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Quanta politica nei western Stampa E-mail
"Il Mattino", 1° agosto 2002

Ho accettato di fare il direttore artistico del Premio Sergio Leone a Torella dei Lombardi perché, da antico appassionato del cinema, mi ha intrigato il fatto che la Campania, assieme a Torino, stia diventando il laboratorio del nuovo cinema italiano che non s'arrende alla colonizzazione spesso sciocca della tv. Poi, Sergio Leone è stato per me un amico generoso. Devo a lui e a Federico Fellini, infatti, uno dei momenti più significativi di televisione nella mia quarantennale carriera: la diretta da Cinecittà per Blitz , nel gennaio dell'83, dove spiegammo ai telespettatori come si faceva il grande cinema


Fellini era con Giulietta Masina sul set di E la nave va , Sergio era allo Studio 8, a dirigere in diretta Robert De Niro per il finale di C'era una volta in America . De Niro con il suo regista venne poi a spiegare in diretta al mio microfono, perché aveva recitato quella scena in un certo modo. Quella televisione, nello stesso tempo divulgativa e spettacolare, purtroppo non si fa più. Ma m'è rimasta nel cuore. Per questo, ideando il programma della X edizione del Premio che la Regione Campania, la Provincia di Avellino e il Comune di Torella dei Lombardi, assieme alla Fondazione dedicata a Sergio, hanno deciso di affidarmi, ho voluto innanzitutto valorizzare alcuni aspetti della passione di Leone per la settima Musa. Un sentimento caratterizzato dall'aiuto a colleghi o a giovani autori come Carlo Verdone (che si sottoporrà sabato ad una intervista pubblica nella piazza intitolata al suo maestro) o addirittura mosso dal piacere di indicare una nuova via a tutti coloro che si volevano cimentare in un classico del cinema: il film western.

I giovani autori italiani, che da domenica scorsa vedono proiettare le loro opere in questa nostra rassegna, sperando in una distribuzione che probabilmente sarà curata dall'Istituto Luce, respirano di sicuro l'area ricca di tenacia che accompagnò le invenzioni e le provocazioni di Leone.

Così, mi è sembrato in linea con questo atteggiamento l'invitare a Torella Ignacio Ramonet, il prestigioso direttore di Le Monde diplomatique , che, in un saggio molto acuto, ricordando il tempo in cui scriveva di cinema, ha scoperto la vena politica e civile del western. Gli appassionati cultori del movimento no-global, forse, domani sera, si muoveranno da Napoli e persino da Roma, per sentire uno dei guru del pensiero che critica il mondo neoliberale. Ma Ramonet, a Torella dei Lombardi, con i registi Damiano Damiani, Renzo Castellari, nel suo intervento, partirà da lontano: dai significati politici di bellissimi e spettacolari film come Quien sabe? di Damiani (proiettato prima del nostro dibattito), dove attori del valore di Gian Maria Volonté e Lou Castel regalavano volto e voce a personaggi chiaramente figli delle battaglie civili che molti autori del nostro cinema del tempo sentivano profondamente.

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