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Le guerre nascoste dell'informazione Stampa E-mail
"Il Manifesto ", 02/10/02


L'esercizio della verità, nel momento che stiamo vivendo, è certamente il più disagevole per molti giornalisti intellettuali, politici, carenti di memoria.

La preoccupante piega che sta prendendo, per esempio, la politica interna ed estera degli Stati Uniti, ha trovato in questi giorni parole chiare e esplicite solo nel fondo di Luigi Pintor uscito la settimana scorsa sul Manifesto. Un fondo che qualche ipocrita stava sicuramente per definire “antiamericano” se, proprio il giorno dopo, George W. Bush non avesse reso noto le 33 inquietanti pagine del “National security strategy of the United States”, cioè la insensata logica della guerra preventiva.

Per avere una informazione corretta di quello che sta succedendo in un mondo dove le nazioni che si autodefiniscono civili e democratiche violano ormai troppo spesso i diritti dei popoli più deboli e dell'umanità più fragile, bisogna leggere i grandi vecchi, quelli come Luigi Pintor, Giorgio Bocca, Enzo Biagi o gli interventi di donne intrepide come Rossana Rossanda per essere sicuri che l'etica non sia definitivamente tramontata nel mondo della comunicazione.


La scusa di chi sminuisce o fa finta di dimenticare fatti inoppugnabili, è che bisogna essere “politicamente corretti”. Come se mentire sulla realtà, o eludere, ignorare, nascondere accadimenti fosse un esercizio morale, giusto e accettabile.


E la guerra preventiva, decisa senza l'autorizzazione di nessuno, oltre “a stabilire un precedente imbarazzante”, come ha segnalato l'ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, è sicuramente una realtà che può essere spiegata con le sordide esigenze della grande industria delle armi, dell'energia e del petrolio, non con motivazioni strategiche come, con molta poca dignità, sostengono tanti opinionisti, perfino provenienti da quella che fu l'intelligenza di sinistra.


Proprio recentemente Galli della Loggia si dispiaceva, per esempio, sul Corriere della Sera, del senso di rimorso molto cattolico, che buona parte dell'opinione pubblica italiana sente nei confronti delle popolazioni povere, mentre, secondo lui, dei guasti e dei disastri di questi paesi (la maggior parte del pianeta), sarebbero responsabili solo i loro governanti, megalomani e corrotti. Corrotti da chi, professore? Avrebbe qualche indicazione da darci? Perché Galli della Loggia, nella sua requisitoria, si è dimenticato di chiarirci perché, ad esempio, le ricchezze minerarie del Congo non sono in mano dei cittadini di quel paese, ma sono proprietà della Compagnia generale delle miniere belga che, per quasi quarant'anni, dopo l'assassinio di Lumumba (voluto dalle grandi nazioni coloniali), ha imposto a Kinshasha, un dittatore come Mobutu Sese Seku. E il professore si è dimenticato di spiegarci anche perché, per esempio, in Sierra Leone è in corso da tempo una guerra dimenticata per il possesso dei diamanti. Un conflitto feroce combattuto da fazioni che utilizzano anche i bambini come soldati e che sono al soldo di alcune delle indiscutibili nazioni democratiche dell'Europa. Questi stati, che sono ufficialmente alleati tra loro non possono farsi la guerra in prima persona perché “sarebbe sconveniente”. E allora, in vece loro combattono poveri adolescenti che imbracciano, spesso maldestramente, le armi più moderne in circolazione. La fazione che vincerà questo conflitto porterà in dote alla nazione “democratica” che l'ha sovvenzionata i diamanti della Sierra Leone.


Galli della Loggia per rafforzare la sua teoria sulle colpe dei poveri, comunque responsabili dei propri disastri (anche di quelli imposti dagli speculatori della finanza moderna) faceva l'esempio di Saddam Hussein che, per pura smania di potere, ha fatto guerra per dieci anni all'Iran, dilapidando la ricchezza che il petrolio regala all'Iraq. Per una disdicevole dimenticanza però l'opinionista del Corriere della Sera non ha segnalato che quella guerra fra fratelli la vollero e la sostennero, per motivi strategici legati al mercato dei gas e del greggio proprio gli Stati Uniti (Bush senior era il capo della Cia) che crearono e armarono Saddam insieme ad alcune civili nazioni europee. Fra queste l'Italia che costruì per il rais, alla Oto Melara di La Spezia, il super cannone e per “oliare” l'affare utilizzò sconsideratamente la sede di Atlanta della Banca Nazionale del lavoro.


Qual è l'idea di verità che hanno questi intellettuali?


In questi giorni, per esempio, i maggiori giornali italiani hanno scandalosamente ignorato il tiro a segno contro la casa, a La Plata (Argentina) di Estella Carlotto, presidentessa delle nonne di Piazza di maggio. Un avvertimento macabro, con pallottole dello stesso calibro di quelle presumibilmente usate per uccidere, venticinque anni fa la figlia Laura, allora incinta, i cui resti sono stati ritrovati dopo anni di “desaparecion”.


La colpa di Estella Carlotto? Aver denunciato, proprio alla vigilia dell'attentato, la violenza della polizia argentina che il fotografo Diego Levy ha documentato in un saggio che ho pubblicato nel numero 78 della rivista Latinoamerica e tutti i Sud del mondo. Il messaggio, specie in questo momento di disgregazione dell'Argentina è chiaro, mafioso e rivelatore, come ha spiegato Estella Carlotto che il clima di impunità e di incubo già tristemente vissuto nella recente storia argentina sta per tornare favorito proprio dalle presunte misure “antiterrorismo” volute dagli Stati Uniti in America Latina. Purtroppo questa deriva in atto in una nazione come l'Argentina, che era l'allieva più ubbidiente delle ricette neoliberali del Fondo Monetario e della Banca Mondiale, è sfuggita all'attenzione dei più importanti mezzi d'informazione italiani.


Paolo Mieli, nella prestigiosa rubrica delle lettere del Corriere della Sera, rispondendo ad un lettore che lo invitava a parlare dei gulag dei paesi comunisti alcuni dei quali sarebbero ancora in funzione, ha dimenticato questa realtà consueta anche nella “macelleria” Colombia del presidente Uribe, sodale di George W. Bush, oltre che dei narcotrafficanti e degli squadroni della morte, e normale anche nel Messico del presidente Fox, dove più di duecento persone sono “desaparecide” negli ultimi anni nei commissariati di polizia. Mieli non ha accennato nemmeno alla Birmania che di gulag se ne intende o all'Indonesia dei feroci militari, alleati del governo di Washington, che, in un recente passato, hanno fatto fuori cinquecentomila “comunisti”, e messa a ferro e fuoco, fino a ieri, Timor est. In compenso ha indicato il Vietnam e perfino Cuba, incurante del fatto che, per quanto riguarda l'isola di Castro, nonostante le sue contraddizioni, qualunque rapporto annuale di Amnesty International o di altro organismo umanitario smentirebbe la sua affermazione. L'unico gulag in questo momento in funzione a Cuba è infatti quello, a cielo aperto, creato a Guantanamo dal governo degli Stati Uniti per rinchiuderci, in condizioni penose, i prigionieri talebani.


Se ne dimenticano anche molte belle anime riformiste del contraddittorio mondo della sinistra italiana, giustamente attenti ai dissidenti cubani (sia quelli veri, che quelli falsi fabbricati dalla Fondazione cubana americana di Miami), ma colpevolmente disinteressati invece a conoscere la reale situazione dei diritti della gente in molte presunte democrazie latinoamericane, africane o asiatiche dove, al contrario di Cuba, non c'è nessun rispetto per la dignità dell'uomo. A molte di queste nazioni convenienti per i nostri commerci viene quasi sempre perdonato tutto, come all'Argentina dell'epoca dei desaparecidos. Ed è triste notare come anche questi famosi riformisti, siano incapaci di proporre qualunque iniziativa che vincoli la possibilità di instaurare rapporti economici con questi governanti all'impegno di instaurare nei loro paesi una credibile realtà sociale, civile e democratica.


Il problema di fondo è che tutte le efferatezze commesse nel nome del capitalismo sono considerate deprecabili “effetti collaterali”, come le bombe che in Iraq o in Afghanistan colpivano i civili innocenti, ma purtroppo accadimenti ineluttabili. Così il fatto che l'amministrazione di George W. Bush stia praticamente ricattando il governo del Costa Rica per istituire in quel paese una super scuola di polizia che controlli il disagio crescente delle masse povere del continente, magari con i metodi deprecabili usati dai militari latinoamericani formati a Fort Benning o ne la “Escuela de las americas”, non interessa più né all'informazione di quella che fu la borghesia illuminata, né alla politica rinunciataria di parte di quella che fu la sinistra italiana.


Anzi crea fastidio come l'appello del grande poeta argentino Juan Gelman che, dopo aver ritrovato la nipote partorita dalla nuora desaparecida e data in adozione dagli aguzzini della dittatura alla famiglia di una poliziotto di Montevideo, ora insiste con un appello via internet perché l'opinione pubblica internazionale costringa il presidente uruguaiano Battle a impegnarsi a ritrovare i resti della nuora in una delle tante fosse comuni sorte in America latina negli anni '70. Le fosse comuni come gli squadroni della morte o il terrorismo di stato, erano gli “effetti collaterali” dell' Operazione Condor, una delle più spietate campagne di repressione contro qualunque opposizione, messa in atto dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, e voluta in America Latina dal presidente nordamericano Richard Nixon.


All'Operazione Condor si deve fra l'altro il genocidio, negli anni ‘80 delle popolazione Maya in Guatemala, l'ultimo sfregio del secolo dopo quello nazista. I dati che il rapporto dell'Onu “In memoria del silenzio” ha documentato, solo tre anni fa, sono agghiaccianti: duecentomila morti, trentamila desaparecidos, seicentoventisette massacri accertati, quattrocento villaggi scomparsi dalla carta geografica, quasi tremila fosse comuni. Il rapporto documentò anche la complicità del governo di Washington nel genocidio tanto che Bill Clinton volò a Città del Guatemala per chiedere scusa agli eredi dei Maya.


Ho ricordato questa vergogna del mondo che si crede civile tante volte e anche in una lettera a Mieli che mi aveva chiamato in causa nella sua rubrica. Purtroppo di questo terrorismo di stato tanto recente e secondo gli esperti incombente nella società che viviamo, quella della “guerra continua”, pochi si vogliono ricordare forse perché più inquietante di qualunque efferatezza del comunismo.


L'esercizio della verità, il rispetto della memoria, la forza inconfutabile di certe realtà non sono convenienti e quindi vanno elusi. Con buona pace di quella che era l'etica dell'informazione

 

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