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"Ho brindato a champagne" Stampa E-mail
Latinoamerica n.97, n.4, ott/dic 2006

E’ senza  dubbio lo scrittore di riferimento, quando si giudica la nuova letteratura latino-americana, il suo romanzo, La gabbianella e il gatto che le insegnò a volare  è un successo mondiale, un apologo per i grandi ancor prima che per i bambini, ma lui, Sepúlveda, cileno, quasi cinquantenne, è stato ed è innanzitutto un militante, un combattente passionale di tutte le battaglie etiche del nostro tempo. Da quando era uno dei ragazzi della sicurezza del Presidente Salvatore Allende, assassinato nel settembre del ‘73 dopo il colpo di Stato capeggiato dal generale Pinochet a quando, nell’89,   con Il vecchio che leggeva romanzi d’amore denunciava lo scempio della natura ferita e conquistava un posto indiscutibile nella narrativa di questo fine millennio. Ventotto edizioni solo in Italia fino ad oggi, cammino felice scandito dal coinvolgimento con Greenpeace e da opere come Il mondo alla fine del mondo, Un nome da torero o La frontiera scomparsa, fino alla raccolta di novelle Incontro d’amore in un paese in guerra dove ha incominciato a rivelare l’esperienza, mai accennata prima, di tante ferite fisiche e psicologiche subite per una fede nella militanza politica e sociale vissuta come etica. L’11 settembre 1990 il feretro di Salvatore Allende riceveva finalmente, dopo anni, i funerali pubblici. La letteratura di Sepúlveda, tanto impastata con la vita del suo paese, con i suoi ideali e con i suoi eccessi, nasce da questo vissuto incancellabile, riassunto in questo servizio del ‘90 quando, prima di Edoardo Frei, era presidente Patricio Elwin.


RVM dal TG2 dell’11/9/90 di A. Zanotti

“Ci sono tutti i morti nel Cile, nella memoria della folla immensa che oggi, a diciassette anni dal rogo della Moneda, ha finalmente tributato funerali solenni al Presidente Salvador Allende. Questo lungo addio che per 120 km ha accompagnato i suoi resti, dalla sepoltura semiclandestina a Viña del Mar sulla costa del Pacifico, al mausoleo costruito per accoglierlo nel cimitero principale della capitale, Santiago, lo ricorda insieme alle mille e mille vittime delle fucilazioni sommarie, agli scomparsi nelle camere di tortura, agli sgozzati per la strada, ai bruciati vivi dalla ferocia di un colpo di stato diventato regime e durato fino all’anno scorso. Riconquistata la democrazia, il Cile si guarda adesso indietro senza più paura o vergogna. Non sono questi funerali di Stato. Per la prima volta nella storia di un paese sudamericano, un presidente della repubblica viene calato nella tomba senza gli onori militari. Vi si è opposto Pinochet, che è ancora comandante in capo dell’Esercito e ieri ha minacciosamente riunito, all’improvviso, l’intero corpo dei generali. Non li avrebbero comunque mai permessi la famiglia del presidente, che scomparve combattendo in difesa della costituzione contro il tradimento dei militari, né i suoi compagni socialisti, insomma nessuno della sinistra democratica. La rinuncia all’odio non ha cancellato le passioni. Ma il presidente Patricio Elwin, l’intero governo, tutte la massime cariche dello stato sono intervenute alle esequie. E al socialista Salvador Allende, agnostico e massone, l’arcivescovo di Santiago, Carlos Oviedo, ha rivolto l’estremo saluto della Chiesa cattolica, dalla stessa cattedrale metropolitana. Nel 1973, l’ attuale capo dello stato era il presidente della Democrazia cristiana e praticamente avallò il golpe. Stamani ha voluto comunque parlare davanti al feretro, e ha detto: “Sono stato un deciso avversario di Unitad Popular, ma sono stato leale alle istituzioni e al presidente.” E ha poi concluso: “Questo deve essere un giorno di riconciliazione, bisogna dunque riconoscere che la dittatura è stata possibile perché all’azione dei malvagi corrisposero molti errori dei giusti”.


Minà: Luis Sepúlveda, questo è un filmato del 1990. Otto anni dopo, però, Pinochet condiziona ancora la vita del Cile. Che impressione ti fa?


Sepúlveda: A dire il vero, provo una profonda vergogna ad essere nato in quel paese. Se penso che Pinochet continua ad occupare una posizione di enorme  potere con quella carica di senatore a vita ereditata da una Costituzione da lui redatta a sua immagine e somiglianza e se penso alla stessa presenza d’un Consiglio di difesa nazionale che non fa altro che perpetuare le atrocità legali della dittatura. Poi c’è la complicità della destra cilena che è una delle destre più cavernicole dell’America Latina e dico “cavernicola”,  perché era una destra illuminata ed ha rinunciato ad esserlo. Niente è più terribile che rinunciare all’illuminismo. E poi c’è la catena di complicità fra l’attuale Democrazia Cristiana fino al carattere assolutamente debole, vacillante e zoppicante di coloro che oggi militano nelle due espressioni del partito socialista che ci sono nel mio paese. Insomma, è una situazione abbastanza vergognosa e dolorosa, anche se ci sono grandi settori del popolo cileno che continuano a resistere e continuano a dire “no!”, pur senza avere i mezzi per esprimere quel “no” deciso all’attuale modello, all’attuale sistema


Minà: Le tue parole ti indicherebbero come una persona che non ha dimenticato, quasi estrema...


Sepúlveda: Sono una persona che, indubbiamente, non dimentica né perdona, perché ritengo di non avere il diritto di dimenticare e di perdonare. Al contrario, vivo sentendo il dovere di conservare la memoria. Il Cile, l’Argentina, l’Uruguay sono stati i paesi più castigati dalle dittature ed è quindi assolutamente necessario che qualcuno, o perlomeno alcune persone, siano i custodi della memoria, in paesi in cui l’oblio è una ragione di Stato e l’amnesia è imposta per decreto. E’ quindi fondamentale conservare la memoria e conservarla viva e d’altra parte non mi rassegno alla passività con cui alcuni affrontano la negazione di tutto ciò che abbiamo fatto e non solo ai mille giorni di Allende, ma ai lunghissimi anni che portarono al trionfo elettorale di Salvatore Allende. Sono stati anni di conquiste civili,  in cui la civiltà ha fatto grandi passi avanti in America del Sud e tutto questo oggi  viene messo in discussione o viene negato. L’avvento di Allende alla presidenza del Cile ha rappresentato la massima espressione della cultura della sinistra, intendendo come cultura non solo l’arte, ma anche le forme di espressione che i popoli scelgono e Allende  è arrivato alla presidenza in questa altissima congiuntura culturale. Oggi, tutto questo si pretende di negarlo, di dimenticarlo, così io mi sento come un custode di quella cultura e il mio grande orgoglio è di essere un rappresentante di quella cultura di sinistra.


RVM  dal Tg 3 - Servizio di Italo Moretti

“Santiago del Cile, 11 settembre 1973. Sono da poco passate le undici. I caccia dell’aviazione bombardano la Moneda, il palazzo presidenziale dove Salvador Allende sta combattendo con coraggio e con coerenza l’ultima simbolica difesa di una democrazia da tempo malata. Tre ore prima, una marcia militare aveva interrotto i programmi di Radio Agricoltura per leggere il proclama delle forze armate. Era l’annuncio del colpo di stato. “Esercito, marina, aviazione e carabineros - diceva il proclama - cominciavano uniti la storica e responsabile missione di lottare per liberare la patria”. Non vi fu lotta, bensì repressioni e massacri. Il complotto interno e internazionale durava da anni e negli ultimi tempi erano maturate le condizioni per l’attacco brutale dei militari. La società cilena si era spaccata in due fronti e i partiti non avevano saputo o voluto evitare quella contrapposizione”.

 

Minà: Hai detto: “Sono nato in Cile ma sono latinoamericano, intensamente latinoamericano, orgogliosamente latinoamericano”. E’ stato l’esilio a darti questo senso di appartenenza e anche questo rigore assoluto?


Sepúlveda: In parte, perché il nostro stesso progetto politico in Cile nasce come un’espressione profondamente latino-americanista. I mille giorni del governo di Allende costituirono un rapido apprendistato della realtà latino-americana. Credo che allora capimmo che le frontiere politiche non erano le frontiere morali, le frontiere politiche non erano altro che impedimenti fisici e che la nostra idea di costruzione di una nuova società superava quelle frontiere. E poi, naturalmente, l’esilio, il mio lungo vagabondare in tutti i paesi d’America rese più solida la convinzione di essere un latino americano.


Minà: Per anni ti sei negato di scrivere di questa esperienza dilaniante e hai detto: “La mia vita è divisa in due, c’è la parte della militanza politica e la parte dell’avventura. I libri appartengono a questa parte”. Poi, ad un certo momento della tua vita, questo atteggiamento è cambiato, ma il tuo primo libro “Il vecchio che leggeva romanzi di amore” non aveva neanche la traccia di questa sofferenza.


Sepúlveda: Ho cercato di essere sempre molto pudico per quanto riguarda le sofferenze, perché io sono stato male, sono stato due anni e mezzo in carcere e i primi sette mesi in un buco immondo, un buco in cui non potevo né sdraiarmi né stare in piedi, sopportando tutti i giorni i soldati che mi sputavano addosso, che orinavano su di me. Ma ho sempre capito che per scrivere di queste cose avevo bisogno di una distanza, di molta distanza e per ragioni evidenti. Io ho superato tutto questo, perché sono un militante, perché ho un passato di guerrigliero che mi ha reso molto forte, ma ci sono migliaia di compagni che non l’hanno superato e per rispettare le ferite di questi compagni sono stato molto restio ad affrontare questi argomenti.  Per esempio, la mia attuale moglie,  che è stata la mia prima moglie,  è stata una “desaparecida”,  scomparsa per quasi mezzo anno, subendo tutti gli orrori che si possono infliggere ad una persona. Un giorno fu data per morta e gettata in una grande discarica dove si getta la spazzatura di Santiago con altre cinque compagne morte. Come nella vecchia leggenda della fenice, rinacque da quelle ceneri, trovò la solidarietà di alcune persone che l’aiutarono a rimanere in clandestinità finché non riprese i contatti con i suoi compagni, con i vivi. Naturalmente questo è materiale per un enorme romanzo, ma allo stesso tempo so che in una clinica di Copenaghen ci sono più di cento donne che non sono riuscite a superare quel trauma e in nome di quelle cento donne preferisco trattare questo tema con grande pudore, perché la nostra cultura, la mia cultura di sinistra è la cultura della responsabilità sociale. (...)


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