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Il patto con gli Usa sulla Baraldini non va rispettato Stampa E-mail
Latinoamerica n.74, n.1, gen/mar 2001

Silvia Baraldini ha passato il Natale nella sua cameretta del Policlinico Universitario Agostino Gemelli dove, dopo una doppia operazione per un tumore al seno, sta portando avanti il ciclo di dolorose cure di appoggio all'intervento chirurgico, usuali per questo tipo di male.

L'ospedale non è certo il luogo migliore per chi ha bisogno di una grande forza morale per debellare un'infermità maligna, sicuramente frutto del rifiuto che il suo corpo ormai sta opponendo alle violenze fisiche e morali che Silvia ha subito negli ultimi ventuno anni, nei quali ha scontato in vari carceri degli Stati Uniti una pena smisurata per il tipo di reati che le vengono addebitati.

 

Per questo tipo di imputazioni, che possono andare dal reato di opinione a quello di associazione sovversiva, ma che hanno escluso ogni partecipazione a fatti di sangue, in Europa vengono comminate infatti pene che non superano i cinque anni. La Baraldini, quindi, per la giurisprudenza europea sarebbe già stata liberata negli anni ottanta. Ed invece, non solo la sua richiesta di sospensione della pena per grave malattia, secondo il codice italiano, non è stata accolta in Italia dal collegio di sorveglianza del tribunale di Roma ma, anzi, è stata rinviata alle calende greche, in attesa di una decisione (chissà quando?) della Corte costituzionale. Per buon peso, un coraggioso giudice di sorveglianza (questa volta in solitudine) ha negato alla Baraldini perfino il permesso di una visita natalizia alla madre ultraottantenne, anch'essa malata di tumore e impossibilitata a uscire da un istituto per anziani. La motivazione? In sette mesi (da quando la madre non è più in grado di alzarsi dal letto) l'imputata aveva già avuto ben due permessi di visita, peraltro esclusi dal repressivo accordo firmato con il ministero della Giustizia degli Stati Uniti.

 

Ce ne sarebbe abbastanza per dimostrare, come in questi giorni mi hanno fatto notare premi Nobel della pace come Adolfo Perez Esquivel e Rigoberta Menchù (che ha visitato la Baraldini) una chiara violazione di diritti civili perpetrata ai danni di una cittadina italiana. Silvia, infatti, è vergognosamente costretta a dipendere dagli umori politici e da restrizioni disposte da un altro paese (gli Stati Uniti) che, a cominciare dal modo di comminare la pena di morte a chiunque (anche a chi è affetto da handicap psichici), sta perdendo, giorno dopo giorno, ogni credibilità e ogni rispetto se si parla di giustizia.

Ma il caso Baraldini, sorprendentemente dimenticato ormai dai grandi mezzi d'informazione italiani, rischia di diventare ancora più imbarazzante per un paese come il nostro che si autodefinisce civile e democratico, proprio in questi giorni nei quali la nostra contraddittoria società segnala come il paese sia ancora ostaggio, trent'anni dopo, della "strategia della tensione", un gioco perverso e violento messo in atto da certi apparati dello Stato, nell'epoca in cui si sosteneva che tali metodi erano necessari per "combattere il pericolo comunista". La stagione del comunismo e quindi degli opposti estremismi, è tramontata undici anni fa, ma il tradimento della democrazia evidentemente continua.

Tutto questo però diventa inquietante perché le indagini, un giorno dopo l'altro, segnalano che, magari Giorgio Panizzari ex nappista e poi brigatista, graziato dal presidente Scalfaro, sarebbe indiziato per l'omicidio D'Antona, o che due vecchi attrezzi dell'eversione nera come Fiore e Morsello, indagati a suo tempo anche per la strage di Bologna, poi condannati per banda armata, rifugiati per anni in Spagna e in Inghilterra, sono per prescrizione della pena liberi in Italia e sono il punto di riferimento di Andrea Insabato, il maldestro indiziato per la bomba al Manifesto.

Che deve pensare Silvia Baraldini che fu convinta a non eccepire sulle clausole repressive che il governo di Washington inseriva senza alcun pudore nell'accordo per il suo trasferimento, perché "tanto poi in Italia tutto si sarebbe aggiustato"?

Per questo accordo, dove pure il ministero della Giustizia degli Stati Uniti omise di segnalare tanto alla Baraldini quanto alle autorità italiane che nell'ultima visita era stato scoperto all'imputata un probabile tumore al seno, Silvia non può usufruire dei benefici concessi invece a qualunque detenuto in Italia, da Francesca Mambro, condannata per vari omicidi e attualmente a casa per maternità, a Ovidio Bompressi, indicato da un tribunale della Repubblica (qualunque sia la nostra opinione sulla qualità dei processi che ha subito) come esecutore dell'assassinio Calabresi e ora in libertà per esaurimento nervoso.

La discriminazione, l'attentato ai diritti più elementari di un essere umano, l'ingiustizia che si sta perpetrando sulla pelle della Baraldini, è palese.

E per questo, appare ancora più sconcertante la risposta che il ministro della Giustizia Fassino, appellandosi acriticamente a quell'inquietante accordo, ha dato a Gianni Mura che su Repubblica aveva chiesto perché per la Baraldini non valesse il codice italiano e nessuna delle leggi che i padri costituenti hanno dato al nostro Paese.

Caro Fassino, non è solo una questione giuridica o di accordi fra Stati, quella che riguarda la detenuta Silvia Baraldini. E' una questione etica, un valore una volta di moda fra le forze progressiste del Paese. Una pena esagerata, sterminata che viola non solo i diritti alla vita di una persona, ma anche i diritti alla salute, non la si può rispettare nemmeno se burocrati senza sensibilità l'hanno scritta e fatta firmare incuranti di qualunque moralità giuridica, e specie se, negli stessi giorni, alcuni militari nordamericani autori di un gioco insensato sulla pelle di alcuni sciatori sulle montagne di Cermis, sono stati sottratti alla giustizia italiana e l'hanno fatta franca in modo indecoroso. Oltretutto è già stato immorale non ricordare agli intransigenti funzionari del ministero della Giustizia di Washington che Silvia Baraldini, oltre ad aver subito una pena infinita, aveva passato i primi anni della sua detenzione in una prigione, quella di Lexington, che per la sua "inumanità" lo stesso governo nordamericano era stato costretto a chiudere dopo una campagna mondiale di Amnesty International e dei vertici della chiesa protestante.

Il primo a tradire l'accordo sulla Baraldini, inoltre, è stato il ministero della Giustizia nordamericana che ha taciuto nel momento della formulazione del documento la nuova situazione sanitaria della detenuta. E' servile e grottesco chiedere il permesso di poter curare in modo adeguato un'imputata italiana ammalata di tumore, a un apparato di giustizia straniero che per primo se n'è infischiato di rispettare l'imputato stesso.

Credo che i rapporti fra gli Stati possano essere turbati più da questo servilismo e da questa ambiguità, che dal timore di non poter essere credibili in futuro se l'Italia dovesse far rientrare un altro connazionale dagli Stati Uniti o da qualunque altra parte del mondo.

Anche noi in fatto di civiltà abbiamo da insegnare qualcosa agli Stati Uniti, non solo loro, come abbiamo creduto alla fine della guerra mondiale. Io spero che Silvia Baraldini possa avere presto riconosciuti i suoi diritti civili negati. E spero che questo possa avvenire anche per l'interessamento di quelle forze politiche che ora la ignorano per la sua "testardaggine ideologica". E non mi riferisco solo al centro-destra, che comunque dà segnali di inattesa attenzione, ma anche a quel mondo del centro-sinistra che ora, ingiustamente, sente la Baraldini come un fastidio in epoca elettorale. E' proprio su queste battaglie etiche, di principio che spesso si ritrova il consenso di quei cittadini delusi dall'opportunismo della politica.

 


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