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Chiedo la grazia per Silvia Baraldini Stampa E-mail
Latinoamerica n. 73, 4, set/dic 2000

Silvia Baraldini, con il ritratto di Alejandrina Torres, leader del movimento di liberazione portoricano e sua compagna di pena nelle carceri nordamericane per oltre diciotto anni, inizia la sua collaborazione a "Latinoamerica e tutti i Sud del mondo".

Silvia racconterà una realtà americana rimossa o almeno sempre più lontana dalla nostra conoscenza e dai mezzi di informazione europei, e cioè quella dei movimenti di liberazione ispanici, neri o di altre minoranze che ancora sopravvivono, spesso repressi, anche negli Stati Uniti democratici di Bill Clinton.

E' il Nord America delle minoranze che non riescono ad avere giustizia o che non sono ancora riuscite a entrare in pieno nella società degli Stati Uniti o a godere un po' di quel modello economico e sociale sbandierato come vincente e in teoria promesso a tutti. E' il Nord America dei boriquas (portoricani), dei chicanos (messicani), di tutti gli immigrati centroamericani o caraibici, ma anche quello degli afroamericani, che quarant'anni dopo le lotte degli anni '60 e il martirio di leader come Martin Luther King o di militanti come quelli trucidati dalla guardia nazionale nella prigione di Attica, continuano a inseguire molti diritti negati non dalla Costituzione, ma dalle spietate leggi dell'economia e della finanza speculativa. 
 

Silvia Baraldini rifarà questo percorso nel tempo, partendo dalla sua esperienza umana e politica che l'ha portata a pagare un prezzo altissimo per le sue idee, a patire anni di detenzione spesso in condizioni disumane e ad attendere che qualcuno, in nome dei tanto sventolati diritti civili, si accorga finalmente che lei sta scontando una pena sterminata (44 anni) per un reato di opinione o al massimo di associazione politica "sovversiva". Semmai queste scelte possano essere considerato un reato.

Per questo mi permetto di chiedere al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi dalle pagine di "Latinoamerica"la grazia per Silvia Baraldini. Come ha fatto Gianni Mura su "La Repubblica". Sorpreso solo che questo appello sia rivolto, per ora, solo da due giornalisti che vengono dallo sport, mentre il problema è ignorato non solo da molti colleghi che tutti i giorni si occupano di giustizia e di etica politica, ma anche da buona parte della sinistra che una volta avrebbe fatto di battaglie civili come quella riguardante la Baraldini, una bandiera dei suoi principi.

Perché per tutti coloro che sono sostenuti da una parvenza di etica o da un minimo di onestà intellettuale, non può non apparire paradossale che una donna impegnata un quarto di secolo fa negli Stati Uniti nel sostegno a un movimento afroamericano di radicale opposizione al sistema, ma che NON HA MAI PARTECIPATO A NESSUNA AZIONE SANGUINOSA O PRESO IN MANO UN'ARMA, debba scontare ancora, dopo vent'anni, un lungo periodo di prigione, in applicazione di una sentenza nordamericana che lede i diritti sanciti dalla Costituzione italiana per qualunque cittadino.

Un aborto giuridico, una enorme ingiustizia partorita da un accordo con gli Stati Uniti che il governo D'Alema ha firmato nel 1999 non avendo, in teoria, altra possibilità per far rispettare dall'amministrazione Clinton la convenzione di Strasburgo, un trattato che riconosce il diritto di un condannato in terra straniera, di poter scontare, dopo sette anni, la pena in una prigione del proprio paese.

Lo stato italiano, o almeno coloro che lo hanno amministrato negli ultimi due anni, pensano evidentemente che con l'iniziativa di D'Alema e del guardasigilli Diliberto, favorita sul momento dalle responsabilità dei militari degli Stati Uniti nella tragedia del Cermis, è stato fatto tutto quello che si poteva. E invece io credo, signor Presidente, che se la politica avesse una morale, dovrebbe rendersi conto che il ritorno a casa della Baraldini è stato solo il primo passo verso il ristabilimento di una situazione di diritto per quanto riguarda la vita di questa nostra connazionale.

C'è poi la latitanza di una informazione sommaria, superficiale, priva spesso di un minimo di tensione morale, o, nel migliore dei casi sciatta, che fa ripetere, per esempio, ai due più importanti quotidiani italiani, il "Corriere della Sera" e la "Repubblica", ogni volta che parlano della Baraldini, lo stesso errore. Nei sommari o nei "catenacci" che accompagnano i titoli, infatti, Silvia è sempre presentata come "la terrorista italiana coinvolta nell'assalto a una banca nel quale è stato ucciso un poliziotto". Bene, Silvia Baraldini è stata assolta da questa accusa già alcuni anni fa dalla giustizia degli Stati Uniti, anzi, per essere più precisi, l'indagine a suo carico riguardo a una presunta partecipazione a quell'episodio è stata archiviata. Perché la grande informazione italiana è così ignava, allora, di fronte alla mortificazione palese di una donna che ha commesso, per tutti questi anni, un solo vero peccato, quello di essere coerente con le sue scelte e i suoi ideali giovanili?

Questa sciatteria giornalistica permette, inoltre, a politici come l'onorevole Gasparri di Alleanza nazionale di iniziare spesso, provocatoriamente, i suoi interventi in Parlamento con il riferimento alla "terrorista Baraldini - secondo lui - riportata a casa con troppi onori dai comunisti". Perché nessuno dai banchi della sinistra si è mai alzato per chiedere esplicitamente all'onorevole Gasparri, prima di parlare, di andarsi a leggere il dossier che il ministero della Giustizia nordamericano ha inviato al Parlamento italiano, un dossier che è quindi a disposizione di chiunque volesse consultarlo con serietà?

Se lo facesse, anche l'onorevole Gasparri scoprirebbe che il caso Baraldini non è uguale al caso Mambro, anche se non discuto sull'esigenza dello Stato di chiudere, magari anche con generosità, alcune ferite di un recente passato. Nella storia della Mambro e di altri terroristi italiani di destra e di sinistra, le armi e le uccisioni sono state però, in un certo periodo, una realtà quotidiana. Non è stato così per Silvia Baraldini che, partendo dalle veglie contro il razzismo e dalle marce contro la guerra in Vietnam nei campus universitari, ha offerto la sua assistenza sociale e legale al movimento "19 maggio", ispirato alla data di nascita di Malcom X e O Chi Min e formato prevalentemente da militanti neri, affascinati dalla ribellione delle "Black Phanters".

Se L'onorevole Gasparri avesse la correttezza di leggersi il dossier del ministero della Giustizia nordamericano, scoprirebbe che i primi vent'anni di condanna Silvia Baraldini li ha avuti per le affermazioni di un teste prodotto dalla Fbi che ha sostenuto di averla vista, qualche ora prima della fuga di Assata Shakur da un carcere di massima sicurezza, alla guida di una delle automobili usate nell'azione. Assata Shakur era una leader del movimento "19 maggio" che ora vive esule all'Avana. La sua fuga fu il risultato dell'operazione fulminea di un commando e non ci fu alcun spargimento di sangue.

Purtroppo, però, a domanda precisa il testimone addotto dall'Fbi giurò che la donna che lui accusava, aveva gli occhi color marrone. Chiunque abbia avvicinato Silvia Baraldini, è rimasto colpito dall'azzurro cielo dei suoi occhi. Ma questo dettaglio non parve importante al giurì.

Sempre continuando a consultare gli atti del ministero della Giustizia degli Stati Uniti, l'onorevole Gasparri scoprirebbe poi che la seconda condanna a vent'anni della Baraldini è dovuta ad una arbitraria estensione della legge "Rico" creata per colpire i fiancheggiatori della mafia, ma in questo caso applicata per punire un reato politico, l'aiuto fornito al movimento "19 maggio".

Gli ultimi tre anni, infine, sono in teoria dovuti ad uno oltraggio alla corte. Un giurì americano ha considerato infatti un'offesa il rifuto di Silvia a fornire l'elenco dei militanti del movimento, insomma il rifiuto a collaborare con la Fbi.

Perché, signor Presidente Ciampi, dovrebbe continuare a rimanere in carcere senza usufruire dei benefici della legge Gozzini o di altre agevolazioni previste, una detenuta accusata di reati che nel nostro, come negli altri paesi europei, avrebbero previsto al massimo una condanna a due anni e quindi non avrebbero mai costretto l'imputata a conoscere il carcere?

In questo nostro paese, ormai ammalato di infantilismo politico, Silvia Baraldini, ormai ferita nella propria carne dalla lunga detenzione, sconta, probabilmente, anche il peccato di essere considerata un problema solo di chi (D'Alema o Diliberto) l'ha portata a casa e non, invece, un obbligo morale per chiunque faccia il parlamentare o il senatore nella nostra repubblica, e quindi anche per Maurizio Gasparri.

Non vorrei inoltre che quanti a sinistra si sono prodigati per lei, adesso non la considerassero un fastidio per le strategie elettorali ormai prossime.

Per questo, caro Presidente Ciampi, mi permetto da cittadino qualunque e a nome di tutto quel mondo che ha un'idea etica della giustizia, della società e della politica, di chiederLe di concedere la grazia a Silvia Baraldini, così come, recentemente, Bill Clinton ha fatto per Alejandrina Torres, leader del movimento di liberazione portoricano e per diciotto anni compagna di prigione di Silvia. Nelle pagine che seguono la Baraldini racconta la sua amica Alex con episodi e parole che ci fanno riflettere profondamente sul concetto di giustizia nel paese leader del mondo occidentale.

Non è più possibile far scontare queste contraddizioni a una donna di cinquant'anni che ha già pagato in modo spropositato il suo impegno politico.

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