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Angela, con la Palestina nel cuore Stampa E-mail
Latinoamerica n.79/80, n.3-4, apr/set 2002

Nella settimana di Pasqua di quest'anno, una donna di nome Angela, per motivi familiari ma anche ragioni etiche, di coscienza e responsabilità non solo nei riguardi di persone care, ma di esseri umani che stanno soffrendo, si è recata a Ramallah (territorio occupato dalle truppe israeliane), e ha vissuto i giorni della “notte della ragione” nel conflitto in Terra Santa, poche settimane dopo che il fotografo free-lance Rafaele Ciriello era stato colpito a morte dalle pallottole sparate da un tank israeliano.

Un'esperienza che Angela ha voluto raccontare, in una lettera familiare, ad un parente che trepidava anche per la sorte di un'altra cognata, sposata ad un sociologo palestinese. Ne è venuta fuori una cronaca privata, che ha la forza di un vero reportage del delirio che l'odio fra gli uomini scatena ed anche la capacità di riflessione e di speranza che ultimamente è mancata a molti freddi commentatori di una vicenda ormai senza legge e senza morale, accettata passivamente dal mondo evoluto, in ossequi a quella logica che viene chiamata realpolitik.

Per questo, abbiamo deciso di pubblicare anche questa testimonianza inquietante e dolente più esplicita, nella sua semplicità, di tanta informazione ipocrita.

 

Quarantotto ore a Ramallah

Siamo partiti per Ramallah perchè sentivamo il bisogno di essere vicini ai nostri amici palestinesi e di essere là dove loro ci chiedevano di essere.

Il giorno prima eravamo passati in massa attraverso il check-point di Betlemme, cogliendo di sorpresa i soldati di guardia, e in quattrocento eravamo sfilati verso la città.

La gente si affiacciava sulle soglie e ai balconi dicendo: “Non è qui che dovete venire, dovete andare a Ramallah, dal nostro presidente”. A Betlemme si aspettavano l'arrivo  dell'esercito di ora in ora, ma pensavano che il posto importante fosse Ramallah, dove c'è Arafat.

Con i tempi palestinesi un po' elastici e quelli del gruppo ancora più elastici, siamo partiti dall'albergo  Ambassador di Gerusalemme alle 9 di mattina. Io avevo anche una missione privata da compiere, dovevo assolutamente vedere mia sorella Maria e suo marito Yussuf e portare loro la mia solidarietà.

Io non sono per niente abituata alla guerra. Sul pulmino che ci trasportava verso i due check-point avevo un po' di paura. Dal primo, quello di el-Ram, siamo passati ufficialmente. Il secondo l'abbiamo superato come fanno tutti i palestinesi, a piedi, un po' affannati, su un sentiero piuttosto scosceso e accidentato.

Non è per la propria sicurezza che gli israeliani impongono i check-point, che per altro possono essere superati con una certa disinvoltura se non si è vecchi, malati, partorienti o se non si devono trasportare materialei. I check-point hanno unicamente la funzione di molestare la gente e di umiliarla, di farla aspettare in coda per ora e poi dire: “No, oggi non ti faccio passare”, affinchè, per percorrere 20 chilometri, si impieghino sei ore e si perdano giornate di lavoro, di studio, di vita. (...)


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