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Un incubo per il pensiero unico Stampa E-mail
Latinoamerica n.93, n.4, ott/dic 2005

TRATTO DALLA PREFAZIONE DEL LIBRO CHE GUEVARA VISTO DA UN CRISTIANO DI GIULIO GIRARDI, SPERLING&KUPFER EDITORI, 2005

Il saggio controvento di Giulio Girardi, teso a interpretare, con l’etica di un cristiano la vita e gli ideali del rivoluzionario più autentico del secolo appena terminato, riporta ancora una volta d’attualità, nell’immaginario della gente, un anno e mezzo dopo l’uscita del film I diari della motocicletta, Ernesto Che Guevara, medico e guerrigliero, assassinato nel 1967 in Bolivia dove inseguiva l’utopia di liberare non solo quel paese, ma tutta l’America latina dall’ingiustizia, dal- la miseria, dalla sopraffazione.
Il Che è un caso unico nel ‘900 che ha divorato i suoi protagonisti e non ha avuto pietà, spesso, neppure dei più meritevoli, condannandoli ad un rapi- do oblio. Per il medico argentino che insieme a Fidel Castro, in un’esperienza rara nel continente, contribuì a far trionfare una rivoluzione popolare a Cuba e successivamente, prima di cadere in Bolivia tentò, senza successo, di tenere in vita il movimento di liberazione del Congo dopo l’assassinio di Lumumba, non è mai arrivato invece l’oblio. E nemmeno il disprezzo delle sue idee e delle sue azioni, che ora Girardi sente anche profondamente cristiane, a parte alcuni recenti tentativi senza esito del figlio di Vargas Llosa, Alvarito, e dell’intellettuale francese Regis Debray che tanto aveva cantato il Che in passato e ora forse è attanagliato dai rimorsi di aver contribuito, senza volerlo, ma per sicura inettitudine, a far individuare e catturare Guevara dai rangers boliviani in quel tragico ottobre del 1967.

Così ovunque, dopo l’uscita del film di Walter Salles sul viaggio giovanile del Che con Alberto Granado attraverso l’America Latina e la circolazione del documentario In viaggio con Che Guevara, distribuiti in ogni parte del mondo,

si moltiplicano in Francia o in Spagna, in Messico o in Brasile, in Venezuela o in Bolivia, in Giappone o in India, in Italia o ne- gli Stati Uniti, presentazioni, seminari, manifestazioni, libri, film, documentari, dibattiti, perfino corsi universitari come in Argentina, che dopo il tramonto del menemismo e l’avvento di Néstor Kirchner, il presidente che viene dalla Patagonia, sta ritrovando la dignità di nazione e l’orgoglio per gli ideali dei suoi figli migliori. Alla facoltà di sociologia di Buenos Aires è attiva infatti, ormai da qualche anno, una cattedra “Che

Guevara” con almeno dieci relatori. Il Che dunque, non è un’icona come, con un po’ di fastidio, ha scritto qual-

che tempo fa su l’Unità perfino un pensatore autorevole come Fulvio Abbate. Non sono riusciti a renderlo tale i manager più o meno in buona fede che fan- no mercato dei ricordi e nemmeno alcuni studiosi progressisti, ora assaliti da molti dubbi. Quattro monumentali biografie, uscite nel ’97, hanno addirittura tentato una lettura con il distacco storico che dovrebbe accompagnare l’interpretazione delle azioni e del pensiero di chi ha lasciato un segno non superficiale nei sentieri del mondo. Che Guevara ha superato l’esame dell’americano John Lee Anderson1, malgrado lo abbia definito un avventuriero e un volontarista, ed ha superato anche l’analisi del francese Kalfon2 e del messicano Paco Ignacio Taibo II che ha scritto l’opera forse più appassionata e di maggior successo nel mondo [Senza perdere la tenerezza]3. Il Che è stato sgualcito so- lo da Jorge Castañeda, sociologo messicano con grande seguito negli Stati Uni- ti, che da giovane ha avuto la debolezza di lavorare per i servizi segreti cubani e in maturità [fino ad un paio d’anni fa] non ha saputo resistere alla tentazione di diventare ministro degli Esteri del governo di Vicente Fox, il primo presidente dichiaratamente di destra del paese della prima rivoluzione del seco- lo appena trascorso, oltre che sodale e compagno di rancho di George W. Bush, il più reazionario fra i presidenti degli Stati Uniti dal dopoguerra a oggi. Castañeda, che ora aspira a diventare perfino il presidente del Messico, doveva lavorare a una biografia del Che insieme a Paco Ignacio Taibo II, ma dopo al- cune sedute di studio, Taibo ha deciso che era meglio andare ognuno per la propria strada: “Jorge aveva una tesi precostituita ostile a Guevara e al suo rifiuto dell’ipocrita mondo che viviamo. Ma era una tesi gradita a molti dei suoi lettori nordamericani ed in particolare della Florida –mi ha spiegato Paco Ignacio– così ho pensato che per rimanere amici era meglio dividersi. Uno storico non può avere pregiudizi”.

Ora il libro di Taibo ha più seguito di quello di Castañeda perfino in Messico, in Argentina e negli Stati Uniti. Frei Betto, domenicano della teologia della Liberazione, carcerato e torturato durante la dittatura in Brasile e salvato dal cardinale di San Paolo, Arns, per interessamento diretto di papa Paolo VI, ha recentemente ironizzato sulle tesi di Castañeda: “L’ex ministro degli esteri messicano è diventato celebre con il suo libro La utopia desarmada4 in cui profetizzava la fine della lotta armata in America latina. Qualche mese dopo l’uscita del volume, per ironia della storia, è esplosa nel 1994 proprio nel suo paese, il Messico, la guerriglia del Chiapas. Le utopie, per fortuna, sono come il Che, più forti di quelle che vorrebbero seppellirle”.

È per questo che trovo modernissimo l’approccio con ottica cristiana alla figura e agli ideali di Ernesto Guevara, scelto, in questo libro, da Giulio Girar- di, specie in un mondo ostinatamente avverso alla spiritualità, alla solidarietà e quindi all’agire di persone come il Che.

Perché è successo questo fenomeno con lui? “Perché –come afferma Eduardo Galeano all’inizio di questa parte del numero 93 della rivista– il Che ha questa pericolosa abitudine di continuare a nascere?” Il saggista uruguayano ha una tesi: “Quanto più lo insultano, lo manipolano, lo tradiscono, più il Che nasce. Anzi, è quello che nasce più di tutti. Non sarà perché disse quello che pesava e ha fatto quello che diceva? Qualcosa di straordinario in un mondo dove le parole e i fatti raramente si incontrano. E se si incontrano non si salutano perché non si conoscono”.

Un messaggio come quello di Ernesto Guevara che diventa simbolo di tutta l’umanità burlata, mortificata, oppressa, e che propone l’idea di un socialismo non colonizzato e strategie guerrigliere a Cuba, in Congo e in America Latina, da molti giudicate fuori luogo, è sopravvissuto al suo tempo forse per- ché rappresenta un bisogno reale, un anelito, una speranza che, malgrado tutto, malgrado le sconfitte della storia, qualcosa cambi per la maggior parte del- l’umanità.

Quando qualche estate fa andavo con Paco Ignacio Taibo II o con Eduardo Galeano, con Rigoberta Menchù o Lula [non ancora diventato presidente del Brasile], con Frei Betto o Adolfo Pérez Esquivel a parlare di Cuba, di America latina e di Che Guevara ai festival dell’Unità, o ad altre manifestazioni pubbliche, la partecipazione più forte delle centinaia, a volte migliaia, di persone che ci ascoltavano, avveniva quando esprimevamo l’opinione che ci pareva singolare chiedere, come qualcuno fa ancora, al popolo della sinistra, di esternare rimorso per le efferatezze compiute dal comunismo reale. E questo perché mai è stato chiesto e si chiede al capitalismo un atto di dolore per i crimini commessi in questi anni in suo nome in America latina, Africa, o Asia e giustificati spesso in nome delle leggi ineluttabili dell’economia. L’apartheid in Sudafrica, i desaparecidos in

Argentina, Uruguay e Cile, le esecuzioni extragiudiziali in Brasile, gli squadroni della morte in Colombia o Salvador, e poi il genocidio in Indonesia, in Guatemala e in Rwanda e l’ infanzia violata o venduta e l’annientamento della dignità umana. Tutte infamie dovute al capitalismo, al neoliberismo, all’ingordigia dei mercati finanziari.

La repressione non è accettabile mai, qualunque sia la giustificazione ideologica. Ma il popolo delle feste dell’Unità si emozionava quando veniva ricordato che la sinistra italiana,

almeno fino agli anni Ottanta, aveva pagato un prezzo alto alla militanza comunista [l’impossibilità, ad esempio, di far carriera nel proprio posto di lavo- ro] ed era quindi singolare pretendere un rimorso per le angherie subite.

Così quando si parlava di Cuba era difficile non cogliere l’approvazione dell’uditorio nel momento in cui Taibo o Galeano, o Frei Betto o Pérez Esquivel esprimevano il loro disagio per un mondo occidentale, europeo, spesso in- transigente con Cuba per il suo integralismo, il partito unico, il controllo dei media, l’arresto di alcuni dissidenti, ma assolutamente disposto non solo a passare sotto silenzio la realtà molto più preoccupante della Cina comunista, ma addirittura pronto a sorvolare sugli accadimenti tragici del continente di cui Cuba è parte, cioè l’America Latina. In questo luogo del mondo dove si pensa sia tornata la democrazia perché si vota, la democrazia stessa, i diritti degli uomini, la tutela dei bambini, la libertà di espressione, le dignità più elementari sono violate nei confronti della maggior parte dei cittadini ogni giorno, sistematicamente e senza pudore, come a Cuba malgrado tutti gli errori non è mai successo.

La storia del mondo però la scrivono sempre i vincitori o quelli che in un determinato momento sono ritenuti tali. Che Guevara lottò contro questa ipocrisia e forse non è stato possibile ridurlo a un’icona proprio per questo. Qua- si quarant’anni dopo la sua morte “per aver scelto il metodo sbagliato”, l’America latina, secondo i dati dell’ONU, sta peggio di allora. Duecentocinquanta milioni di esseri umani vivono sotto la soglia di povertà e un terzo di loro in condizioni miserabili. Perché quindi non dovrebbero sentire attuale il messaggio del Che, per esempio, gli indigeni della Bolivia e dell’Ecuador, che recentemente hanno saputo rischiare e pagare un prezzo di sangue per non far svendere i propri paesi, ma che alla fine sono riusciti a cacciare presidenti corrotti e venduti alle multinazionali Usa, come Sanchez de Lozada, Mesa o Gutierrez? O perché dovrebbero considerare fuori tempo la scelta di Guevara di spendere la pro- pria vita per un’idea, quei religiosi o giovani militanti di associazioni di solidarietà che sono pronti ad andare a rischiare nelle “comunità di pace” della Colombia, dove il governo di Uribe, sempre pronto a governare sotto braccio ai paramilitari di Salvatore Mancuso, permette addirittura a frange del proprio esercito di compiere stragi impunite come quelle di San José de Apartadò nel marzo scorso, stragi dove sono stati trucidati anche adolescenti e bambini? E perché dovrebbero sentirsi sconfitte le popolazioni maya del Chiapas che, dieci anni dopo la propria insurrezione e malgrado le menzogne e l’ignavia dei due governi che si sono nel frattempo succeduti in Messico, continuano, orgogliosamente in resistenza, a fronteggiare un esercito di più di 50 mila sol- dati che aspettano minacciosamente di fare loro la guerra e farli sloggiare da una terra millenaria, ambita da pochi speculatori e dai più rinomati cartelli petroliferi?

Per questo Che Guevara probabilmente è ancora attuale, perché come ha scritto il compianto Manuel Vazquez Montalbàn “il Che è come un incubo per il pensiero unico, per il mercato unico, per la verità unica, per il gendarme unico. Il Che è come un sistema di segnali di non sottomissione, una provocazione per i semiologi o per la santa inquisizione dell’integralismo neoliberale. E causa questo disagio non come profeta di rivoluzioni inutili, ma come scoraggiante [per il potere] proclama del diritto a rifiutare che, fra il vecchio e il nuovo, si possa scegliere soltanto l’inevitabile, e non il necessario. Insomma, la libertà fondamentale di rivendicare il necessario”. È normale quindi che a quasi quarant’anni dalla sua morte, Guevara metta in crisi tutti coloro che non osano dedicare la loro vita a una qualunque causa altruista e per questo suggerisca a un prestigioso teologo della Liberazione come Giulio Girardi una affascinante lettura in chiave cristiana del suo pensiero e del suo agire.

QUESTO TESTO È USCITO PER LA PRIMA VOLTA DIECI ANNI FA SULL’UNITÀ. POI AGGIORNATO E ARRICCHITO È DIVENTATO ORA IL PROLOGO DI CHE GUEVARA VISTO DA UN CRISTIANO


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