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La transizione secondo Miami e quella reale Stampa E-mail
Latinoamerica n.96, n.3, lug/set 2006

Per anni in tutte le manifestazioni alle quali partecipavo per esprimere la mia opinione su Cuba e l’America Latina c’era sempre qualcuno che alla fine mi domandava: “Che succederà dopo Fidel?”. Quasi sempre rispondevo: “Nulla, proprio nulla”. Ed a molti , credo, apparivo un cronista fuori dalla cronaca, almeno di quella raccontata dai cosiddetti grandi mezzi d’informazione.

Ora i fatti hanno dato una risposta indiscutibile. Questi delicati giorni d’agosto che ho vissuto a Cuba hanno segnalato che, nel bene e nel male, la rivoluzione resta fedele a se stessa. Perché il futuro, nell’isola di Fidel Castro, è già cominciato da tempo.

L’infermità che ha costretto il leader maximo a lasciare, “temporaneamente” o no, tutte le cariche al fratello Raul e a un gruppo di collaboratori responsabili dei settori vitali [salute pubblica, educazione, politica energetica], non ha prodotto infatti nessuna crisi o deriva politica. A Miami, con comparsate remunerate con cinquanta dollari ad ogni esibizione contro la rivoluzione davanti ad una camera televisiva [ma le bandierine nordamericane erano a carico degli stessi figuranti] la più grande e discussa comunità cubana del mondo ha quindi festeggiato il niente, un evento che non ha prodotto l’eversione sperata, ma ha anzi permesso all’odiata rivoluzione di passare direttamente dal ieri al domani mentre Bush e Condoleeza Rice , con le loro dichiarazioni, ribadivano di essere rimasti inguaribilmente prigionieri del passato, di quando c’era la guerra fredda, il muro di Berlino e Castro aveva poco più di trent’anni.

Stanziare ottanta milioni di dollari in aggiunta ai sessanta già elargiti dal Congresso per favorire [come all’epoca della crisi dei missili] un cambio drastico a Cuba, un’isola dei Caraibi, come Haiti o Santo Domingo [o per capirsi un paese centroamericano come Salvador , Honduras, Nicaragua, Guatemala] è il segno infatti di una ossessione, o meglio di una sconfitta e anche di un disprezzo del diritto di autodeterminazione dei popoli che non è cambiato nemmeno dopo batoste storiche come quella subita in Vietnam, o figuracce politiche come quella in Somalia denominata Restore Hope, o fallimenti tragici come quelli in corso in Afghanistan e in Iraq.

Senza dimenticare il feroce Plan Condor che all’inizio degli anni ’70, quelli di Nixon e Kissinger, ha definitivamente tolto ogni autorità morale agli Stati Uniti e la possibilità di parlare di diritti umani.

L’America Latina attuale che rifiuta l’Alca [il trattato di libero commercio con gli USA] sceglie un altro destino e recupera Cuba nel suo grembo, nella sua prossima associazione di Stati [alla maniera dell’Unione europea] è la risposta a questa politica sterile e insensata.

Ma la cosiddetta grande informazione, in occasione dell’infermità di Fidel Castro non ha voluto tener conto di questi fatti. Ha scelto di raccontare Cuba non osservandola da dentro, nell’attuale congiuntura, ma come se gli eventi avessero invece preso la piega sognata, per anni, dai duri dell’esilio di Miami, proprio quelli che, anno dopo anno, coperti dalla Cia, hanno praticato il terrorismo a Cuba e perfino dentro gli Stati Uniti come nel caso della trama per assassinare John e Bob Kennedy, o l’ex ministro degli esteri cileno Letellier, o come nel caso dello scandalo Watergate o dell’aereo di linea cubano fatto saltare in aria nel ’76 da Luis Posada Carriles e Orlando Bosh, o nel ’97 degli attentati [sempre organizzati da Posada Carriles] alle installazioni turistiche dell’isola in uno dei quali è morto il cittadino italiano Fabio Di Celmo.

Insomma, una scelta giornalistica miope e sconcertante dove i servizi dalla Florida, volgari e sgangherati, pur non testimoniando nulla se non lo squallore della situazione, avevano la prevalenza su qualunque analisi seria e credibile sul domani dell’isola dopo Fidel Castro.

Sulla CNN di lingua spagnola o sulle pagine dei quotidiani riprodotti su Internet, capitava quindi di vedere solo cronache sbracate scandite da energumeni che urlavano insulti o capitava di sentire interventi di “esperti” che da Cuba sono lontani da decenni, ma mai la quotidianità del paese in questo momento storico. Un vero contrasto schizofrenico fra quello che i media raccontavano e il solito lento tran tran di una nazione che, dopo anni, ha potuto ridipingere le proprie case, vivere un’estate senza apagones [la rinuncia obbligata per diverse ore all’elettricità] e, con un Pil al 10-11% sperare nuovamente in un rapido palese miglioramento delle condizioni di vita. Dettagli ignorati. Sembrava che qualcuno avesse dettato la linea ideologica ma non ai giornalisti di Granma o Juventud Rebelde, bensì a quelli dei media occidentali che giurano di dividere i fatti dalle opinioni.

Un gruppo d’intellettuali di tutto il mondo, fra cui nove premi Nobel, hanno così sentito l’esigenza di sottoscrivere un appello proposto da un religioso ottantaduenne, François Houtart, un prestigioso sociologo cattolico che è stato fra i fondatori del Forum di Porto Alegre.

L’appello denunciava l’ipocrisia del governo di Washington che, mentre affermava per bocca del suo presidente e del segretario di stato Condoleeza Rice, il diritto di Cuba a scegliere il proprio destino, annunciava di fatto il futuro assetto politico dell’isola, deciso dalla Casa Bianca con tanto di nome e cognome del funzionario, un tal Caleb Mc Carry, che dovrebbe guidare la transizione all’Avana, forte dei milioni di dollari già elargiti dal Congresso e dallo stesso presidente e con i quali il governo USA pensa di instaurare nuovamente, dopo quasi mezzo secolo, la “sua idea” di democrazia a Cuba.

Solo che la democrazia non si compra, si conquista. Ed è per questo che, pur dopo tanti errori commessi e illiberalità denunciate, la Revolución socialista governa ancora i destini dell’isola più estesa del continente, diciassette anni dopo il tramonto del comunismo nell’est europeo.

Non sappiamo ancora come gli stanziamenti di Bush j. per cambiar volto a Cuba saranno spesi. Se, come nel 2003, in sequestri di aerei civili e del ferryboat di Regla per innescare una strategia della tensione o, come nel ’97, per finanziare o favorire azioni terroristiche.

C’è una parte segreta nel documento Cuba libre di quattrocentocinquanta pagine, reso pubblico due anni fa dal Dipartimento di Stato e al quale ha fatto cenno ancora recentemente il presidente degli Stati Uniti, che non lascia tranquilli.

Certo le immagini in tv della gioia dei cubani di Miami per l’infermità di Fidel Castro, che ancora una volta li ha delusi, non sono piaciute nemmeno a coloro che la vita grama del socialismo non la sopportano. E oltretutto restituire come vorrebbe la legge Helms-Burton, ai cittadini nordamericani che furono espropriati dalla rivoluzione, edifici dove ora sono ospitati magari asili, scuole, centri di cultura, sanatori per anziani, non sembra un’idea accettabile neanche a chi dissente. Lo hanno detto a chiare lettere. Ma forse non era glamour pubblicarlo.


IL BASSO PROFILO SCELTO DA RAUL CASTRO

Su Raul Castro il gossip che trionfa nel giornalismo dei nostri giorni ha espresso le punte più esilaranti del suo repertorio, fino a sfiorare il grottesco. Dopo che il potere, in teoria, è passato il 31 luglio nelle sue mani, il ministro della Difesa cubano ha aspettato la metà del mese di agosto per concedere una intervista al Granma, l’organo ufficiale del partito. Una scelta che conferma la linea di discrezione sempre tenuta dal personaggio. L’accento più marcato della sua esternazione è quello riguardante le misure di difesa e di sicurezza scattate al momento in cui Fidel ha annunciato di dover lasciare temporaneamente tutti gli incarichi di governo.

“Ogni cubano, da quando è ragazzo, sa dove è il suo fucile e quando lo dovrà usare - mi ha detto Fernández Retamar, poeta da Nobel, autore dei saggi Cuba defendida e Calibano pubblicati in tutto il mondo e fondamentali per comprendere Cuba e l’America Latina - Tutto dipende da quello che in queste occasioni delicate del nostro paese decide di fare il Dipartimento di Stato nordamericano che, da anni, crea le situazioni di disagio per approfittarne e cerca l’occasione per uno sbarco nella nostra isola. Ma finora è riuscito a farlo, rimediando una disfatta, solo nel ’61, alla Baia dei Porci”.

È triste che un popolo debba vivere con questa minaccia sulla testa senza alcuna giustificazione accettabile e senza che il resto del mondo riesca ogni anno ad andare al di là di una condanna dell’embargo a Cuba sancita, ogni autunno, dall’assemblea dell’Onu. Ora però il vento in America Latina è cambiato profondamente e sarebbe difficile, al governo di Washington, far accettare uno sbarco yankee a Cuba. Ma il generale Raul sa che ricordare questo incubo, in frangenti come quelli attuali, è il suo compito istituzionale e lo fa forse più per ricordarlo all’esterno dell’isola, che all’interno.


L’ODISSEA DEI CINQUE CHE HANNO SMASCHERATO IL TERRORISMO USA

Non so quale logica seguano molti dei giornalisti italiani quando vanno a Cuba, che cosa cerchino e come non riescano mai a raccontare quello che succede veramente. La verità che portano in tasca dall’Italia, spesso prevale sulla realtà che si può toccare con mano.

Il giorno dopo il mio arrivo all’Avana in questo agosto controverso, dal Granma [dove in prima pagina c’è una riflessione su Fidel Castro di Ernesto Cardenal, frate trappista e poeta insigne del continente], apprendo che a Casa de Las Americas c’è una conferenza del movimento “In difesa dell’umanità”. Il movimento, una costola del Forum di Porto Alegre, che ha avuto il suo battesimo a Caracas nel dicembre del 2004 e l’11,12 e 13 ottobre terrà un’altra sessione a Roma nella sede della Fao, ha coinvolto diversi intellettuali latinoamericani.

A Casa de Las Americas sono presenti in molti, specie dell’area religiosa. Da Frei Betto a François Houtart a Raul Suárez, pastore protestante e presidente del Consiglio ecumenico di Cuba. Ci sono anche molti della cultura e della politica cubana che potrebbero dar notizie sulla salute di Fidel Castro, argomento che riempie i media in quei giorni.

C’è Roberto Fernández Retamar, poeta e membro del Consiglio di Stato, che presiede l’incontro, c’è Abel Prieto, scrittore e ministro della cultura e Ricardo Alarcón, presidente del Parlamento, l’uomo che si è preso la responsabilità di guidare la battaglia per liberare i cinque cubani ingiustamente incarcerati negli Stati Uniti per aver smascherato il terrorismo che dalla Florida colpiva l’isola. Eppure, al contrario delle agenzie internazionali e dei corrispondenti di network spagnoli e latinoamericani, non ci sono giornalisti del nostro paese che pure erano arrivati in frotte all’Avana.

Alarcón, che ha appena risposto per mezz’ora a una radio libera di una comunità nera del Missouri, è quello che più tiene avvinto il pubblico presente nella bella sala del laboratorio culturale più prestigioso del continente. Il giorno prima era stato reso noto che la Corte di Appello di Atlanta allargata, per pressioni politiche, a nove membri aveva revocato la decisione di un panel di tre giudici dello stesso tribunale che proprio il 9 agosto dell’anno scorso “nell’interesse dell’etica e della giustizia” aveva dichiarato nullo il giudizio emesso nel processo di Miami di tre anni prima e aveva revocato le condanne per spionaggio dei cinque agenti dell’intelligence cubana che però, contro ogni giustizia, erano stati fatti rimanere in carcere in cinque luoghi diversi degli Stati Uniti.

Allora il giudice Stanley Birch, anche a nome dei suoi colleghi James Oakes e Phyllis Kravitch in una ordinanza di novantatre pagine, aveva definito il caso una “tempesta di pregiudizio” riconoscendo la palese ostilità di una città come Miami verso il regime dell’Avana e quindi l’impossibilità a ospitare un procedimento contro cinque cubani fedeli alla rivoluzione che avevano raccolto le prove dell’attività terroristica di gruppi eversivi della Florida e del New Jersey nei riguardi dell’isola.

“Oltretutto - spiega Alarcón - i giudici Birch e Kravitch [Oakes nel frattempo è andato in pensione per motivi di salute] hanno difeso e mantenuto il loro criterio di valutazione nel corso del dibattito con gli altri giudici sopravvenuti tanto che il documento di centoventi pagine emesso dalla Corte d’Appello allargata, registrava sessantotto pagine con il parere della maggioranza rappresentata dal giudice Wilson e cinquantadue invece della minoranza rappresentata dal giudice Birch.” Un pasticciaccio giudiziario se si considera che il giudice Wilson è un antico procuratore federale della Florida.

Una storia che malgrado i libri pubblicati, le pagine comprate sul New York Times da Chomsky, da l’ex ministro della Giustizia Usa Ramsey Clark e da altre personalità per far conoscere all’opinione pubblica nordamericana questa storia censurata da molti media, continua a non avere una conclusione onesta.

Il Consiglio dei diritti umani dell’Onu ha reso noto l’anno scorso che “la detenzione dei cinque cubani era illegale e arbitraria fin dal primo giorno” ma nella coscienza di molti giornalisti volati a Cuba per l’infermità di Fidel, l’odissea infinita dei cinque, che dura ormai da otto anni, non ha trovato spazio.

Ricardo Alarcón denuncia questa noncuranza, questa mancanza di etica, dell’informazione occidentale, ma non risparmia anche critiche ai giornalisti cubani che avevano trascurato l’anniversario della sentenza coraggiosa sancita un anno fa dal tribunale d’appello di Atlanta e ora riformata per una chiara influenza politica.

“Quella dei cinque compagni che si sono sacrificati per la nostra sicurezza è una storia che dobbiamo sentire ogni giorno sulla pelle” ricorda questo diplomatico raffinato che è stato ambasciatore cubano all’Onu in due occasioni per un totale di quattordici anni nei quali è stato anche vicepresidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. È un rilievo sferzante il suo per una stampa evidentemente più abituata ad aspettare le notizie che a cercarle. Tutto il mondo è paese.


Parte di questo articolo è uscito per la prima volta su il manifesto del 31 agosto 2006 col titolo L’isola sottovetro


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