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Come si forma una coscienza collettiva che resiste nel tempo Stampa E-mail
Latinoamerica n.97, n.4, ott/dic 2006

"Gabo, anche tu qui?"

"No podia faltar" (non potevo mancare) risponde con una punta di provocazione ed ironia Gabriel Garcia Marquez, un po’ più lento nel passo rispetto a qualche anno fa, ma con la solita gagliardia nello spirito.

Il più giovane Nobel della letteratura (fu premiato quando aveva appena cinquantacinque anni) tenta di farsi largo nel teatro Carlo Marx de l'Avana, strapieno di millequattrocento ospiti venuti per festeggiare i cinquant'anni dello sbarco del Granma e quindi dell'inizio della rivoluzione cubana. E' un atto organizzato dalla Fondazione Guayasamin, che porta il noime del grande pittore ecuadoregno che fu amico fraterno e compagno di ideali di Fidel Castro, e che rappresenta la conclusione di tre giorni di seminari e dibattiti, riuniti nel titolo "Memoria e futuro: Cuba e Fidel".


Un evento del quale i media occidentali si sono guardati bene di dar notizia, malgrado qualche minuto dopo Gabo Marquez condividesse il palcoscenico con il grande scrittore argentino Miguel Bonasso o Valodia Teitelboim, il novantunenne patriarca della poesia cilena, con Gerard Depardieu o il drammaturgo spagnolo Alfonso Sastre, con il regista Fernando Solanas o il poeta brasiliano Chago de Mello, con l'insigne sociologo e teologo belga Francoise Houtart o con Ignacio Ramonet, il direttore di Le Monde Dipolmatique, che poco prima, aveva presentato insieme alla scrittrice spagnola Belen Gopegui la sua monumentale intervista-biografia a Fidel Castro.

E non ha sollecitato la curiosità dei democratici media occidentali il fatto che, al teatro Carlo Marx, fossero arrivate (smentendo quanto pubblicato dal nostro Corriere della Sera) anche decine di personalità dell'America latina e dell'Africa, fra cui politici di ieri e di oggi, come il Mozambico Marcelino Dos Santos, o come Evo Morales, presidente della Bolivia, come Daniel Ortega, neoleletto in Nicaragua, o René Preval, presidente di Haiti, o come Nicolas Maduro, ministro degli esteri del Venezuela, che rappresentava Hugo Chavez, bloccato a Caracas dalle elezioni in corso.

Il pensiero unico che ispira le scelte giornalistiche di radio, tv e stampa del chiamato "Primo Mondo" impone, ormai, di censurare le notizie che smentiscono la descrizione della realtà più gradita o che si tenta di imporre ai popoli.

La curiosità dei giornalisti, anche di quelli meno conformisti, deve piegarsi di fronte alle esigenze di un'informazione che non smentisca né intralci le strategie della finanza speculativa.

Al seminario "Memoria e futuro: Cuba e Fidel"  al Palacio de las Convenciones de l'Avana, sono intervenuto, il 30 novembre, dopo Francoise Hutrart e prima di Ignacio Ramonet, nella sessione mattutina dal titolo "Manipolazione dei media e modi per contrastarla".

Quello che segue è una sintesi del mio contributo alla discussione.


"Sono editore e direttore di Latinoamerica, una rivista trimestrale di geopolitica e cultura che tenta di opporsi alla manipolazione delle coscienze in atto anche nel mio paese. Ogni giorno devo fare i conti con le notizie negate o ignorate o inventate. Per esempio, per limitarmi solo alle notizie che riguardano Cuba, ho faticato e fatico a trovare traccia sui media del mio paese della storia efferata di Posada Carlles. Questo terrorista di fiducia della famiglia Bush, è attualmente tenuto in custodia in un centro di detenzione di El Paso in Texas, accusato solo di entrata illegale negli Stati uniti perché il ministro della giustizia Usa non ha finora comunicato ufficialmente al giudice Ganey (e sono passati quasi due anni) il dossier riguardante la sua infame carriera di mandante di assassini e attentati, spesso coperti dalla Cia.

Una di queste imprese è il tritolo piazzato, nell'ottobre del '76, sull'aereo civile della Cubana de aviacion che uccise 73 persone fra passeggeri e membri dell'eqiupaggio.

Un'altra è la serie di attentati dinamitardi alle strutture turistiche de l'Avana dell'estate del '97, in uno dei quali perse la vita , all'hotel Copacabana, il giovane imprenditore italiano Fabio Di Celmo. Di queste azioni criminali Posada Carriles, per il quale un giudice del mio paese sta per chiedere l'estradizione, è stato il mandante.

E' triste che questa storia non abbia incuriosito l'informazione italiana, resistente anche a raccontare la storia dei cinque agenti dell'intelligence cubana, infiltrati negli Stati uniti a metà degli anni '90 per scoprire le centrali terroristiche che dalla Florida portavano la morte nell'isola. I cinque identificarono mandanti e autori di quei crimini, ma come sapete, quando il governo cubano trasmise all'Fbi il dossier con le prove, in carcere per spionaggio finirono loro, e non i terroristi.

Così penso che abbia ragione il reverendo Lucius Walzer, esponente dei Pastori per la pace, che, sconcertato dalla notizia dell'avvenuta cancellazione dell'habeas corpus ottenuta da Bush col voto del Senato degli Stati uniti, ha dichiarato "La nazione più poderosa del mondo non vuole che il suo popolo veda e sappia. Castro è l'unico che non sono riusciti a comprare o ad ammazzare.  Per questo lo detestano".

Voglio dire che la frase "Senza cultura non c'è libertà possibile" va completata con l'affermazione "Senza una corrtta informazione non c'è libertà possibile e credibile". E la battaglia, come ha giustamente affermato ieri nel suo appassionato intervento il collega turco Kamal Okuyan, l'abbiamo persa innanzitutto in Europa, nella cosiddetta patria della cultura che ha rinunciato, in molti casi, a negarsi a questo stato delle cose nel mondo della comunicazione.

A noi che, per esempio, siamo leali con Cuba, che elogiamo le sue conquiste e critichiamo i suoi errori e le sue durezze, quelli che furono gli integralisti al tempo in cui il marxismo andava di moda e oggi sono passati con i sostenitori del mortale neoliberismo, non ci sopportano.

Sono così ipocriti che, come fanno i Reporters sans frontieres, girano gli occhi altrove quando Amnesty International o altre organizzazioni dei diritti umani denunciano sparizioni, torture e sequestri compiuti nei cosiddetti paesi democratici, e mai avvenuti in quest'isola, e arrivano ad accusarci di essere condiscendenti verso la Revolucion.

La realtà è che i pensatori come Mario Vargas Llosa, anche lui comunista pentito che tace su infamie copme la soppressione dell'habeas copus o la legge che autorizza negli Stati uniti la tortura negli interrogatori dei presunti terroristi, sono riusciti, con la loro ambiguità, di far perdere in molti casi la coscienza e l'etica a chi si dichiarava di sinistra. E questo è ancor più triste  se si pensa alla sua grandezza di scrittore che si riduce a dettare la linea, avversa alla rivoluzione cubana e ai movimenti che stanno cambiando l'America latina, a giornali di grande diffusione come El Pais.

Ricordo come il compianto amico Manuel Vazquez Montalban (che proprio su El Pais contrastava questo andazzo discutibile) mi segnalava spesso, con ironia, la singolarità di un quotidiano come Il Giornale di Berlusconi, che ha ben cinque editorialisti di prima pagina provenienti dalla sinistra, mentre solo un paio erano sempre stati di destra, dei conservatori.

Credo abbia ragione Alfonso Sastre, il prestigioso drammaturgo spagnolo che ieri ha ricordato come, invece, proprio la resistenza indomabile di un paese come Cuba spiega il vento di progresso che soffia attualmente in America latina e che sta cambiando il panorama politico, perlomeno in questa parte del mondo.

Senza Cuba, pur con tutte le sue contraddizioni, questa riappropriazione della coscienza collettiva da parte di molti popoli sarebbe stata possibile. Basta pensare che molti giornalisti occidentali venuti in questi giorni a Cuba, invece di ascoltare, in queste sale del Palacio de las Convenciones, il pensiero di tanti intellettuali venuti da ogni parte del mondo, stanno sciamando per le strade in cerca di gossip sulla salute di Fidel, mentre oltretutto quei pochi che l'hanno incontrato, come Miguel Bonasso, sono qui con noi.

Un vero cortocircuito professionale, che segnala la mediocrità di molta informazione del nostro tempo.

Questo seminario si intitola "Memoria e futuro" e proprio in questi giorni, risistemando e attualizzando, per il Festival del cinema di Berlino che dedica una rassegna al mio lavoro, sei documentari basati sulle mie esperienze a Cuba con Fidel Castro e su Che Guevara, mi rendo conto di quanto è stata grande la capacità di prevedere il futuro di Fidel, e di quanto sia stato importante il suo contributo, e quello della Rivoluzione cubana, per formare la coscienza collettiva di cui parlavo e far sopravvivere lo spirito di resistenza al capitalismo estremo che caratterizza il momento attuale di molte popolazioni, autoctone e non, del Sud del mondo.

Fidel Castro ha previsto il collasso della Russia dopo l'illusione della Perestrjka, l'impagabilità del debito estero per molte nazioni, la decadenza del mondo per fame e deterioramento dell'ambiente, che sottolineò alla Fao nel 1995 quasi con le stesse parole di Giovanni Paolo II.

Proprio per questa indiscutibile capacità di formare una coscienza collettiva nel suo popolo, e di suggerirla ad altri popoli, la Rivoluzione cubana, mentre a Miami festeggiavano pateticamente la sua imminente fine, aveva già scavalcato di un balzo e senza danni la tanto attesa transizione, ed era già nel futuro. Questo è successo la scorsa estate. Tutti si chiedeva che sarebbe successo se Fidel si fosse ammalato.

Bene, Fidel si è ammalato e ha potuto pensare tranquillamente a curarsi, perché ha lasciato Cuba in ottime mani, antiche e nuove, che non hanno cambiato una linea capace di assicurare al paese un miglioramento economico, senza rinunciare alle sue conquiste sociali, dopo il durissimo Periodo especial degli anni '90.

Come si forma una coscienza che resiste nel tempo?

Con l'ostinazione, non cedendo, facendo controinformazione. Nel mio piccolo (dirigo anche una collana di saggi latinoamericani) mi sono attenuto a queste regole, in molti momenti utilizzando in modo adeguato tutte le occasioni di parlare in pubblico, in televisione o alla radio, o di pubblicare le mie idee che la storia personale e la credibilità conquistata nel tempo, mi permettevano di sfruttare.

E' vero che molti di noi non sono più giovani, ma non sono nemmeno troppo vecchi dentro per dichiararsi vinti".


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