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Il ritorno di Lucky Luciano Stampa E-mail
Da Il fatto del 19 novembre 2010

Andrea Agnelli, giovane presidente di belle speranze della Juventus, ha annunciato una battaglia per tentare di recuperare gli scudetti del 2005 e del 2006, tolti al suo club dalla Federcalcio per accertato (fino a prova contraria) uso improprio degli arbitri e dei guardialinee, in combutta con il Milan che però, ingiustamente, se la cavò solo con un po' di punti di penalizzazione. E questo nonostante il provato coinvolgimento del trattore Leandro Meani, dirigente ufficiale del Milan addetto agli arbitri, nel condizionamento dei guardialinee scelti per le partite dei rossoneri.

La Juventus invece, fu retrocessa in serie B, campionato dal quale è riemersa immediatamente, riguadagnando con una nuova dirigenza credibilità e rispetto.

La mente del condizionamento dei direttori di gara era, secondo la giustizia sportiva che ha tolto alla Juventus quegli scudetti, Luciano Moggi, ex capostazione di Civitavecchia diventato nel tempo il Richelieu  del patetico calcio italiano.

Questa tesi ha trovato d'accordo anche la giustizia ordinaria che, infatti, sta processando Moggi al Tribunale di Napoli.

Andrea Agnelli, però, ha già fatto presente che la sua idea su Moggi è diversa dai convincimenti dei pubblici ministeri di Napoli ed ah affermato di stimare Lucianone.

Un atteggiamento meno cauto di quello di suo papà, Umberto Agnelli che, alla Juventus, si avvalse della collaborazione del più spericolato manager del calcio professionistico italiano senza insignirlo subito di cariche ufficiali ma scritturandolo solo quando fu sanata da una prescrizione l'accusa di incitamento alla prostituzione sulla quale Moggi era scivolato quando lavorava per il Torino ed aveva ingaggiato alcune simpatiche “escort” per gli arbitri che dovevano dirigere le partite di Coppa UEFA dei granata.

Andrea Agnelli evidentemente è convinto che nel processo sportivo di quella malefica estate del 2006, la Juve non fu difesa a dovere anche se la linea che accettò la retrocessione in serie B fu scelta, dopo aver consultato le carte ed aver ascoltato le registrazioni, dall'avvocato Zaccone, juventino doc ed indiscutibile principe del foro di Torino.

Non a caso, nell'Assemblea dei soci bianconeri qualche mese dopo, toccò proprio a Giampiero Boniperti, campione e presidente leggendario della Juventus di Platinì e Boniek  spiegare ad alcuni azionisti della società, non disposti ad accettare la punizione ed il nuovo destino della squadra, che “non c'era proprio nulla da fare” e che “sarebbe potuto andare anche peggio”.

Ma quello che una parte dei tifosi non accetta, e che Andrea Agnelli sembra avallare, non è solo la cancellazione di due scudetti quanto il fatto che uno di questi sia stato assegnato all'Inter dal commissario Guido Rossi (scelto dal CONI per condurre la Federazione in quella pericolosa procella).

Perché l'Inter è la nemica di sempre che, secondo il mondo bianconero, si barcamenava con i designatori Bergamo e Pairetto, come la stessa Juve condannata. La solita teoria, insomma, cara a Craxi: tutti colpevoli, nessuno colpevole.

Ora la diatriba non meriterebbe più attenzione di tante storie contraddittorie della nostra società se da mesi, ormai, nella maggior parte dei mezzi di informazione, che si occupano quotidianamente di calcio, non si percepisse latente, in un'Italia già tanto amorale, una nostalgia per Moggi e i suoi metodi. 

Un atteggiamento colpevolmente dimentico che per la giustizia sportiva, dove i tentativi di delinquere pesano spesso più della riuscita o meno del misfatto messo in atto, la Juventus della “triade” (Giraudo, Moggi e Bettega) aveva subdolamente violato le leggi più elementari non solo dello sport ma della giustizia civile, con un'arroganza palese e offensiva (basta rifarsi alla famosa distribuzione delle schede telefoniche svizzere agli arbitri corrotti).

Senza contare, inoltre, che la giustizia ordinaria aveva già condannato a tre anni, per truffa e frode sportiva, l'amministratore delegato della Juventus di allora Antonio Giraudo, che aveva scelto il patteggiamento.

I paladini di Moggi, così come nel 2006 facevano finta di ignorare le logiche della giustizia sportiva, ora cercano di avallare l'interpretazione secondo la quale chi parlava con i due designatori degli arbitrari (cioè il calcio italiano al completo) commetteva lo stesso reato di chi, come Moggi, non solo teneva sotto schiaffo, anche a nome del Milan, tutte le strutture del nostro football, ma letteralmente dettava nei particolari ai due sciagurati responsabili delle scelte, Bergamo e Pairetto le griglie di designazione degli arbitri e dei guardialinee.

Non è proibito parlare al telefono o raccomandarsi, come faceva Facchetti, semmai è poco elegante. E' proibito, invece, nello sport e nella vita, imporre, ricattare, mettere in piedi meccanismi perversi, insomma condizionare aggressivamente le regole che fanno convivere un mondo.

Io non so se i PM di Napoli riusciranno a provare l'associazione per delinquere (anche se il GUP, su giudizio abbreviato riguardante Giraudo, c'è già riuscito), ma il contesto squallido rimane e spiega l'attuale pochezza del nostro football presuntuoso ed avido.

Così mi offende vedere  non tanto Moggi che fa il suo show in qualche rete televisiva, quanto sentire citare ogni mercoledì, dopo le udienze del giorno prima, le affermazioni dell'avvocato Prioreschi o dei suoi colleghi che difendono molti disinvolti arbitri che hanno venduto l'anima, come fossero parole del Vangelo.

E' miserrimo avallare capziosamente la tesi, molto berlusconiana, di un complotto del quale sarebbero complici da Guido Rossi al Procuratore federale Palazzi, dal colonnello dei Carabinieri Auricchio, che ha svolto l'indagine su Calciopoli, ai Pubblici Ministeri di Napoli, Beatrice e Narducci, quest'ultimo non per caso pubblica accusa anche nel processo dove è stata richiesta l'autorizzazione a procedere per Nicola Cosentino, sottosegretario all'economia, accusato di trescare con la camorra. Un processo che la P3, recentemente smascherata, ha tentato di bloccare.

Un tifoso può anche rifugiarsi dietro certi toni, ma chi fa il mestiere del giornalista deve avere etica, anche se in questo periodo non è di moda. Perché non si può dimenticare che la gestione della Juventus da parte della “triade” ha portato trofei ma è stata anche indicativa di una filosofia sconcertante.

Chi non ricorda il processo per abuso di farmaci con la triste sfilata, davanti al giudice Casalbore, di tanti giovani calciatori bianconeri, poco più che ventenni, ma che non ricordavano nulla?

Non a caso la Corte di Cassazione, riguardo al reato di frode sportiva, annullò nel 2007 l'assoluzione di Giraudo e del medico sociale Agricola emessa dalla Corte d'Appello di Torino nel 2005. I due si salvarono solo perché risultarono scaduti i termini di prescrizione.

E non è meno singolare l'ingaggio di due “santoni” delle metodologie più inquietanti per aumentare il rendimento di un atleta, come il catalano Laich e l'olandese Kraaijenhof, comparsi un'estate del '98 al ritiro della Juventus e poi, dopo che qualcuno segnalò la loro bizzarra presenza, liquidati con un assegno di cinquanta milioni di lire.

La Juve era la società con più censo, più organizzazione, con l'allenatore più bravo (Lippi) e i giocatori più dotati. Non aveva, insomma, bisogno di nulla. Perché è scivolata in questo mare di ambiguità in una logica che pretendeva la vittoria ad ogni costo?

Nell'epoca in cui la Lega, cioè la confindustria del pallone, pretende un calcio solo prono ai soldi, sarebbe augurabile che i media se lo chiedessero, invece di avere imbarazzanti nostalgie.

 

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