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IN MEMORIA DI ANTONIO GHIRELLI Stampa E-mail

da Il Fatto Quotidiano, 4 aprile 2012

Qualche anno fa Antonio Ghirelli, con l’umiltà e la grandezza dei veri maestri, era venuto a festeggiare alla Casa del Cinema i miei cinquant’anni di professione, in buona parte maturati con i suoi insegnamenti. Con lui, poiché il pomeriggio iniziava con un mio programma televisivo sul cinema di Francesco Rosi, c’era anche il regista di “Mani sulla città” e de “Il caso Mattei” e lo scrittore Raffaele La Capria. A un certo momento Antonio, che non ha mai amato la retorica, mi aveva sorpreso con un attimo di nostalgia: “Peccato che manchino Maurizio e Peppino. Maurizio non è mai stato in ritardo, semmai Peppino…”.

Si riferiva chiaramente a Maurizio Barendson e Giuseppe Patroni Griffi e a una stagione della sua vita di settant’anni prima in cui, tutti loro, quelli presenti e quelli assenti, erano sui banchi del liceo Umberto di Napoli dove, ancora ragazzi, facevano già la fronda al regime fascista e dove, tre anni dopo, su quegli stessi banchi li avrebbe raggiunti anche un compagno più giovane ma con le stesse aspirazioni, Giorgio Napolitano.

Così, la battuta fra l’ironico e il sommesso di Ghirelli, mi aveva improvvisamente ricordato quanto un gruppo di ragazzi che andavano a nuotare ai bagni “Don Nanna” e che qualcuno, anni dopo, avrebbe definito “il gruppo Chiaia”, avesse regalato alla cultura italiana del dopoguerra, nel cinema, nel teatro, nella letteratura e nel giornalismo.

Napoli è stata sempre generosa in questo senso e ricca di stimoli e sfide. Per esempio, era stato proprio Antonio Ghirelli con Maurizio Barendson a programmare film nordamericani al settore cinema dell’Università Federico II quando era in pratica proibito. Fu questa l’eredità che lasciarono a Francesco Rosi quando prese il loro posto, diventando poi nel tempo il più prestigioso regista del cinema italiano di impegno civile. Barendson aveva infatti optato per il giornalismo sportivo. Ghirelli invece, partigiano e iscritto al Partito comunista fin dal ’43, all’arrivo degli Alleati aveva seguito la Quinta Armata ed era approdato così a Radio Bologna Libera. Era nato così il suo innamoramento per il giornalismo di razza che si era sviluppato poi all’Unità, all’innovativo Milano Sera e al Paese Sera finchè non era stato conquistato anche lui dalle suggestioni che offriva il racconto delle imprese sportive. Un innamoramento che lo aveva convinto a raccontare un’Italia nuovamente etica.

Ghirelli fu uno dei grandi innovatori di queste narrazioni. Sul finire degli anni ’50, chiamato a sorpresa, lui meridionale, a dirigere il Tuttosport di Torino, crebbe una vera generazione di giornalisti (Ormezzano, Tosatti, Baretti ed altri oltre al sottoscritto) nel cui stile, il racconto, non poteva essere solo tecnico, specialistico, ma anche interessato al contesto, al sociale, al “colore”. Inevitabilmente questa tendenza che aveva in Barendson in televisione e in Gino Palumbo alla Gazzetta dello Sport  altri paladini,  divenne l’espressione di una scuola opposta a quella di Gianni Brera, un fuoriclasse, convinto assertore, però, di teorie secondo le quali il nostro popolo, da secoli malnutrito, non potesse gareggiare alla pari con gli atleti del Nord del mondo e che quindi le languide e sentimentali cronache dello sport dei giornalisti di “scuola napoletana”, soddisfacessero solo le esigenze romantiche del lettore.

Fu una contrapposizione che guadagnò quasi il rango dei grandi festival letterari e fu in quegli anni, infatti, che i quotidiani sportivi divennero i più venduti d’Italia.

Nel tempo, invece, il versatile intellettuale Ghirelli, dopo aver diretto per undici anni il Corriere dello sport e testate economico politiche come il Globo e il Mondo approdò al Quirinale come capo ufficio stampa del Presidente Sandro Pertini. Dopo l’invasione dell’Ungheria nel ’56 da parte dell’Unione Sovietica, aveva lasciato il Pci per aderire al partito socialista.  Lasciò l’incarico dopo due anni, nel maggio dell’80, per proteggere il suo Presidente partigiano. Era successo che Marco Donat Cattin, figlio dell’ex ministro Dc, era stato individuato fra i terroristi di Prima Linea. Il padre, Carlo pare fosse stato avvisato dal presidente del Consiglio Cossiga favorendo la fuga all’estero del ragazzo. Una nota di Pertini comunicata alla stampa durante un viaggio in Spagna, da un giovane funzionario e non mediata da Ghirelli, stava per mettere in crisi l’intero sistema politico. Ghirelli disse: “E’ colpa mia” e almeno la forma fu salva.

 

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