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Se il piacere della provocazione prende la mano all'intellettuale Stampa E-mail
"Vivaverdi" , gennaio-aprile 2004

E' certamente difficoltoso rispondere, per me, a un gioco intellettuale di Umberto Eco che, magari, cambiando idea rispetto a quanto aveva affermato in un intervento di quattro o cinque anni fa, adesso, nella bella intervista concessa a Diego Cugia, afferma, come paradosso, che il diritto d'autore andrebbe soppresso, e quindi anche la SIAE e che, al limite, ci vorrebbero dei mecenati.

Capisco che il discorso rivela il gusto di una sottile provocazione, anche perché, proprio Umberto Eco, per i diritti d'autore dei suoi capolavori, è diventato ricco fino a potersi permettere di autorizzare una università americana a stampare, per uso interno, alcuni suoi saggi senza richiedere nessun a royalty o prebenda. Ma lo stesso professor Eco sa che migliaia di persone in Italia e milioni nel mondo, pur derubati da sempre da chi commercialmente gestisce la fruizione delle opere dall'ingegno, vivono (in pochi dignitosamente, in tanti a fatica) solo perché da qualche decennio è tutelato il lavoro creativo, da strutture come la SIAE, non sempre perfette, a volte nella loro storia addirittura contraddittorie, ma comunque fondamentali perché chi scrive, compone, crea, scolpisce, disegna, realizza, abbia un compenso per il suo lavoro esteso nel tempo.

So cosa vuol dire Eco quando sogna che tutti possano usufruire gratis delle opere dell'ingegno. Ma a questo devono pensare le strutture politiche, culturali e sociali (se nell'era dell'economia neoliberale ne sono ancora capaci) senza mortificare (guarda caso solo in questo ambito) chi produce un servizio intellettuale e artistico, che può valere tanto o poco, ma ha gli stessi diritti di riconoscimento economico, del lavoro di un idraulico o di un medico, di uno spazzacamino o di un avvocato, di un autista dei bus cittadini o di un generale, di un operatore di call center (mestiere tanto caro all'economia che produce lavoratori precari) o di un professore universitario. Chi produce arte ma anche solo divulgazione, o parole e musica che fanno cantare la gente o la fanno ballare, ha gli stessi diritti di tutti i cittadini, forse perfino qualcuno di più, perché, fa un mestiere che dovrebbe regalare allegria e vivezza mentale alla gente.

C'è sempre il dubbio, quando si ascoltano provocazioni anche esplicite come quella di Eco, che il diritto alla conoscenza, e alla produzione dell'ingegno, debba essere riservato, secondo qualcuno, a pochi, a una casta, mentre si sostiene magari il contrario. Forse perché una popolazione evoluta crea attese più urgenti e richieste più pressanti ai cosiddetti santuari della cultura, e nei luoghi di insegnamento di ogni livello, rompendo un tranquillo tran-tran che spesso favorisce solo chi sta nella torre d'avorio.

Quando poi Eco arriva all'affondo finale, sostenendo che l'unica concessione potrebbe essere quella di sperare nell'avvento dei mecenati come nell'epoca del Rinascimento, ci viene difficile dimenticare che, in questo mondo che viviamo, dove il mercato è Dio, il mecenate non sarebbe altro che un imprenditore (a volte presunto) che condizionerebbe la tua libertà, ti imporrebbe, come si fa ora in televisione, i modelli di produzione artistica (si fa per dire), convenienti al suo business, non ti concederebbe nemmeno la relativa indipendenza della quale godettero Leonardo Da Vinci o Caravaggio, ma, al massimo un contratto in esclusiva finchè la tua creatività non pregiudichi le sue mire economiche, sociali o politiche.

Questo principe già esiste e non solo in Italia. E' il figlio di una concezione paternalistica per la quale l'artista o il divulgatore è uno che deve essere già grato se gli viene offerta una ciotola con del riso o, nei casi più moderni, un forfait, una mancia tutto compreso.

Non credo sia questa l'idea di Eco né la sua intenzione quando ha giocato con la sua provocazione nell'incontro avuto con Diego Cugia. Con molta umiltà, però, anche a nome di tutti coloro che invece credono nel diritto dell'opera dell'ingegno di essere remunerata e quindi nella funzione della SIAE, vorrei aggiungere che talvolta, per fastidio intellettuale, possono scappare anche affermazioni che non stanno né in cielo né in terra.

Una volta, per esempio, Leonardo Sciascia, che certo ha dei meriti nella affermazione di una coscienza antimafia in Italia, scrisse, mentre in Sicilia fioccavano le uccisioni eccellenti senza che la politica fosse in grado di contenere la Piovra, che era stanco “dei professionisti dell'antimafia”. Purtroppo uno di questi presunti professionisti era Paolo Borsellino, poco tempo dopo assassinato come il suo amico Giovanni Falcone, dalla Cupola. Certo Sciascia non prevedeva questa tragedia che lo avrebbe messo ingiustamente in contraddizione con il suo impegno, il suo cammino e la sua storia personale. Ma, proprio per questo l'intellettuale, che, speriamo abbia sempre assoluta licenza di gioco, ogni tanto dovrebbe, anche lui, contare fino a dieci prima di abbandonarsi al gusto della provocazione.

 

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