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Gaber: quelli che cantavano l'italia Stampa E-mail
"Il Manifesto", 3 gennaio 2003

Se n'è andato anche Giorgio Gaber, con il suo sorriso amaro, l'anarchia del suo messaggio poetico, il suo “nichilismo costruttivo” come l'ha definito Dario Fo. Ci mancherà molto questo cantautore che voleva testardamente far ragionare il pubblico dei suoi spettacoli e abituarlo a far strage dei luoghi comuni, delle banalità, dei tic e delle mode intellettuali, pure quelli della sinistra della quale anche lui era parte.

“A fare questo mestiere si soffre”, mi disse una volta Luigi Tenco in una di quelle notti infinite, davanti al bowling dell'Acqua Acetosa a Roma, notti nelle quali, spesso, proprio lui litigava con Gino Paoli su quanto dovesse essere estremo l'impegno di un ragazzo coinvolto con la musica popolare. Credo che soltanto adesso intendo la portata di quel disagio.

Fra i cantautori che hanno nobilitato, negli ultimi 40 anni, la musica italiana, molti ultimamente hanno lasciato questo mondo anzitempo, ancora giovani. Il primo è stato Domenico Modugno, il più geniale, quello che seppe anticipare la rottura con il passato della melodia melensa e seppe rendere nuovamente internazionale la canzone italiana. Poi, in pochissimo tempo, l'hanno seguito Lucio Battisti, Augusto Daolio, Fabrizio De Andrè, Umberto Bindi, Pierangelo Bertoli ed ora, in un capodanno mesto, Giorgio Gaber.

Ognuno ha rappresentato un aspetto delle mille sfaccettature che la canzone popolare del nostro paese ha saputo esprimere fra la fine degli anni '50 e gli anni '80, praticamente senza lasciare, finora, rimarchevoli eredi. Modugno ha incarnato la straordinaria versatilità d'autore, Battisti una nuova costruzione dei ritmi e delle cesure da imporre alla musica nazionale, De Andrè l'innovazione poetica, Daolio e Bertoli l'ingresso esplicito della politica e della denuncia sociale in quella che era una volta la canzonetta, Bindi la ricchezza dei suoni e della concertazione, Gaber, oltre all'impegno civile, l'intuizione di far diventare teatro puro la canzone stessa.

E' probabile che l'attuale vuoto generazionale, questa continuità spezzata in una delle arti popolari più amate dal pubblico segnali, ancora una volta, una società sempre più imbarbarita dove solo la competizione e il mercato sono degni di attenzione e dove artisti come quelli che ho citato sarebbero respinti in tv dalla legge dell'audience e, nella discografia, da quella dei consumi imposti, dai falsi artisti inventati proprio dalla squallida tv attuale.

Negli anni '70, in un'epoca buia come quella attuale, tutti questi artisti usciti anzitempo dalla scena della vita, sentirono il bisogno di rifiutare una logica perversa scandita dalla nascente prigione dell'audience e dalle “esigenze del mercato”, o furono esclusi dalle luci della ribalta perché ritenuti ingombranti. Non furono i soli, ma fra i più convinti dell'esigenza di resistere. Gaber, per esempio, che pure veniva da esperienze goliardiche come il rock ‘n roll con Jannacci, o da esperienze di cantore ironico della vita marginale delle periferie di Milano, o dall'intrattenimento gradevole, allora possibile in Rai, sentì, da un certo momento in avanti, di non poter fare a meno di “prendere posizione sulle cose del mondo”, perché, come ha spiegato Dario Fo, “era uno che sapeva farsi carico, non si deresponsabilizzava di quello che succedeva intorno, nel mondo”.

Nacque così il suo “teatro-canzone” dove le ballate sociali o di grottesca rappresentazione del quotidiano, si alternavano a monologhi sarcastici su un mondo deteriorato nei valori e nei sentimenti, bugiardo e inguaribilmente affogato nell'ipocrisia.

“La libertà non è star sopra un albero/non è neanche il volo di un moscone/la libertà non è uno spazio libero/libertà è partecipazione”.

Sono versi del 1972 che certo stridono con l'amara constatazione che Gaber ha fatto l'anno scorso nel suo ultimo cd “La mia generazione ha perso”, ma rappresentano la nobiltà di chi non ha scelto di fare il cantautore solo per divertirsi.

E' utopia pensare che oggi ci sia qualche artista della canzone già affermato com'era lui trent'anni fa, disposto a giocarsi tutto in funzione di un ideale artistico, di un'etica della professione, dell'esigenza di dare spessore e giustificazione al mestiere di cantastorie.

D'altronde, quel movimento artistico che ha trasformato la canzonetta italiana, negli anni '60 e '70 e parte degli '80, in un veicolo diretto di comunicazione, in un linguaggio innovativo, insomma in un'arte, non esiste più, come non esiste quella Milano ricca di tensione morale e di impegno civile che stimolò le scelte e le denuncie di Dario Fo, Giustino Durano, Franco Parenti, Giorgio Strehler o di Gaber, Jannacci, Paoli, De Andrè e di tutta la scuola genovese della canzone d'autore che aveva trovato nella capitale industriale d'Italia la condizione adatta per esprimere la rivoluzione artistica della quale è stata protagonista, prima ancora della scuola romana, emiliana e napoletana.

Ma forse, proprio in questo momento, quando l'industria della musica italiana è, praticamente, un'appendice senza importanza delle multinazionali e crea solo polli in batteria in presunte gare televisive per scoprire talenti, è possibile stia nascendo chi, nel nome di Gaber e compagni, sia capace nuovamente di usare anche la musica per raccontare una realtà sempre più diseguale, feroce, ingiusta e inaccettabile.

Forse a Napoli, che ha sempre saputo rinnovarsi (da Carosone a Peppino Di Capri, dai Bennato a Pino Daniele, dai 99 Posse ai gruppi musicali disubbidienti) o forse proprio a Milano dove il seme lasciato da quelli come il signor G, pur con tutti i propri limiti e contraddizioni, non andrà disperso malgrado l'attuale povertà culturale del contesto.
 

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