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Il rinascimento di un genere Stampa E-mail
"Vivaverdi" , gennaio-aprile 2004


Il favore che ho riscontrato nel corso degli ultimi mesi verso il mio film-documentario In viaggio con Che Guevara (dove Alberto Granado, il vecchio compagno di Ernesto Guevara nell'avventura giovanile del 1952 attraverso l'America Latina, ripercorre i luoghi di quell'esperienza con il Che , che cambiò la vita di entrambi), mi suggerisce una riflessione sui motivi del ritorno come genere del documentario nella narrazione del mondo moderno.

E non sono spinto a questa analisi dalla vittoria della mia opera al Festival di Montreal o ai Nastri d'argento, ma dalla constatazione che sono ormai numerosi i titoli di documentari che hanno sloggiato, prima di tutto negli Stati Uniti, dalle sale cinematografiche per molte settimane i film di finzione con attori, spesso famosi.

Insomma tutti noi che raccontiamo il mondo o raccogliamo memorie per immagini dobbiamo essere grati a Michael Moore e ai suoi dirompenti Bowling a Coulumbine (vincitore dell'Oscar) o Farenheit 9/11 , ma la tendenza a riscoprire questo genere di “narrazione povera”, che ha formato tanti cineasti, ha dilagato ormai fino ad affermare opere che lo stesso Michael Moore suggeriva in un articolo dell'estate scorsa degne di esser viste, come Supersize me , Control room , The corporation , Orwell rolls over in his grave , Bush's brain , Yes man e i lavori di Robert Greenwald.

Certo, anche in questo caso, per logiche commerciali, sono finite nelle prime pagine dei giornali e hanno stuzzicato la voglia di sfida dei distributori, più opere nordamericane che di altri continenti, come quello latinoamericano. Eppure da sempre i realizzatori di questi paesi a sud del mondo sono la radice fertile del documentario, con autori geniali, vecchi e nuovi, dal cubano Santiago Alvarez, scomparso pochi anni fa, al cileno Patricio Guzman, che da La battaglia del Chile , opera del '78, fino ai più recenti Il caso Pinochet e Salvador Allende , ha fornito vere e proprie lezioni di come si racconta la storia con onestà, dominio del mezzo tecnico ed brillantezza artistica e tecnica.

Da 25 anni, al Festival del Nuovo Cinema Latinoamericano dell'Avana, potevi scegliere tre o quattro documentari, fra gli oltre 40 ogni volta presentati (e quasi sempre colpevolmente ignorati in Italia), che ti facevano capire la realtà, la fatica, insomma la realtà del sud del mondo, o le prepotenze imposte dal mondo dell'economia neoliberista. Mi azzardo a dire che poche opere cinematografiche e pochi libri riuscivano ad avere l'incisività di quei brandelli di vita impressi in quelle opere. Era il segno di una rivolta in atto da anni delle avanguardie intellettuali del continente contro l'informazione corrotta, assurda, grottesca, imperante in quelle terre dal Messico alla Terra del Fuoco. Quelle immagini (che nel nostro paese potevi vedere qualche volta solo al Festival del Cinema latinoamericano di Trieste) erano così efficaci che spesso quando ne parlavi in Europa c'era chi le accusava di retorica. Ma non era solo il pregiudizio a suggerire quei banali commenti, era la diseducazione che il pubblico, in teoria il più evoluto del globo, aveva sulla realtà della vita concessa alla maggior parte dell'umanità.

Ora nella breccia aperta da Michael Moore si sono infilati quegli autori di frontiera e tutta una serie di filmakers del nord del mondo che non sopportano più la farsa e la menzogna rappresentata dai notiziari, dalle inchieste e dai talk show di presunto approfondimento, delle televisioni di quella parte del pianeta che si dichiara morale ma non accetta di discutere sul suo esagerato livello di vita, sulla sua democrazia e quindi sul suo grado di civiltà.

L'affermazione di questi documentari nelle sale, nei circuiti dvd o nelle offerte dei giornali e dei magazine, è la prova del disagio ormai palese dello spettatore di fronte all'informazione negata, elusa, a volte grottesca, di quasi tutte le televisioni del pianeta e di moltissimi quotidiani e rotocalchi che si autodefiniscono illuminati, bipartisan e al di sopra della mischia. Il pubblico evidentemente crede molto meno in questi “imbonitori”, in questi mezzi di comunicazione comprati o creati da impresari non innamorati dell'editoria, ma dell'uso che ne potevano fare per proteggere i propri affari. Mezzi di comunicazione, quindi, poco propensi a un'analisi basata sull'onestà intellettuale.

Così il pubblico, appena si è presentata l'occasione, è andato a cercare nel vecchio linguaggio del documentario, a volte crudo, brutale, scomposto, ma chiaro, esplicito (o negli incontri in piazza con intellettuali prestigiosi di tutto il mondo, ma ignorati dalle trasmissioni tv), una chiave per capire una realtà sempre più vischiosa, complessa, che le due paginette di “esteri” dei giornali o i quattro cinque minuti di telegiornale, riservati ogni sera al racconto dei drammi di almeno tre paesi del pianeta, lontani fra loro anni luce, non sono più capaci di spiegare e chiarire in modo decente.

E' un fenomeno singolare e nuovo, che spiazza tutti i luoghi comuni e frantuma le certezze di quei dieci o dodici padroni dell'informazione e della comunicazione del pianeta, ormai convinti di avere sotto controllo il cosiddetto mercato e quindi il cervello del pubblico.

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