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In viaggio con Che Guevara Stampa E-mail
Latinoamerica 85, n. 4, ott/dic 2003

Walter Salles, perché hai deciso di realizzare un film sul viaggio giovanile di Che Guevara con Alberto Granado?

Walter Salles. In primo luogo perché mi è piaciuto molto il libro: lo considero, da un lato, un libro di scoperta di una geografia umana e fisica che è la nostra, quella del mio continente, l’America Latina; dall’altro è un viaggio di scelte etiche, politiche, un viaggio di scoperta di chi non vuole restare a guardare sulla riva del fiume. Mi sembra che con gli anni Ottanta abbiamo perso qualcosa, nel cinema ma soprattutto nel quotidiano. Abbiamo perso il desiderio dell’utopia, il desiderio di cambiare il mondo.

    In qualche modo, tutti questi elementi erano già inseriti nel nostro progetto. Innanzitutto, c’erano due personaggi dotati di una ricchezza umana davvero straordinaria: da una parte Ernesto Guevara De la Serna, e dall’altra Alberto Granado. Sono rimasto affascinato da entrambi: in primo luogo da questo ragazzo che è riuscito ad abbattere tutte le barriere possibili, prima di tutto, quella della malattia, l’asma; le barriere di classe, quelle che noi tutti abbiamo; Guevara è riuscito a superarle adottando un suo stile di vita e cercando di non dare peso alla sua classe sociale. Credo che questo meriti di essere compreso: è riuscito a rendere possibile ciò che era apparentemente utopico. È quindi un personaggio di uno straordinario spessore umano, e tragico, per via del finale che conosciamo. Questo è, in qualche modo, un viaggio dell’uomo che precede quello che noi tutti conosciamo: forse è la storia prima della Storia con la esse maiuscola. In questo senso mi è sembrato un racconto possibile.


Ma c’è un’altra persona di cui vorrei parlare, Alberto Granado. Un uomo di un’umanità senza limiti, dotato di un grande senso dell’umorismo, per niente cinico -una persona che non sa cosa sia il cinismo - e che, al contrario, conserva uno straordinario affetto per Ernesto Guevara, cosa che mette in luce la sua grande coerenza. Un uomo conseguente che nel corso della sua vita è sempre rimasto fedele alle proprie convinzioni, dall’inizio alla fine. È una delle persone più interessanti che abbia mai conosciuto. Alberto Granado ha ottant’anni di gioventù e sono rimasto affascinato anche da lui.

    Per tutti questi motivi ho finito per tuffarmi in questo difficilissimo viaggio; arduo perché, in qualche modo, ha il compito di trasmettere allo spettatore seduto in platea a guardare il film la sensazione di trovarsi nel 1952; ma al contempo il film deve essere un documentario. Come raggiungere questo equilibrio? Come riuscire a far sì che, da una parte, si abbia la sensazione di vivere e stare davvero dentro a quel viaggio, che nessuno però sta facendo? Come recuperare, allo stesso tempo, il senso di un’epoca senza dare l’impressione di essere dentro una superproduzione? È molto difficile raggiungere questo giusto equilibrio, ed è molto difficile trovare il giusto equilibrio dei personaggi; ma le difficoltà sono state mitigate dal fascino, non solo per me, ma per tutti quelli che sono coinvolti in questo lavoro, di quello che può essere definito anche un “viaggio iniziatico”.

     Un viaggio iniziatico per Ernesto e per Alberto, e un viaggio iniziatico per tutti noi: nessuno di noi sarà lo stesso alla fine di quest’avventura.

Minà.Quale tecnica hai scelto per rendere credibile ciò che hai appena detto? Vedo che usi molto la cinepresa a mano e poco quella fissa…

Salles. Credo che il viaggio originale sia stato un viaggio senza tanti “piani americani”, un viaggio di scoperta di una realtà che prima di allora non era stata vista attraverso nessun mezzo, perché nel 1952 non c’era, salvo per pochi la televisione, non c’erano i mezzi di comunicazione che oggi rendono vicino ciò che è lontano. Il modo migliore per partire verso questo mondo sconosciuto è dare per scontata l’idea dell’imperfezione costante, l’urgenza di fare questo viaggio. E il senso di questa urgenza sopraggiunge con la camera a mano e un certo amore per la perdita del controllo. C’è una accentuazione dell’intensità: per questo stiamo filmando con la telecamera a mano, perché sia imperfetto. Ma allo stesso tempo dobbiamo riuscire a captare la vita e non la rappresentazione della vita. Nel cinema è molto difficile trovare il giusto equilibrio tra ciò che è e quello che rappresenta ciò che è. Spesso ci si trova a metà strada tra qualcosa che possiede una straordinaria “integrità” e qualcosa che è vicino a possedere un’“integrità”. Come passare da un universo all’altro? Come “fare” questa connessione? Una sintonia molto sottile che a volte si riesce ad ottenere e a volte no: in questo progetto è particolarmente difficile. (...)


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