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Honduras, polpetta avvelenata per Obama Stampa E-mail

 da Liberazione del 1 ottobre 2009

 Quando, il 28 giugno scorso,  l’imprenditore italiano di origine bergamasca Roberto Micheletti accettò, senza alcun scrupolo, di sostituire alla presidenza dell’Honduras Manuel Zelaya, deposto e spedito in esilio, poche ore prima, da un colpo di stato militare, mi azzardai a scrivere che quell’accadimento, voluto dalla giurassica destra economica del paese e chiaramente benedetto da una parte dall’apparato militare Usa, da sempre gestore della vita in Honduras, era una polpetta avvelenata confezionata per mettere in difficoltà il neo presidente nordamericano Barack Obama.

Perchè ora che liberale Zelaya, con un colpo di mano, è rientrato nel paese trovando rifiugio nell’ambasciata brasiliana e il suo ex compagno di partito Micheletti, dopo giornate di repressione con morti e feriti sfuggiti all’attenzione dell’informazione occidentale, ha sospeso tutte le garanzie costituzionali per 45 giorni, i vari funzionari del governo di Washington, platealmente in confusione, rilasciano dichiarazioni contrastanti.

Lewis Amelsen, rappresentante Usa all’Organizzazione degli Stati Americani, ha definito Zelaya “un irresponsabile”, mentre un portavoce del Dipartimento di Stato ha condannato la sospensione dei diritti costituzionali, definendoli “valori inalienabili, che non possono essere limitati senza danneggiare seriamente le aspirazioni democratiche del popolo dell’Honduras”.

Tutto questo dopo che per tre mesi Zelaya era andato avanti e indietro dal Costa Rica (dove il presidente Arias aveva tentato una mediazione con i golpisti), a Washington, dove Hillary Clinton aveva finalmente chiamato “colpo di stato” quello messo in atto in Honduras, senza però azzardarsi a classificarlo come “militare”.

Allora o l’aggravarsi degli eventi in Honduras rappresenta il fallimento della dilpomazia Usa o anche Hillary Clinton ha scelto di non risolvere, di lasciare che le cose vadano e tutto si concluda per stanchezza, con i golpisti di fatto al potere in attesa di nuove elezioni, da loro organizzate

Forse gli analisti di Obama non hanno previsto la durezza di un personaggio come Micheletti, tipico fascista italiano dell’America latina, di cui è pieno anche il Venezuela, o forse non hanno tenuto presente abbastanza che il vento di progresso che spira in America latina non avrebbe permesso, dopo tanti anni, il ritorno ad una pratica eversiva, frequente in passato in America latina, ma tramontato con la fine della guerra fredda.

Sta di fatto che Obama è rimasto, più che mai, con il fiammifero acceso in mano, specie se si considera la sua più volte affermata intenzione di cambiare metodi e politica nel continente che una volta era il “cortile di casa” degli Stati Uniti.

E’ lecito domandarsi, dunque, a questo punto, chi ha scelto di mettere scientemente il giovane presidente nero e progressista in contraddizione con se stesso e con i suoi principi. Ed è leggittimo anche chiedersi se la miccia accesa in Honduras con la benedizione del Pentagono, più che neutralizzare la politica di riscatto continentale del presidente venezuelano Chavez e di altri colleghi latinoamericani che si stanno distinguendo per una maggiore attenzione sociale, non sia un colpo di coda, preparato da quell’apparato militare-industriale in auge durante la presidenza Bush e di cui era il massimo esponente il vice presidente Cheney.

Non è un caso che la confusione di Washington nella politica da portare avanti ora nell’Honduras in mano al reazionario  Micheletti vada di pari passo con la crisi che il primo presidente nero degli Stati Uniti deve affrontare per il fallimento del suo ambizioso progetto politico, scandito in campagna elettorale, quello di dare assistenza sanitaria pubblica a quarantasette milioni di nordamericani che ne sono privi. Un progetto di difesa di diritti civili e umani già fallito da Bill Clinton.

L’Honduras era la base militare di retrovia delle “guerre sporche” degli Stati Uniti di Ronald Reagan in centro America. E’ singolare che sia ancora una volta il banco di prova con il quale gli Stati Uniti di Obama dovranno fare i conti per riguadagnare quella credibilità morale persa con le efferate guerre e torture dell’epoca di Bush Junior.


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