Home arrow America Latina arrow L'infinita odissea dei Cinque
L'infinita odissea dei Cinque Stampa E-mail
Latinoamerica n.96, n.3, lug/sett 2006

La Corte di appello di Atlanta, strategicamente ampliata -da tre a nove membri- dal Ministro della giustizia Alberto Gonzáles, si è rimangiata il verdetto dell’anno scorso che annullava le ingiuste condanne della giuria di Miami e chiedeva un nuovo processo per gli agenti dell’intelligence cubana che avevano smascherato le centrali eversive attive dalla Florida contro il loro paese Ma una “storiaccia” interna alla Fondazione nazionale cubano-americana, mandante degli attentati nell’isola, potrebbe salvarli


L’odissea dei cinque agenti dell’intelligence cubana che, per aver smascherato il terrorismo degli Stati Uniti contro la Revolución, sono stati condannati nel 2002 da una corte di Miami a pene tombali, dopo un processo kafkiano, sembra non dover finire mai. Potrebbe aiutarli, però, l’accavallarsi di accadimenti inaspettati nell’ormai contraddittoria America di Bush.

Accadimenti come l’arresto di Robert Ferro, trafficante d’armi cubano-americano, antico appartenente al gruppo terroristico anticastrista della Florida Alpha 66, sorpreso in Sud California con un vero e proprio arsenale, il più grande mai intercettato nella storia moderna degli Stati Uniti [oltre 1500 tra mitragliatori, lanciagranate e fucili], che si è giustificato con la frase: «Sono per un cliente che stava organizzando un gruppo militare per abbatere il governo di Cuba». O accadimenti come il fermo per “possesso illegale di armi ed esplosivo” di attivisti anticastristi come Santiago Alvárez [76 anni] e Osvaldo Mitat [67 anni], il cui giudizio si è aperto l’11 settembre al tribunale di Fort Lauderdale. Particolare curioso, il difensore di tutti e tre è il noto avvocato di Miami Arturo Hernández, molto chiacchierato per i suoi traffici.

Come non bastasse, ci sono poi le rivelazioni scabrose di José Antonio Llama [75 anni], un vecchio dirigente della Fnca, la Fondazione nazionale cubano americana ai tempi del mitico Jorge Mas Canosa, che la creò nel 1981 con l’appoggio di Ronald Reagan e di Bush padre.

Proprio al Miami Herald Llama, un esiliato cubano che aveva fatto fortuna fabbricando impianti di aria condizionata per automobili sovietiche, ha raccontato di aver investito, a partire dal 1992, un milione e 470mila dollari per finanziare l’attività di un gruppo paramilitare che doveva promuovere la sovversione interna a Cuba [«La passione della mia vita sarebbe stato uccidere Fidel Castro» ha dichiarato il personaggio, senza il minimo timore di noie con la giustizia nordamericana].

Ma dopo aver anticipato una fortuna, dal ‘94 al ‘97, per portare a compimento un piano che prevedeva l’acquisto di “un elicottero cargo, dieci aerei ultraleggeri teleguidati, sette imbarcazioni e molto materiale esplosivo”, ha avuto il dubbio di aver subito una truffa da parte della Fondazione, o da José “Pepe” Hernández, successore di Mas Canosa alla Fnca. I dieci mini-aerei teleguidati finanziati dal singolare personaggio con 210mila dollari attraverso la International Finance Bank di Miami rimasero infatti in un magazzino di Miami-Dade, così come Llama sostiene di non aver mai visto nemmeno uno degli yacht che dovevano essere comprati. “I titoli di proprietà non mi furono mai consegnati e rimasero in mano a Pepe Hernández che, a quanto pare, li ha rivenduti nel 1997”. Così Toñín Llama, essendo nel frattempo andato in sofferenza economica fino alla bancarotta, ha intentato una causa civile per avere indietro i soldi o l’arsenale e i mezzi di trasporto acquistati.

La Fondazione parla di tentativo di estorsione, ma la causa va avanti, rivelando una ragnatela che palesemente conferma la bontà del lavoro di intelligence svolto dai Cinque cubani e, all’epoca, trasmesso dal governo de l’Avana a quello di Clinton, attraverso l’Fbi. Ma evidentemente gli apparati di sicurezza, costretti a sembrare credibili nell’epoca in cui Bush jr continua a giurare di combattere il terrorismo, non seguono le stesse direttive alle quali si attengono, invece, quelli giudiziari. Con un plateale trionfo dell’ambiguità.

Il nove agosto scorso, per esempio, la Corte di appello di Atlanta, allargata a 9 membri per le pressioni del Ministro della giustizia Alberto Gonzáles [ex avvocato della fallita Enron e grande propugnatore del “diritto a praticare la tortura” delle forze armate Usa], aveva revocato la decisione di un panel di tre giudici dello stesso tribunale che proprio un anno prima, “nell’interesse dell’etica e della giustizia”, avevano dichiarato nullo la condanna per spionaggio emessa contro i Cinque nel processo di Miami del 2002, e aveva richiesto un nuovo dibattimento in una città diversa e meno condizionata dall’odio.

 I giudici Stanley Birch, Phyllis Kravitch e James Oakes avevano definito il caso una “tempesta di pregiudizi”, riconoscendo la palese ostilità di una città come Miami verso il regime de l’Avana, e quindi l’impossibilità a ospitare un procedimento contro cinque cubani fedeli alla Rivoluzione che avevano raccolto le prove dell’attività terroristica di gruppi eversivi della Florida e del New Jersey. Giudici e testimoni erano stati platealmente condizionati e spesso anche minacciati.

Questo concetto Birch e Kravitch [Oakes nel frattempo è andato in pensione per motivi di salute] lo hanno ribadito difendendo il loro criterio di valutazione nel corso del dibattito con gli altri giudici sopravvenuti, tanto che il documento di 120 pagine emesso alla fine dalla Corte di appello allargata di Atlanta [che ha giurisdizione sulla Florida], registra 68 pagine con il parere della maggioranza, rappresentata dal giudice Wilson, e 52, invece, con quello della minoranza, rappresentata appunto da Stanley Birch. Forse vale la pena di segnalare, inoltre, che il giudice Wilson è un ex procuratore federale della Florida.

Ma mentre gli avvocati dei Cinque, volutamente dispersi in cinque prigioni diverse, dalla California alla Florida, dal Texas [nel Sud]al Wisconsin [a due passi dal Canada], valutavano le strategie più favorevoli per uscire dall’incubo, l’arresto dei trafficanti d’armi e la causa civile intentata dal vecchio Toñín, hanno portato un inaspettato contributo alle loro tesi.

E questo sia che scelgano l’opportunità di ricorrere alla Corte Suprema degli Stati Uniti o decidano di aspettare il verdetto sui nove temi del ricorso in appello ancora senza risposta, sui quali dovrà pronunciarsi il panel, nuovamente formato da tre giudici della Corte di appello di Atlanta.

La struttura terroristica dell’Fnca per costringere Cuba alla resa era in piedi fin dal 1992, quando Angel Martínez, imprenditore residente a Porto Rico, lanciò nel congresso annuale svoltosi, nella città del Sud della Florida chiamata Napoli, l’idea che “bisognava fare qualcosa di più oltre a fare lobbying e brigare per procurare voti agli amici”. Come i Bush.

Un ruolo particolare ebbe l’acquisto delle sette imbarcazioni di 14 metri dotate di adeguati apparati radio e telefoni satellitari. Una di queste sarebbe dovuta servire a Mas Canosa per raggiungere Cuba in caso fosse stato ucciso Fidel Castro e fosse in atto un repentino cambio politico.

Llama, che quando in auge nell’Fnca Insieme a Mas Canosa incontrava Aznar, ha racontato a El nuevo Herald: “Eravamo impazienti perché il regime di Castro continuava a sopravvivere anche dopo il crollo dell’impero sovietico. Volevamo accelerare la democratizzazione di Cuba, impiegando qualunque mezzo per riuscirci, anche l’esplosivo”. Purtoppo il piano subì un colpo mortale nel 1997, quando proprio Llama e altri quattro terroristi furono arrestati e inquisiti da una Corte federale per essere stati scoperti nelle acque territoriali di Portorico sullo yacht La Esperanza partito da Miami verso Isla Margarita in Venezuela. L’imbarcazione era zeppa delle armi che, secondo le loro dichiarazioni, dovevano servire ad assassinare Fidel Castro, atteso in quel paese per il summit dei Capi di Stato latinoamericani. Se la cavarono, però, solo due anni dopo, per insufficienza di prove, a conferma del doppio gioco in atto, da sempre, negli apparati governativi di Washington, qualunque sia il presidente in carica.

Un marinaio, Pepín Pujol assoldato dalla Fnca per comprare le barche che Llama avrebbe pagato, è stato chiamato a testimoniare lo scorso settembre dal giudice Garney di El Paso [Texas] che indaga sull’ingresso clandestino negli Stati Uniti di Luis Posada Carriles [78 anni]. Il bin Laden latinoamericano, proveniente da Isla Mujeres [Messico] dopo essere stato liberato anzitempo da Mirella Moscoso, la presidente uscente di Panama [dove era stato condannato a 7 anni per un altro tentativo di assassinare Fidel Castro], sarebbe entrato negli Usa illegalmente a marzo del 2005, trasformandosi in una vera patata bollente per la credibilità della lotta al terrorismo sbandierata dal governo Bush.

Secondo un informatore dell’Fbi, Gilberto Abascal, il vecchio Posada era scortato, oltre che da Pujol e da López Castro, anche da Santiago Alvarez e Osvaldo Mitat, proprio i due attivisti anticastristi arrestati un anno fa per possesso illegale di armamenti.

Il cerchio si chiude e propone sempre lo stesso scenario. Pujol e López Castro si sono rifiutati di rispondere al giudice, che li ha lasciati liberi, pur col vincolo del silenzio, considerata la loro età.

Perché questi vecchi attrezzi del terrorismo contro Cuba, questi “vecchiacci assassini”, protetti dalla giustizia di Bush, hanno tutti intorno ai settant’anni, e molti li hanno superati. La loro attività, però, continua ad essere incessante e impunita e la loro possibilità di ricordare e raccontare costringe il governo nordamericano a temerli e quindi a far finta di perseguirli, senza però angustiarli troppo.

Ritorna sempre Posada Carriles, saltato fuori anche, come segnala il quotidiano La Prensa, in un’indagine a Union City [New Jersey] su Alfonso Alemán, uno dei passeggeri del famoso yacht La Esperanza che, insieme a Oscar Rojas lavorava per Arnaldo Monzón Plasencia [nel frattempo deceduto], risultato essere, probabilmente, il principale finanziatore del terrorista di fiducia dei Bush, anche nella campagna di attentati portata avanti nel ‘97 alle istallazioni turistiche di Cuba, della quale fu vittima il giovane imprenditore italiano Fabio Di Celmo. In un fax dal Salvador, inviato nell’agosto del ‘97, firmato con lo pseudonimo Solo, Posada chiedeva ai suoi finanziatori, via Western Union, il saldo per le bombe fatte collocare.

Un quadro agghiacciante, coerente con il cinismo del suo ex socio Orlando Bosch, il medico del terrore graziato da Bush padre, con cui Posada organizzò nel ‘76 l’abbattimento dell’aereo della Cubana de Aviación, e che recentemente, al quotidiano catalano La Vanguardia ha dichiarato: «Per me quell’aereo passeggeri con 73 persone a bordo fu un banco di prova. Tutti comunisti. I giovani sportivi [della nazionale di scherma] portavano, infatti, cinque medaglie d’oro al collo. Sarebbe stata tutta gloria per Fidel».

Fino a quando questa feccia dell’umanità, oltre ad andar libera per l’America, potrà continuare a burlarsi della giustizia con l’appoggio del governo di Washington? E quanto tempo ancora dovranno marcire in carcere i cinque cubani che, come hanno dimostrato i fatti, inchiodano il paese leader della democrazia occidentale alle proprie responsabilità?


< Precedente   Prossimo >
Chi č online
Abbiamo 68 visitatori online
GME Shop

Warning: mysql_fetch_row(): supplied argument is not a valid MySQL result resource in /web/htdocs/www.giannimina.it/home/stats/php-stats.recphp.php on line 466