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"Il Manifesto", 7 marzo 2002

Un dee jay alla moda, Pier Luigi Diaco, martedì sera al Dopofestival di Sanremo, con un'aria arrogantella, ha preannunciato il lancio di uova marce e ortaggi sulla faccia di Roberto Benigni la sera che si presenterà sul palcoscenico del teatro Ariston. E' questo in esecuzione di una crociata (o di una provocazione?) lanciata da Giuliano Ferrara sul Foglio , giornale al quale collabora come presunto portavoce dei giovani lo stesso Diaco. La colpa di Benigni? Fare normalmente satira su Berlusconi e la sua band.

Gianpiero Mughini, di solito garantista e libertario, si è dichiarato subito d'accordo con “l'opinionista dei giovani” perché Benigni “rappresenterebbe solo una parte degli italiani”.

Tesi singolare per cui il Polo, che sapevamo fino a ieri nemico della par condicio , ora, invece, starebbe evidentemente per regolare, secondo un manuale Cancelli della risata, anche le battute dei comici.

A questo punto, come direbbe l'amico Antonio Lubrano, la domanda sorge spontanea: che spazio avrebbe avuto, per esempio, uno come Charlie Chaplin se fosse vissuto nell'Italia di oggi? Più dei Fichi d'India o meno di Lando Buzzanca?

E comunque, se fosse prevalsa, ai suoi tempi, la logica di Ferrara ribadita da Diaco, quali oltraggi e offese avrebbe dovuto subire dai nazisti Charlot per avere irriso Hitler nel film “Il dittatore”? In fondo la sua satira era condivisa solo da una parte dei cittadini tedeschi dell'epoca.

L'interrogativo, dunque, è legittimo anche se inquietante e ci pone il problema invece, dell'idiozia imperante nel mondo della comunicazione che, nell'era di internet, avrebbe dovuto essere un settore d'avanguardia.

Innanzitutto: chi è Diaco? E che ha fatto nella sua vita per potere pronunciarsi in modo così definitivo su Benigni? Io lo ricordo, solo tre o quattro anni fa, in mezzo alla folla del primo maggio, a piazza San Giovanni, intervistare con acume e capacità, il popolo dei giovani della sinistra, senza nessun tipo di fastidio per le loro radici. Evidentemente, negli ultimi tempi, molti, anche fra i più giovani, hanno capito che il trend, come si dice nel gergo della pubblicità, è cambiato e quindi bisognava adeguarsi. Diaco lo ha fatto: una dichiarazione in favore di Claudio Martelli e dei socialisti riguardo alla stagione di mani pulite e il trasferimento è avvenuto senza diritto di riscatto per la sua coscienza. Poco male. Ma se volessimo seguire la logica imbarazzante da lui enunciata al Dopofestival e che ignora il significato della parola democrazia, risulta sorprendente che, dopo essere diventato un paladino dell'economia liberista, “l'opinionista dei giovani” non senta l'esigenza di ricordare almeno a Ferrara che quando uno come Benigni, con i suoi film, batte ai botteghini ogni record d'incasso della storia del cinema italiano e anche ogni record di audience televisiva con il film premiato con tre Oscar “La vita è bella”, significa, secondo il mercato, che la sua satira è gradita a tutti. Insomma, è trasversale e rappresenta una maggioranza di italiani superiore perfino al numero di coloro che hanno votato Berlusconi. E Pippo Baudo che fa il direttore artistico, è normale lo abbia scelto per il suo ritorno a Sanremo, perché Roberto è evidentemente più bravo degli altri.

Così, invece di buttarsi in battaglie mediocri, sarebbe stato più conseguente, in quest'ottica, per Ferrara, Mughini e Diaco chiedere magari alla Rai, per Sanremo, un comico di destra (se esiste), che potesse bilanciare i lazzi e i frizzi sovversivi di Benigni. Ma non è colpa del comico di Vergaio se la satira, come la cultura, non è nel dna della destra, più capace di brillare nel commercio o nell'imprenditoria.

Mi ha detto una volta Ettore Scola: “Nei miei film sceglievo spesso quel comunista di Mastroianni. Ho fatto male? Forse per smentire l'accusa del monopolio della sinistra sul cinema avrei dovuto scegliere, al posto di Marcello, con tutto il rispetto, Lando Buzzanca?”.

L'idea della par condicio dei comici vagheggiata da Muggini (probabilmente non dimentico della predisposizione all'autolesionismo di Ferrara, ispiratore della fallita adunata pro Usa di Piazza del Popolo) è meno estrema di quella del direttore del Foglio e potrebbe, magari, trovare supporter in parlamentari come Vito o Schifani che, ogni sera opinano, dagli schermi tv, su qualunque argomento in nome di Berlusconi e sempre pronti a sostenere anche le posizioni più comiche.

Il problema però è di fondo: la satira, storicamente, sbeffeggia il potere e quindi è difficile che nasca un comico di valore nel mondo che difende i privilegi di pochi. Non a caso Dario Fo, Benigni, Troisi, Beppe Grillo, pur avendo un prestigio e una fama internazionale, hanno sempre infastidito i potenti della prima e della seconda repubblica.

Mughini, per esempio, ha definito il sarcastico messaggio alla nazione inviato da Grillo a Capodanno su Tele +, un “comizietto”. Può essere, ma le idee che nutrivano quel “comizietto” hanno convinto seicentomila italiani a gremire i palazzi dello sport per sentirlo. Seicentomila spettatori in teatri o in arene, equivalgono, più o meno, a cinque, sei milioni di voti. Se per gli scudieri di Berlusconi il mercato è sovrano, questi dovrebbero essere dati degni di riflessione. Sempre che l'Italia non stia ritornando ad essere un paese di squadristi.
 

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