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Premiati i segnati in America Latina Stampa E-mail

SE UN PRESIDENTE USA NON ANNUNCIA GUERRE.

Onestamnete appare un pò forzato il Nobel della Pace assegnato a Barack Obama perchè sembra quasi che si sia voluto premiare preventivamente l’inusuale realtà, negli ultmi anni, di un nuovo presidente degli Stati Uniti che non annunci o minacci una guerra.
Fa tristezza dover fare questa riflessione per il paese leader delle democrazie occidentali, ma nello stesso tempo questa constatazione regala speranza, per un futuro che solo un anno fa era segnato dalle politche guerrafondaie di George W. Bush e del suo vice presidente Cheney, grande azionista della Halliburton, la multinazionale che ha ottenuto più appalti nei conflitti in Iraq e in Afghanistan.
Senza contare che l’anno scorso negli Stati Uniti era ancora vigente la legge che autorizzava la tortura per i sospetti di terrorismo e la legge che aboliva l’Abeas corpus, cioè un adeguato diritto alla difesa, due orrori sospesi (ma non ancora cancellati) proprio da Obama, come primo atto del suo mandato.

L’impressione, quindi, è che i membri dell’Accademia svedese, che hanno deciso di premiarlo anche se le candidature al Nobel erano scadute a febbraio, quando il neo presidente nordamericano era solo al secondo mese del suo incarico, abbiano voluto esprimere un auspicio, premiare una buona volontà, annunciata dal primo presidente afroamericano ancora prima di sapere se potrà conseguire l’obbiettivo.

E’ un cambio profondo nei meccanismi che hanno caratterizzato le scelte dei Nobel della Pace, anche quando puzzavano di politica come nel caso di Hanry Kissinger che, mentre trattava la pace in Vietnam, autorizzava il terribile colpo di stato in Cile, con l’unica raccomandazione che “tutto succedesse rapidamente”, altrimenti non sarebbe riuscito a tenere a bada il Congresso di Washington.

Insomma, quasi sempre si è premiato basandosi su un fatto, questa volta, in un mondo diseredato, prigioniero degli interessi delle industrie dell’energia e della guerra, si è pensato fosse giusto dare riconoscimento ai segnali di pace che Barack Obama ha lanciato fin dall’inizio.

E, in verità, Barack non si è risparmiato, almeno in dichiarazioni di buona volontà, sentendo forse più di altri leader il cambio che la sua stessa persona e la sua storia facevano sperare, in un mondo dove nazioni della vecchia Europa non si fanno scrupolo di respingere l’umanità che scappa dai conflitti, dalle miseria, perfino dai genocidi, gente che spesso arriva da quel ventre di mamma Africa, da dove è partito suo padre.

Obama, è vero, fin’ora non ha praticamente fatto molto, ma ha avuto il coraggio, per esempio, di chiedere ai propri generali, che volevano più truppe, quanto realmente, nei numeri, nella quotidianità, cambierebbe la guerra in Afghanistan e quella mai terminata in Iraq se le concedesse.

E poi non ha solo rinunciato allo scudo spaziale, che doveva essere attivato in Polonia o nella Repubblica Ceca, si è rivolto, invece, direttamente al governo iraniano proponendo un dialogo, e si sta spendendo in prima persona per trovare una via d’uscita all’irrisolvibile incomprensione fra Israele e Palestina.

E’ interessante anche constatare il nuovo tratto nei rapporti con i paesi dell’America latina, il vecchio “cortile di casa” affrancatosi in buona parte in questi anni dall’influenza del governo di Washington, distratto dalle guerre del petrolio.

Certo, le contraddizioni delle strategie lasciategli in eredità da Bush nel continente sono molto pesanti. Dalle sette basi militari concesse dal presidente Uribe in Colombia con la scusa della lotta al narcotraffico, alla patata bollente rappresentata dal colpo di stato in Honduras, che Hillary Clinton, il suo Segretario di Stato, non è stata capace, fin’ora, di qualificare come “militare”, un’accortezza per non sospendere alcuni aiuti strategici ed economici accordati alla repubblica centroamericana da un vecchio patto con l’ex ministro della Difesa Rumsfeld.

Ma le relazioni con tutti gli altri paesi, anche quelli indigeni come  Bolivia ed Ecuador, dove è in atto una profonda rivoluzione sociale, non sono più tese, subdole, come quando Bush J. inviava ambasciatori che trescavano con le oligarchie e con chi lavorava addirittura per progetti eversivi e di secessione, come nella regione boliviana di Santa Cruz.

Perfino la politica verso Cuba si sta sgelando, malgrado fin’ora ufficilalmente siano state aggiustate solo questioni riguardanti i viaggi nell’isola e l’invio di rimesse di parenti. Una delegazione di funzionari del Dipartimento di Stato e del servizio postale degli Stati Uniti, guidata dal sottosegretario aggiunto per l’America latina, la nera Bisa Willams, è volata all’Avana per risolvere una delle tante assurdità dell’embargo, il ripristino delle relazioni postali con Cuba.

Bisa Williams è rimasta poi cinque giorni in più nell’isola e, oltre ad assistere al grande concerto pop tenuto a Plaza de la Revolucion da artisti di tutto il mondo, ha incontrato il vice ministro degli Esteri di Cuba Dagoberto Rodriguez.

Ma, realtà sorprendente, l’ufficio di interessi degli Stati Uniti, simbolo dei dispetti fra queste due nazioni da cinqunt’anni nemiche, ha offerto un party al quale hanno partecipato artisti e intellettuali vicini alla Revolucion, ma non sono stati invitati quelli che, da Reagan in poi, sono stati chiamati dissidenti. Questa apertura non è piaciuta a Miami, ma forse rappresenta una svolta.

Può essere che Obama abbia letto attentamente Le vene aperte dell’America latina di Eduardo Galeano che Ugo Chavez, con il solito anticonformismo, gli regalò nel summit di Trinidad perchè lo aiutasse a capire il continente.

I giurati di Stoccolma sono sicuri, evidentemente, che questi sono segnali di chi ha deciso di cambiare la vecchia logica del mondo, ed hanno, con il Nobel, forse voluto aiutare anche il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti in una congiuntura interna difficile che va dalla difficoltà di far passare la legge che assicura la sanità a quarantasette milioni di cittadini che ne sono sprovvisti, ad una ripresa economica che tarda ad arrivare.

Speriamo che i giurati del Nobel siano stati lungimiranti.


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