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Teofilo Stevenson: se 5 milioni di dollari non sono la felicitā Stampa E-mail

Se guardiamo la storia, solamente due campioni del ring hanno inciso in profondità nella società dove sono vissuti. Uno è Muhammad Alì-Cassius Clay per il quale negli Stati Uniti (che pure è un Paese spesso in guerra) è stata cambiata la legge sull’obiezione di coscienza. L’altro è il cubano Teofilo Stevenson che, pur avendo vinto già due Olimpiadi, nel ’72 e nel ’76, ebbe il coraggio, dopo i Giochi di Montreal, di rifiutare 5 milioni di dollari per passare al professionismo, e questo per affetto verso la sua terra e un credo profondo nella società dove viveva, quella di Cuba.

Stevenson, se n’è andato ieri da questo mondo ad appena 60 anni per un infarto. 

Quando, dopo il trionfo di Montreal del 1976, disse no a un ingaggio spropositato per passare al professionismo e affrontare proprio il grande Muhammad Alì che due anni prima, a Kinshasa (nel Congo) aveva riconquistato il titolo dei massimi contro George Foreman, il suo rifiuto fatto di dignità e orgoglio, a Cuba e nei paesi del Sud del mondo, fu vissuto come un’altra vittoria della Rivoluzione. Un po’ come era successo, 15 anni prima, quando Cuba aveva respinto, alla Baia dei Porci, l’attacco dei mercenari messi insieme dalla Cia.

Teofilo Stevenson, in verità, aveva già messo ko l’orgoglio degli Stati Uniti alle Olimpiadi precedenti, quelle tragiche di Monaco e dell’attentato terroristico contro gli atleti israeliani, perché aveva atterrato, a sorpresa, nei quarti di finale, prima di vincere poi la medaglia d’oro, Duane Bobick, la cosiddetta “speranza bianca” del pugilato nordamericano, che da allora avrebbe visto protagonisti, e non sempre vincenti, appartenenti solo alla minoranza nera.

Mettere di fronte Muhammad Alì, che dopo il rifiuto della guerra in Vietnam e una assurda squalifica di tre anni per questa decisione, era tornato il re del ring e il giovane  cubano dotato, oltre che di una tecnica sopraffina anche di un devastante destro da ko, significava organizzare l’evento del secolo di uno sport che proprio in quegli anni ’70 stava vivendo il canto del cigno soppiantato da altre discipline ugualmente televisive, ma meno sofferte.

“Cosa valgono 5 milioni di dollari se ho l’amore di 8 milioni di cubani? Non cambierei un pezzetto di terra del mio Paese per qualunque borsa mi offrissero” Sembravano frasi retoriche e invece il grande e innocente Teofilo fu capace di mantenere la sua parola e la logica della sua scelta vincendo ancora l’Olimpiade di Mosca e mancando la quarta medaglia d’oro solo perché Cuba, come tutti i paesi del blocco socialista, disertò per polemica politica, i giochi di Los Angeles dell’84.

Altri cubani, nel baseball  (dove l’Isola, negli ultimi vent’anni, ha vinto alle Olimpiadi, 3 ori e 2 argenti) o nell’atletica, o nella pallavolo non hanno saputo rinunciare a un’occasione così ghiotta, secondo alcuni, peccando di gratitudine verso un Paese povero capace, però, di costruirli campioni. Ma Stevenson (302 match vinti e 11 anni senza sconfitte) ha avuto modo di non pentirsi della sua decisione, per l’attenzione di cui è stato oggetto, nel corso della sua vita, non semplicissima. Un brutto giorno, dopo una discussione con la ex moglie andata a vivere con un altro compagno, uscì infuriato dalla loro casa e travolse e uccise, con la sua auto, una persona. Fu condannato ed in carcere passò il suo tempo a insegnare boxe.  Quando uscì, il Paese gli rese omaggio organizzando un torneo internazionale di pugilato a lui dedicato e restituendogli il suo lavoro di maestro del ring.

Lo ricordo, tenerissimo e timoroso, scortare all’Avana, Muhammad Alì, già sofferente per il morbo di Parkinson.

The greatest era venuto con una delegazione umanitaria della Croce Rossa, dopo il passaggio di un uragano che aveva devastato l’Isola. Val la pena ricordare che senza l’assurdo blocco economico degli Stati Uniti, quei due uomini avrebbero potuto scrivere un capitolo in più nella leggenda della boxe.

Una sera, durante quel soggiorno, in una saletta privata di un ristorante, si riunirono con Aleida, la figlia pediatra di Ernesto Che Guevara e con Assata Shakur, la leader delle Black Panthers, che da anni ha trovato asilo a Cuba.  Non dimenticherò mai, come ho già ricordato altre volte, l’emozione, la tenerezza e le lacrime di questi reduci delle lotte per il riscatto del continente e in particolare dei neri d’America.

Di fronte al ristorante, in un piccolo giardino di quartiere, lo scrittore conservatore Gay Talese, con alcuni cronisti d’assalto dei media nordamericani, aspettavano da ore perché girava la voce che Fidel Castro avrebbe ricevuto Mohammad Alì proprio quella sera. E per questo lo marcavano stretto.

Ma l’incontro con Fidel avvenne il giorno successivo e i reporter Usa non seppero mai che in quella notte di nostalgia, a due passi da loro, Muhammad Alì, accompagnato da Teofilo Stevenson, aveva rivissuto con Assata Shakur (per proteggere la quale Silvia Baraldini ha scontato decenni in carcere) un pezzo della sua gioventù e dei suoi sogni di riscatto.

Ora, ricordando quella stagione, e il match mancato, c’era negli Stati Uniti, anche chi invece era felice che due campioni esemplari come Muhammad e Teofilo si fossero incontrati solo nella vita.  Uno di questi era Budd Schulberg, scomparso recentemente a 90 anni, che scrisse Il colosso d’argilla: “Sono felice –mi disse un giorno- che i due non si siano mai incontrati sul ring. Perché sarebbe stata una sfida più incentrata sulla propaganda politica che sull’esibizione del talento di due atleti straordinari. C’era il pericolo che tutto si riducesse, per i media, a una seconda crisi dei missili.”

Quello che è indiscutibile è che questi due protagonisti di un incontro atteso e  mancato siano stati sempre coerenti con se stessi. Muhammad Alì, che aveva  riassunto il suo sport in questa frase: “La boxe è tanti uomini bianchi che guardano due uomini neri che se le danno di santa ragione” rifiutando di andare a combattere in Vietnam aveva sfidato e battuto il sistema. Teofilo Stevenson, a sua volta, rinunciando senza ripensamenti al denaro che avrebbe potuto guadagnare, aveva tolto allo stesso sistema la possibilità di esaltare logiche dove solo il business conta.

Due uomini semplici, innocenti, rappresentanti ognuno di modi di vita e di sistemi diversi, ma entrambi granitici e coerenti nelle loro scelte.

 

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