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Non sar˛ mai un uomo comune: Maradona e la sua vita Stampa E-mail
Latinoamerica n.75, n.2, apr/giu 2001

L’occasione per l’intervista-confessione con Diego Maradona, al termine dell’anno più drammatico della sua vita e che Raidue ha trasmesso giovedì 24 Giugno alle 23:00, è stata il viaggio a Roma, qualche mese fa, per il programma televisivo di Milly Carlucci e l’accoglienza stravagante riservatagli dal ministro del Tesoro che, per l’esigenza di notificargli una ingiunzione di pagamento di cinquanta miliardi, in gran parte dovuta a diritti di mora, invece di mandargli un funzionario in borghese, come sarebbe stato normale, gli ha fatto trovare all’aeroporto una trentina di finanzieri in divisa.


Poco importa che ora i più prestigiosi commercialisti napoletani, guidati dal dottor Giuseppe Pedersoli, si siano messi insieme per dimostrare non solo la nullità della notifica, ma anche l’assurdità del presunto debito di Maradona col fisco. Per gli stessi addebiti infatti due suoi ex compagni, Careca e Alemao, sono già stati prosciolti, dimostrando che avere due contratti con il Napoli, uno come giocatore e uno per i diritti d’immagine, non era illecito. Come d’altronde ribadiscono oggi i rapporti che legano protagonisti del football come Totti, Del Piero, Nesta o Maldini, ormai quasi più protagonisti della comunicazione che lavoratori in campo. <<Ma io non mi chiamavo Peres, mi chiamo Maradona e avevo dovuto andar via dall’Italia come un bandito per una debolezza comune anche a tanti protagonisti della vostra società. E così, undici anni dopo, ho trovato un plotone di guardie di finanza all’aeroporto per bloccare me, che sono così piccolo. E se fossi stato Schwarzenegger, che avrebbero mandato, un battaglione?>>

Così questo sorprendente benvenuto e un assedio esasperato nei suoi giorni all’hotel Hillton <<come se fossi ancora un giocatore>> hanno spinto, una notte, il più famoso giocatore della storia del calcio, a raccontare tutto quello che da tempo aveva nello stomaco su un mondo ipocrita che non gli piace più ma che ancora lo giudica, su un’Argentina che lo preoccupa, su una Cuba che lo tutela, su Che Guevara che considera l’unico eroe nazionale dell’Argentina, su una Fifa obbligata a denti stretti ad accettarlo come campione del secolo davanti a Pelè. E ancora sul perché ha lasciato il calcio, su come ha raccontato alle figlie la sua dipendenza dalla cocaina che lo stava per uccidere prima di compiere quarant’anni e infine sulle sue speranze per il futuro. Qui di seguito ecco la lunga intervista cominciata parlando di Leonardo Di Caprio, idolo di Dalma, una delle sue figlie, tanto da averlo invitato al suo compleanno e che finisce con l’amarezza per un sentimento patrio da lui sentito tutte le volte che ha indossato la “camiseta”   argentina. Un sentimento ora mortificato, secondo lui, perfino dai politici progressisti che sostenevano di voler salvare il suo paese.

Una confessione inusitata da parte di un simbolo del calcio, una denuncia e un documento di costume che racconta l’America Latina con una sincerità quasi brutale e che, per questo merita uno spazio inedito nella nostra rivista.

L’intervista inizia col sofferto discorso sulla dipendenza dalla cocaina, che al centro ‘La Pradera’ di L’Avana stanno tentando di  attenuare e possibilmente, nel futuro, debellare.

 

G.M. – Senti Diego, in questo anno difficile della tua vita in cui, a gennaio del 2000, la morte ti ha sfiorato, quanto ti sono state d’aiuto le tue figlie?

MARADONA – Moltissimo, Gianni. Io dico che, quando le figlie non si vergognano del padre o della madre questo è anche dovuto all’insegnamento dei genitori, no?

G.M. – Tu sei riuscito a spiegare loro tutti i tuoi problemi?

MARADONA. – Si. Non voglio fare affrontare loro barriere che non sanno superare neanche i grandi. Noi abbiamo un paese, l’Argentina, dove parlano tutti senza sapere di cosa parlano! Dicono che il giocatore di calcio è ignorante, ma a me fa molta vergogna quando parlano senza sapere, solo per aggiungere qualche pettegolezzo in più, ma non capiscono un cazzo! Nessuno può parlare, giudicare, dare opinioni su quello che non sa, però, nel mio Paese, l’Argentina, tutti quanti si sentono professori.

G.M. – Sei stato molto coraggioso a spiegare alle tue figlie quello che ti era successo nella vita: molti non ne sarebbero stati capaci.

MARADONA. – L’ho fatto per una scelta mia nei confronti delle bambine.  Perché …

G.M. – Perché loro sappiano, perchè si sappiano difendere?

MARADONA. – Sicuramente. Parlare ai propri figli è compito dei genitori.  Se per esempio dei ragazzi imitano Maradona nelle sue cattive abitudini, chi si deve sentir tradito sono il padre o la madre. Se Dalma si tingesse i capelli di verde, non sarebbe colpa mia né di Claudia.

G.M. – Quindi tu affermi che se uno ha problemi con la droga è colpa di una sua scelta?

MARADONA – Sicuramente.

G.M. – Perché tu non hai saputo difenderti da questo vizio?

MARADONA – Io ho fatto una scelta: cattiva, ma l’ho fatta.  A me nessuno ha puntato la pistola alla testa.

G.M. – Questo è molto onesto da parte tua.

MARADONA – Però, io non sventolo la bandiera della droga: viva la droga! No. La droga è la cosa peggiore che c’è al mondo. Ma è anche vero che i nostri, quelli che ci comandano, sono tutti coinvolti nella droga: se non la prendono, intascano i soldi riciclati del narcotraffico.

G.M. – I guadagni del narcotraffico?

MARADONA – Guarda: sembra che l’unico a prendere la droga sia io! Con tutta quella che si vende, sarei già esploso!  Quando si parla di droga però fanno sempre un solo nome … Dieguito Maradona!

G.M. – Eppure, ci sono anche famosissimi industriali, capi di stato, politici, onorevoli, senatori, artisti, attori che ne sono vittime e non solo la gente comune.

MARADONA – Io non obbligo nessuno a fare come me, a raccontarlo. Io l’ho fatto per scelta nei confronti delle mie bambine, di Dalma e di Janina. E’ stata una scelta mia, come quella di andarmene dalla scuola quando ero in seconda media per dedicarmi solo al calcio. Mio padre non mi parlava più e neanche mia madre.

G.M. – Però, in questo caso, hai avuto ragione tu.

MARADONA –Sì, in questo caso ho avuto ragione io. (...)

 

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