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Le dolorose ipocrisie della guerra Stampa E-mail
"Il Manifesto", 14 novembre 2003

Quello che più sconcerta nel dolore di questa carneficina di italiani a Nassiriya, troppi dei quali ragazzi, non è solo l'atto feroce e disperato degli attentatori, ma anche l'ipocrisia e la retorica d'accatto della maggior parte dei nostri politici, molti dei quali presunti progressisti.

Siamo andati a immolare in Iraq la vita di alcuni fra i migliori cittadini del nostro paese in una guerra dove nessuno, salvo George W. Bush, ci aveva invitato e che solo l'attuale presidente degli Stati Uniti e i signori della guerra, dell'energia e del petrolio che lo hanno eletto (anche con qualche frode in Florida) avevano interesse a dichiarare.

Perché la guerra in Iraq (che la maggior parte del mondo non voleva) non è mai finita, anche se ci siamo illusi che lo fosse. La crudele sequenza di attentati a partire dal 19 agosto all'ambasciata giordana e poi all'hotel Canall, dove stavano i funzionari dell'Onu, all'hotel Bagdad, dove albergavano quelli della Cia fino alla sede della Croce Rossa sono la prova indiscutibile di questa realtà.

E' scandaloso quindi che in questa circostanza dolorosa per noi come nazione, molti, non solo il presidente del Consiglio Berlusconi e il ministro degli Esteri Martino, abbiano dimenticato di ricordare che 18 nostri connazionali sono stati assassinati mercoledì a Nassiriya perché siamo stati e continuiamo ad essere conniventi di un conflitto senza giustificazione. Un conflitto sostenuto con menzogne dall'amministrazione Bush e ribadite da Tony Blair in Inghlterra. Strategie così inquietanti da causare il misterioso suicidio di uno scienziato che aveva smascherato l'azzardata macchinazione del governo di Londra per convincere l'opinione pubblica della giustezza della guerra.

E' vero, gli italiani erano a Nassiriya per far ripartire la vita di una nazione ma, purtroppo, le circostanze hanno fatto in modo che fosseero considerati dalle frange più esasperate del paese come complici degli occupanti, gli Stati Uniti. Una potenza che ha scatenato l'inferno solo per portar via o controllare la vera ricchezza dell'Iraq, il petrolio.

I nostri connazionali assassinati a Nassiriya sono stati quindi due volte vittime: della follia terroristica e del cinismo della politica dei paesi forti.

E' vero che l'inferno della guerra ha bruciato finalmente la dittatura di Saddam Hussein, ma è palese che se gli Stati Uniti dovessero far guerra a tutti i “mostri” che hanno creato per i loro interessi politici ed economici, sarebbero in conflitto continuo con decine e decine di paesi, a cominciare dall'Indonesia per finire al Guatemala.

Nella terra dei Maya, solo recentemente il governo di Washington ha scaricato, per esempio, il genocida generale Efrem Rios Montt che impunemente concorreva per la presidenza del paese e ha scelto il meno compromettente candidato dell'estrema destra neoliberista Oscar Berger che ora si giocherà al ballottaggio con Alvaro Colon (leader di una aggregazione anch'essa conservatrice) il governo del paese.

E non è l'unico esempio di contraddizione della politica estera degli Stati Uniti. Meno di un mese fa, in Bolivia, la resistenza di un grande movimento indigeno di base, dopo aver bloccato la privatizzazione dell'acqua si è opposto alla svendita a una multinazionale nordamericana del gas, ultima ricchzza di un paese depredato. Quel movimento ha costretto alla fuga a Miami il presidente Sanchez De Losada che aveva represso le manifestazioni di piazza facendo sparare sulla folla e causando più di cento morti e quattrocento feriti. Sanchez De Losada, però, faceva gli interessi dell'economia Usa e i più importanti giornali italiani hanno sorvolato sul suo tramonto inglorioso e vile.

Qual è allora, la morale che nutre il giudizio di molti dei nostri politici, di buona parte dei media e giustifica le decisioni del nostro governo?

Ieri mattina ho sentito affermare da alcuni opinionisti, nei telegiornali della tv pubblica e di quella commerciale, che l'Italia ora è un paese più maturo perché ha provato su se stessa la guerra.

No, all'insensato collega sostenitore di queste tesi, dico che il paese è stato ed è maturo, dopo la tragedia del secondo conflitto mondiale, proprio perché rifiuta per principio la guerra e lo ha scritto anche nella Costituzione, nata in una stagione in cui si voleva ricostruire e non ancora dividere.

Le guerre di occupazione (perché purtroppo questa è la natura del conflitto in Iraq, malgrado il sentimento e le intenzioni dei nostri ragazzi che sono là) durano molto, più di ogni previsione. Ed è indecente che, dopo aver costruito scientemente questa tragedia, gli Stati Uniti chiedano all'Onu o a nazioni come la nostra, di tirarli fuori dalla palude dove si sono impantanati, senza nemmeno avere la disponibilità a cedere il comando delle operazioni a una istituzione o a un governo neutrale.

Piangere i nostri ragazzi, senza farci propositori decisi di questa esigenza, senza capire che non si può imporre un governo di comodo a una popolazione martoriata non solo da una dittatura ma da tanti anni di embargo e da una attualità senza speranza, è immorale e inutile.

Il fatto che la resistenza diventi crudele in una regione, quella dov'è Nassiriya, a forte presenza sciita, la minoranza perseguitata per anni da Saddam, dovrebbe spiegare il sentimento che sta crescendo nella popolazione irachena e convincerci che, nella situazione attuale, non abbiamo nessuna possibilità di portare la pace e non abbiamo il diritto di sacrificare la vita di altri nostri generosi connazionali.
 

 

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