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I comici al posto dei giornalisti Stampa E-mail
Il Manifesto, 3 Novembre 2005

La bravura dirompente di Roberto Benigni, che con Celentano a fianco ha regalato giovedì scorso quarantacinque minuti di televisione che sono già culto, hanno spazzato via tutte le possibilità della destra di poter distinguere sul diritto di satira e sul diritto di informazione. Quei quarantacinque minuti ci hanno ricordato che la battaglia sulla qualità della televisione non è persa e che un'altra televisione è possibile. Per questo erano patetici Landolfi, Vito o la Gardini lividi e stonati pochi minuti dopo la fine di Rockpolitik nel salotto di Vespa, e poi, nei giorni successivi, i vari Feltri, Baglioni, Pupo o Ignazio La Russa, per il quale Mentana a Matrix aveva addirittura messo in piedi un collegamento con Parigi per non perdersi il suo aulico pensiero e per farlo guerreggiare con Giovanna Meandri. Purtroppo perfino colleghi solitamente accorti come Pietro Calabrese, dall'estate scorsa direttore di Panorama, non hanno saputo sottrarsi a questo monumentale autogol che la presunta Casa delle libertà ha fatto nell'occasione mettendo in discussione la liceità di Celentano e compagni di esprimersi secondo la loro logica di artisti indiscutibili e di poterlo fare nella tv servizio pubblico. E non solo perché quando si sfiora il 50% di share con un comico che termina recitando Voltaire e Socrate, bisogna avere il pudore di capire che, come dicono a Napoli, “nun è cosa”.

La televisione, malgrado i suoi cinquant'anni, è ancora una novità nella vita delle persone, e tentare di distinguere, come faceva Bruno Vespa, fra quelli che possono gestire l'informazione, come lui, Anna La Rosa o Masotti, e quelli che devono solo fare spettacolo o satira senza ispirarsi alle contraddizioni del mondo che li circonda, come Cementano e Benigni, è quasi grottesco.

La televisione è un mezzo a parte che fonde molti generi e solo chi ha tentazioni di controllo e di censura pone delle divisioni fra i linguaggi. Se far parte dell'informazione autorizzata induce a dire in un telegiornale di trentacinque anni fa, che l'anarchico Pinelli ha aperto la finestra dell'ufficio del commissario Calabresi e dopo aver pronunciato la frase “E' morta l'anarchia!” si è gettato nel vuoto, approfittando di un momento di disattenzione dei funzionari di polizia che lo interrogavano, non ci si può dolere che, poi anni dopo, l'informazione politica la facciano quelli che ufficialmente si dichiarano comici.

Tra l'altro è abbastanza singolare che molti di questi indignati critici dei contenuti di Rockpolitik (è successo a Matrix nel salotto di Mentana) non si siano accorti che uno degli epurati dal sistema politico italiano come Beppe Grillo, dopo la sua uscita nel ‘93 a Fantastico sui socialisti ladri, sia diventato nel frattempo, mantenendo il suo feroce stile satirico, il più lucido informatore degli italiani su tutti i “bidoni”, i “pacchi”, le contraddizioni, i soprusi, espressi giorno dopo giorno dalla nostra società politica, proprio quella mai assente dagli studi televisivi. Ne hanno parlato come di un desaparecido , dimenticando che da anni Grillo, invece, facendo le bucce ai protagonisti di questo surreale mondo, aiutando la gente a collegare gli eventi, le persone, le dichiarazioni, facendo insomma un lavoro di ricerca che la grande informazione e la presunta tv di approfondimento non fa più, raccoglie ogni sera per lunghi mesi nei palasport italiani una folla enorme di cittadini che, alla fine della sua tournee supera le 5-600mila persone.

Gli spettatori escono dicendo “Pensa un po', quei due fatti non li avrei mai collegati”, oppure “Mi ero dimenticato che quel politico allora aveva fatto una dichiarazione opposta a quello che sostiene adesso”. E questo comunicatore, capace di risvegliare la memoria sociale e politica dei cittadini, come non sanno fare più i leader dei partiti, non può più fare la televisione perché, come afferma Vespa, c'è chi si deve occupare dell'informazione e chi dello spettacolo e della satira. Ha mai letto Vespa la rubrica fisa che Grillo pubblica su Internazionale ? È forse il tipo di linguaggio che usano a cancellare il diritto di Grillo e Benigni a informare? O perché sono comici? C'è chi potrebbe sostenere che, se questo è il problema, spesso molto più comici dei comici sono i politici e i giornalisti che vanno in televisione a discettare di realtà che spesso non conoscono.

Non è Grillo che mediaticamente è morto, sono questi politici e opinionisti che sono defunti e non si indignano perché a un artista così, capace perfino di creare un blog che ha il record italiano di accessi, sia vietata la presenza in televisione. Ai Landolfi e ai La Russa bisognerà poi un giorno dire che non è la Rai in mano alla sinistra che epura la satira di destra. Non c'è in giro uno, seguace delle idee di Bondi, Cicchitto, Calderoli o Gasparri, capace di riempire i palasport italiani come fa il comico genovese. Bisogna che la Cdl se ne faccia una ragione: chi è creativo non vota come loro e non solo perché Berlusconi con i suoi tagli ha praticamente cancellato lo spettacolo e la cultura in Italia, ma perché la cultura, come la satira, al contrario dell'economia, non è una frequentazione familiare per chi ha idee di destra.

Ora purtroppo in Italia, salvo casi rari come quelli di Giorgio Bocca, Enzo Biagi o Rossana Rossanda e di pochi altri eredi di questi maestri, sono i giornalisti spesso a non fare più il proprio mestiere, che significa avere coraggio o perdere molto tempo per trovare le fonti e verificare quello che si scrive, ed avere la forza di rinunciare al proprio successo e tante volte al proprio posto di lavoro, pur di non cedere a chi non reputa opportuno pubblicare le verità sgradevoli o non adeguarsi all'aria che tira, quasi sempre dettata dall'opportunismo.

Ho una storia personale, nella tv di stato, che è stata segnata da questi problemi e forse, in congiunture come questa, vale la pena un giorno o l'altro di raccontarla con nomi e cognomi, anche se è sempre difficoltoso parlare di se stessi.
 

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