Facce piene di pugni, storie non solo di ring

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"Facce piene di pugni. Storie non solo di ring"
  • “Facce piene di pugni, storie non solo di ring” raccoglie le interviste eseguite da Gianni Minà ai pugili nell’America degli anni ’70, quando la boxe era già diventata uno sport mediatico, grazie all’avvento della televisione. Minà, per il Tg2 della Rai seguiva, dall'inizio, l'avventura umana e sportiva non solo del "mito americano con la faccia nera", Cassius Clay-Muhammad Ali, ma anche gli eroi che hanno dato vita, tra i tanti raccontati, al pugilato.
    Il libro ha tre prefazioni che ne determinano lo stile: di Minà che spiega, attraverso le sue interviste, gli articoli e le storie di tutti i protagonisti, come la boxe è stato uno dei pochi sport a facilitare il racconto degli Stati Uniti di quegli anni che furono un periodo di transizione e proseguimento della lotta per i diritti civili; di Loredana Macchietti Minà che ha revisionato tutti i dati degli incontri raccontati dal giornalista e ha arricchito il volume di note e ricordi dei grandi giornalisti sportivi, di allenatori e dei manager di pugilato di quel periodo storico; di Isabella Rossellini, che racconta del suo esordio professionale a diciotto anni proprio con il giornalista Gianni Minà, quando lo ha seguito ne “La storia della boxe” per Rai Corporation.

"Facce piene di pugni. Storie non solo di ring"

Documento  tratto dal progetto di Gianni Minà presentato in Rai per il rifacimento e completamento de “La storia della boxe” che non ha mai avuto seguito.

All’interno del progetto televisivo era inserito anche il documentario di Gianni Minà “Muhammad Ali, una storia americana” per il quale vinse il Premio Saint Vincent al trentacinquesimo Concorso Internazionale di cinematografia sportiva.

“Nella seconda metà degli anni ’70, per la Rai 2 (struttura allora diretta da Giovanni Leto), ho ricostruito negli Stati Uniti e in altre parti del mondo, l’epopea della grande boxe, uno sport che, spesso, è stato una delle immagini più significative della società moderna.

Minà e Muhammad Ali insieme per un reportage su Ali
Minà e Muhammad Ali insieme per un reportage su Ali

Il progetto, inizialmente programmato in nove puntate e poi portato a quattordici, fu sospeso da Pio De Berti Gambini, allora direttore di Rai 2, quando mancavano ancora otto puntate che avrebbero avuto come protagonisti, fra gli altri, Cassius Clay, Benvenuti, Joe Frazier, Monzon, Sugar Ray Leonard e che avrebbero completato una ricostruzione completa per epoche, categorie di peso, cronaca del tempo, costume, di una storia di campioni cominciata alla fine dell’800.

L’opera fu possibile grazie ad un accordo con la Big Fight Corporation del Signor Bill Cayton che ha raccolto, per passione, la più grande cineteca storica del pugilato

e che, per miopia della Rai di allora (che voleva risparmiare su un pagamento), si è assicurato, per il mercato nordamericano, anche il materiale che io avevo girato in vent’anni di viaggi negli Stati Uniti. Si tratta di interviste esclusive che, nella lunga stagione in cui seguivo il mito di Muhammad Alì, ho effettuato con quasi tutti i campioni più rappresentativi della boxe del secolo, ancora vivi a quel tempo,  e che incontravo nei campi di allenamento di Alì, di Frazier, di Foreman, ecc..

"Il mio Alì"
  • Questo libro raccoglie gli articoli scritti da Gianni Minà su Cassius Clay-Muhammad Alì dal 5 marzo 1971 ad oggi. Minà, per il Tg2 della Rai, seguiva, dall’inizio degli anni ’70, l’avvenutra umana e sportiva del “mito americano con la faccia nera”, il più prestigioso pugile del secolo appena trascorso.

    Una sorta di diario accompagnato dagli articoli dettati “a braccio” nella notte, da Los Angeles o da Las Vegas, da Kinshasa o da Manila, al “Corriere dello Sport” o e poi anche a “La Repubblica” e altri giornali. Queste cronache delle sfide pugilistiche di “The Greates” con Frazier, Norton e Foreman caratterizzavano gli Stati Uniti di quegli anni, quelli del riscatto degli afroamericani, di Malcom X, di Martin Luther King, delle conquiste de “l’altra America”, l’America che lottava per l’affermazione dei “diritti civili”. Cassius Clay, che per abbracciare la fede musulmana aveva cambiato il suo nome in Muhammad Alì, non solo fu al centro di questi eventi sportivi e sociali, ma ne fu in molti momenti uno dei protagonisti. Da allora, fino a tempi più recenti quando, nel 1991, si impegnò perfino per la librazione di alcuni cittadini nordamericani sequestrati in Iraq da Saddam Hussein. L’idea di questo viaggio, nei ricordi di quell’epoca professionale di Minà, è nata quasi casualmente dalla curiosità di sua moglie Loredana che, mettendo in ordine alcuni passaggi dello sterminato archivio cartaceo del giornalista, si è imbattuta in alcune cronache delle imprese del campione di Louisville e ne ha scoperto il fascino, segnalandolo acutamente nella postfazione. Per capire il fenomeno è sufficiente considerare che, dopo il suo rifiuto, negli anni ’60, di andare a fare la guerra in Vietnam, è stata cambiata negli Stati Uniti la legge sull’obiezione di coscienza.

    Minà ha sempre avuto un’attenzione particolare per i campioni complessi come Maradona, Mennea, Tommy Smith, Lee Evans, Baggio e Tomba. La sensibilità sulla vicenda di Cassius Clay, anche ora che il campione è afflitto dal morbo di Parkinson, ne è la prova e conferma la singolarità del libro che, non a caso, è introdotto da un prologo di Mina, artista somma, ma anche indiscutibile esperta di boxe.

     

"Il mio Alì"

Così fu possibile proporre, nelle varie puntate, le immagini dei match dei primi trent’anni del secolo commentate, oltre che da giornalisti e testimoni dell’epoca, anche, in prima persona, da campioni leggendari come Kid Berg, Kid Chocolate o Jack Dempsey quando i filmati li chiamavano in causa sottolineando le loro imprese.

L’epopea di Carnera, per esempio, fu ricostruita dal rivale che gli cedette il titolo mondiale dei massimi, Jack Sharkey o l’epoca d’oro della “noble art” (gli anni ’30 e’40),

da alcuni eroi che caratterizzarono quella stagione, come Henry Armstrong (campione del mondo di tre categorie, prima di diventare pastore protestante) o Joe Louis, in vecchiaia costretto a portare in giro il suo mito stringendo la mano ai clienti e ai giocatori d’azzardo delle sale dell’Hotel Caesar’s Palace di Las Vegas.

E poi, via via, Rocky Graziano (che ha ispirato il film “Lassù qualcuno mi ama” con Paul Newman), Jack La Motta (interpretato da Robert De Niro nel memorabile “Toro scatenato”),

Ray Sugar Robinson, il più grande di tutti, il pugile ballerino che a Torino, nel ’51, fu ingaggiato addirittura dall’avv. Gianni Agnelli, per un match contro Cyrille Delannoit, fino al recente passato, segnato da gente come Cassius Clay, Frazier, Foreman, Griffith, Benvenuti, Monzon, Leonard, Roberto Duran, o più recentemente Julio Caesar Chavez o Tyson.

Ali, Stevenson, Minà, Guevara, Shakur
Ali, Stevenson, Minà, Guevara, Shakur

Tutti questi eroi, come  il leggendario Jack Johnson nella puntata di inizio, raccontano la loro vita e la loro epoca in prima persona, in una ricostruzione emozionante, scandita dalle immagini non solo dei grandi match, ma anche degli allenamenti, della vita pubblica, degli eventi politici o di costume che hanno segnato i loro tempi.

Bill Cayton, allora, autorizzò il montaggio di nove puntate per due passaggi. La Rai mandò in onda solo una volta il programma (con un grande successo di audience, circa due milioni in terza serata) e poi perdette i diritti.

Cayton, in realtà, ha sempre intravisto in questa ricostruzione, in questa scelta da me operata, la possibilità di un nuovo affare, la possibilità, insomma, di rivendere un’altra volta, in tutto il mondo, un materiale che, in parte, egli aveva già sfruttato in molti paesi, diviso in altro modo (gli incontri del secolo, o i grandi ko, o la sequenza dei protagonisti delle varie categorie della boxe) o con un punto di vista, nel montaggio, solamente sportivo. In Italia, per esempio, questa strada è stata seguita da “La grande boxe” di Italia Uno, commentata da Rino Tommasi e poi dalla De Agostini.

Le mie 22 puntate rappresenterebbero una “summa” completa di uno sport nel quale si è identificato, per molto tempo, il XX secolo.”

Il volume “Facce piene di pugni, storie non solo di ring” edito da Minerva, è un libro inedito che la Fondazione Gianni Minà ha voluto fortemente per chiudere questo progetto sulla boxe, amato moltissimo dal giornalista.

Il tentativo del libro è stato quello, soprattutto, di chiudere l’opera incompiuta di Minà, attraverso i suoi scritti, i documentari, i filmati, gli appunti di questo sport epico raccolti da lui nel corso di più di un decennio.

Archivio Gianni Minà

Più di sessant’anni di vita da cronista, all’insegna di storie, impegno sociale e servizio pubblico. Custodito in uno spazio solo, un flusso di inserimento progressivo di materiale filmico e cartaceo, edito ed inedito, che si fa eredità intellettuale e ponte di sapere fra vecchie e nuove generazioni.

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