famose radio specializzate in musica e tendenze moderne, nel corso della loro ormai trentennale "occupazione" del gusto e dell'estetica dei giovani consumatori di ritmi e di canzoni alla moda nel nostro paese?

Perchè, da vecchio ascoltatore di tutto l'universo musicale che il mondo discografico ci ha offerto

dalla nascita del rock 'n roll ad oggi (e non solo di quello, per fortuna) , si è fatta sempre più strada nella mia testa la convinzione che, molte di queste emittenti ed i loro speakers siano state complici

nel “traviare” i gusti dei più giovani, anche quando non ne valeva assolutamente la pena per la mediocrità di certi prodotti imposti da un rock ormai appassito, da una “disco music” da salone di parrucchiere o da caricature di rap.

Insomma, questi acritici portavoce di quello che il mercato spinge, prima al servizio pedestre delle

multinazionali del disco ed ora, da qualche anno, addirittura autonominatisi (non si sa in virtù di quale sapienza) leaders di opinione dei gusti dei nostri ragazzi, mi sembrano ogni giorno di più solo profeti e venditori del nulla, che però, ormai, non impongono solo ai giovani inesperti consumatori della poverissima musica di questi ultimi anni, ma anche a quelle che furono le case discografiche ed ora sono letteralmente ostaggio delle decisioni di questi presunti esperti o “creatori di trend”.

Onestamente non ho tanta pena di quei discografici che si sono fatti esautorare delle loro prerogative di operatori culturali e sono stati puniti per aver svenduto letteralmente il loro patrimonio artistico e di intrattenimento preferendo, per miopia, valorizzare per anni presunti artisti che duravano lo spazio di un mattino, di una stagione. Ai loro occhi, però, quei dilettanti allo sbaraglio avevano il merito di non pretendere, di non discutere come, invece, fanno tutti quelli che artisti lo sono per davvero e, magari, per provare le sonorità di una canzone da eseguire in uno

spettacolo televisivo ci mettono due ore. "Si perde tempo e si perdono soldi, con queste fisime" sentenziavano i managers, che, alla fine, hanno cominciato a scegliere i figuranti, i cloni, i replicanti, i modelli invece degli artisti, riducendo la musica in tv a un vero riempitivo o ad un povero sottofondo.

Chi fa il dj, che è una professione nobile se la si fa con lo spirito con cui, per esempio, la fa Linus, si sarebbe dovuto a questo punto ribellare almeno in nome della qualità della merce reclamizzata nella radio in cui lavora. Ed invece, salvo alcune eccezioni indiscutibili, tutto questo non è avvenuto. Anzi, imberbi fan trasformati in esperti, o addirittura alcuni supponenti officianti del rito della musica da far consumare ai giovani hanno intravisto la possibilità di "far soldi" trasmettendo solo il repertorio da loro scelto autonomamente e al quale, lo stesso discografico si deve ormai adeguare. Una specie di ricatto che sarebbe uno dei tanti della società in cui viviamo, se non avesse un'incidenza fondamentale nella conoscenza e nella crescita estetica e culturale dei nostri figli, che non sono più rintronati di noi, sono però più frullati, confusi, da imbonitori spesso della loro età, che hanno imparato purtroppo troppo presto a privilegiare il mercato invece dell'etica.

Ho saputo recentemente che uno di questi imbonitori al quale veniva proposto il meraviglioso ultimo cd di Pino Daniele ha risposto sprezzante: “No, no, Pino Daniele lasciamolo stare, mi rovina l'umore della radio”. Non mi consola che poi, proprio il mercato (che vede ancora una volta trionfare l'autore di Passi d'autore ) abbia già fatto polpette dei gusti e dell'imbecillità di questo arrogante predicatore del nulla e di tutti quelli come lui. Mi preoccupa il loro potere e anche la miopia dei padroni delle radio che in alcuni casi purtroppo “stanno ai mezzi” come dicono a Roma, con questi piccoli razziatori e nella maggior parte dei casi non intendono che, la musica popolare, quella vera, quella che ha riunito intere generazioni di ragazzi ed ex ragazzi, è più conveniente. Perchè la discografia fra poco, con questo andazzo, non esisterà più e quindi non esisterà più nemmeno l'elemento, il seme, che fa vivere le stesse radio ed i suoi dj.

So che questo discorso non va riservato solo alle cosiddette “radio libere” (di che?) ma anche all'ormai patetica Rai dove, un “funzionariotto” spesso venuto direttamente da un partito politico, impone il paniere della musica scelta, il repertorio che autori e presentatori, assolutamente esautorati dai loro incarichi, possono mandare in onda per tutta la giornata e per tutta la settimana. Se non sei nel paniere (la cosiddetta play list) puoi stare settimane e mesi senza essere trasmesso e se, invece, ci sei puoi anche scandire ed accompagnare una trasmissione che non ha niente a che vedere col contenuto delle canzoni proposte. Con tanti auguri al mandato culturale della Rai servizio pubblico.

Nel caso della musica popolare però è l'emittenza privata, il califfato di certi dj, la scelta di imporre il nulla artistico, a far più danni dello stesso servizio pubblico perchè nel settore questo mondo, apparentemente innocuo, dei consumi giovanili ha più capacità d'influenza, più possibilità di rendere sempre più povera la crescita culturale e intellettuale delle nuove generazioni.

Questa è la mia idea conscio che questa logica non apre al mercato ma lo chiude. Gradirei, però, sentire altri pareri.

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