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Le parole di Fidel che smascherano l'ipocrisia dell'occidente Stampa E-mail
 Latinoamerica n.78, n.1, gen/mar 2002

A Monterrey, in Messico, alla conferenza sul finanziamento per lo sviluppo dei paesi poveri, il presidente cubano Fidel Castro, come già aveva fatto a Durban in Sud Africa per il vertice ONU sul razzismo, è intervenuto in modo duro, senza mediazioni, descrivendo però una situazione dell'umanità attuale, incontestabile perchè basata su dati inoppugnabili. Ma la cattiva coscienza del solito mondo che si autodefinisce civile e dmeocratico, e che però continua ad agire, anche dopo il tramonto del comunismo con una imbarazzante ottica di sfruttamento, ha fatto inalberare i soliti ipocriti, sempre pronti ad intervenire su commissione.

Fidel Castro infatti, secondo l'etica di questi censori molto ambigui, non avrebbe titolo per intervenire considerata la violazione dei dirtti civili perpetrata dalla rivoluzione contro i dissidenti o presunti tali. L'argomento avrebbe una sua legittimità se le nazioni, in nome delle quali parlano questi opinionisti o maitres a penser, non fossero le vere responsabili, con la loro finanza speculativa, delle tragedie umane perpetrate nei confronti delle popolazioni povere. Quelle popolazioni delle quali si parlava a Monterrey e la cui condizione rappresentava una vera e propria violazione dei diritti umani.

Ma queste rituali invettive, sono ancora più imbarazzanti se si tiene conto dell'oblio che circonda, sui mezzi di informazione dove scrivono o parlano questi opinionisti, le violenze e l'impunità che scandiscono la vita, per esempio dei paesi del continente latinoamericano del quale Cuba è parte. Basterebbe rciordare che proprio nel Messico del presidente Fox, grande amico di Bush Jr. e descritto un anno fa, alla sua elezione, come l'uomo del cambiamento, sia stata da poco assassinata impunemente, come ci ha raccontato in questo numero di Latinoamerica Blanche Petrich, l'avvocato Digna Ochoa, difensore dei diritti civili e dei diritti negati agli indigeni o o ai combattenti per l'ecologia di quel paese. E c'è di più: il caso Digna Ochoa sta segnalando che un certo apparato criminale che aveva avuto mano libera durante gli ultimi anni del governo del PRI, il partito dei presidenti Salinas de Gortari e Zedillo, continua ad agire indisturbato anche durante la presidenza  di Vicente Fox, leader di una coalizione di destra che aveva promesso di ristabilire la legalità. E invece il Messico, mentre vengono alla luce le prove delle efferatezze commesse dalla polizia e dall'esercito trentanni fa durante l'insurrezione studentesca a Tlateloco, scopre che negli ultimi anni più di duecento persone sono sparite mentre erano nelle mani della polizia  e che questa pratica è probabilmente ancora vigente.

Tutto questo non è mai successo a Cuba che non ha nemmeno provato l'esperienza devastante  degli squadroni della morte che in Colombia, secondo fonti governative, solo quest'anno hanno fatto fuori più di mille persone nella più completa impunità favorita, magari, da dichiarazioni come quella del sottosegretario di stato Usa per l'emisfero occidentale, Peter Romero, secondo il quale “la pacificazione del paese non ha nessuna possibilità di successo senza dialogare con i paramilitari”.

Sono a conoscenza di queste realtà i censori che contestano ritualmente gli interventi di Fidel Castro o spregiuticatamente fanno finta di credere che, per esempio, in America latina, sia tornata la democrazia  solo perchè si vota?

Pochi capi di stato latinoamericani potrebbero prendere la parola se si tenessero in consoderazione la situazione dei diritti umani nei loro paesi. Non a caso, per esempio, Rigoberta Menchú, Nobel per la pace 1992, ha dovuto nuovamente esiliarsi in Messico dopo le pesanti minacce subite recentemente in Guatemala, la sua terra dove il rpesidente del Parlamento è il generale Rios Montt, il genocida delle popolazioni maya  negli anni ottanta del quale abbiamo raccontato le imprese in questo numero della rivista.

Èperch l'informazione occidentale, infastidita dal discorso di Fidel Castro a Monterrey ricorda solo le contraddizioni di Cuba da quaranta anni assediata da un embargoimmorale e dimentica invece le realtà del resto dei paesi del continente che hanno sistemi politici da noi approvati? Forse perchè mentre scriviamo la sessione dell'ONU sui diritti umani dovrà accogliere o rigettare il solito tentativo degli Stati Uniti di far censurare Cuba?

Fino all'anno scorso chi si faceva portavoce di questo diktat del governo di Washington era la repubblica ceca. Adesso prababilmente il testimone passerà nelle mani dell'Argentina alla quale è stato detto, senza mezzi termini, che, se non si presterà a questa incombenza, non avrà il prestito che attende dal Fondo monetario internazionale. Anche questo modo di agire col ricatto è un attentato ai diritti umani. Lo dico ai governi di quei paesi “civili e democratici” che in autunno, da otto anni, votano sempre contro l'embargo a Cuba, ma poi in primavera, si dimenticano di sopruso che condiziona la politica, a volte discutibile, della rivoluzione riguardo ad alcuni dissidenti e decidono, spregiudicatamente, di far contenti gli Stati Uniti, malgrado la presenza dei loro marines in molti paesi dell'America latina non giovi né al rispetto dei diritti umani, né alla democrazia del continente.

 


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